Sono come la fatamorgana – ovvero hanno il carattere del miraggio – le Torri Marchesane che, quando l’Adige è in piena, scompaiono del tutto, per fare timide riapparizioni quando il grande fiume è quasi in secca e il suo letto mette a nudo molti misteri sommersi.
Le tre rocche fanno bella mostra di sè nello stemma di Badia Polesine e lì figurano simmetriche e svettanti, dal 31 agosto 1854, come dal diploma ministeriale del Regno Lombardo-Veneto che attribuì al capoluogo altopolesano la qualifica di città.
La storia controversa delle torri si intreccia per molti versi con la leggenda e con le ipotesi fantastiche. Ad offrire una luce più veritiera sull’esistenza e la vita dei tre chiacchierati fortilizi, ha pensato lo studioso locale Ivan Tardivello, pubblicando, a cura della “G.G. Bronziero” un documento saggio, intitolato: “Le così dette Rocche Marchesane”.
In premessa all’opera si legge: “Il rinvenimento dei resti di un’antica costruzione di fronte alla golena Sgarzi, tornati alla luce nella primavera 1973 durante una magra eccezionale dell’Adige, fu incentivo per tentare di distinguere quanto di vero e di erroneo contenesse la tradizione circa le tre torri che figurano nello stemma del nostro Comune. Sulla scorta di documenti e di testimonianze attendibili si è cercato di ricostruire il clima storico nel quale si svolsero le vicende che nei secoli XIII, XIV e XV, ebbero come teatro o come oggetto il Polesine di Rovigo”.
I resti segnalati da Tardivello riapparvero e furono avvistati, all’inizio degli anni Novanta, dall’architetto badiese Tonino Dall’Aglio, ancora in occasione di un momento di magra del fiume. Forse è proprio questo riapparire e scomparire, a seconda del capriccio delle acque, che regala una nota inquietante e aumenta la curiosità nei confronti di queste enigmatiche “Marchesane”.
Apprendiamo dunque dal saggio sopra ricordato come “nel maggio 1973, affiorarono sulla punta di un banco, di fronte alla golena Sgarzi (siamo al confine tra Polesine e terra padovana ndr) massi di trachite da considerarsi stipiti di porte, resti di murature, un pavimento in cotto, ottimamente conservato e molti frammenti di ceramica e vetro, pure sicuramente medievali. La scoperta convinse trattarsi dei resti della Rocca Marchesana, della quale era finalmente possibile stabilire l’esatta ubicazione”.
Il primo a descrivere le “Rocche” fu nel 1483 il cronista veneziano Marin Sanudo che – parlando di una di queste – farà osservazioni da cui emerge che la Marchesana è di matrice veneziana, costruita intorno al 1354 per tener testa ai Carraresi.
Le rocche erano quindi punti di pedaggio, e di difesa del tempo, freni in mattoni che si scontravano con le ingordigie padovane, scaligere, veneziane, ed estensi.
Esistono anche schizzi del Sanudo da cui risulta che la Marchesana propriamente detta aveva pianta rettangolare, la fortezza di Mezzo era quadrata, mentre quella di Francavilla era rotonda, forse la più antica delle tre e sembrerebbe opera dei Veronesi. Francavilla era infatti il lembo meridionale dei dominii veronesi che si incuneava negli Stati Estensi. Nulla di più verosimile dunque che gli Scaligeri abbiano costruito una fortezza, sentinella avanzata contro Ferrara.
Va sottolineato che la torre di Francavilla, per la sua posizione all’inizio del Polesine, doveva avere notevole importanza strategica, a giudicare dal numero delle persone che ne costituivano il presidio: cinque, contro quattro della Marchesana e sei della torre di Mezzo. Risulta – dagli studi del Sanudo, ripresi da Tardivello – che la posizione dei fortilizi era la seguente: La Marchesana si trovava sulla riva sinistra dell’Adige, sulla sporgenza che formò l’isola di Mezzano, la torre di Mezzo o del Pizzon, sulla riva destra, di fronte alla prima, la torre di Francavilla sulla sponda di destra dell’Adigetto. Risulta altresì evidente che sul Polesine di Rovigo – meno esteso del Polesine di oggi – nonostante la presenza autorevole, anche se discontinua degli Estensi, si susseguirono tre egemonie commerciali e politiche: la veronese, fino alla vittoria della lega antiscaligera (1341), la padovana, fino alla caduta della signoria Carrarese (1406), la veneziana che, dalla pace di Bagnolo (1484) si protrasse fino al trattato di Campoformio (1797).
Il ricordo delle rocche, demolite ai primi del secolo XVI per ordine del senato veneziano, si fece sempre più evanescente ed impreciso. Ne parlò il Bronziero nel 1629, citandole quali Rocche Marchesane o Torri del Pinzon, riferendo anche dicerie, non riportate a suo tempo dal Sanudo, come quelle di un’altra torre “poco discosto dalla chiesa della Vangadizza”. Nel 1736 Carlo Silvestri scriveva che i Marchesi Estensi fecero fabbricare alcune Torri “una nel mezzo e una per parte di detto Adige”, con funzione di difesa del luogo. Dopo gli studi del padovano Cessi e dell’adriese Bocchi, infine nel 1904, il lendinarese Antonio Cappellini diede l’ultima versione sulle misteriore torri che tanto inchiostro hanno fatto versare ad insigni storici, confermandone la fabbricazione per mano estense e la distruzione per mano veneziana, al fine di fortificare, coi materiali ricavati, la terra di Legnago.
La tradizione vive nello stemma di Badia che forse non ha dato troppo peso alla forma, al nome, allo scopo della costruzione delle rocche che svettano bianche in campo azzurro, uguali e cilindrice su basamento a tronco di cono, impavide ed indifferenti alle tanto affannose ricerche degli storici.
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Grazia Giordani. “Le torri del miraggio”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-torri-del-miraggio/