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ARTEOGGI

Le metamorfosi di Osvaldo Forno

Creazioni, in libera tensione verso l’infinito, alla ricerca di una Armonia suprema

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 90–94

"Tutto quello che non è leggermente deforme ha qualcosa di insensibile … l'irregolarità è il segno caratteristico della bellezza", diceva Baudelaire.

Se l'arte è sempre deformazione, a pieno titolo dimostra di avere le carte in regola il pittore-scultore rodigino Osvaldo Forno, che è andato oltre la semplice deformazione del reale, mediante una continua ricerca di trasformazione della materia stessa.

Osvaldo Forno, artista di multiformi interessi, esprime nelle sue opere una originale creatività informale. Le righe e le quadrettature, dominate dalla costante del bianco e del nero, si modificano in forme che richiamano la stratificazione della crosta terrestre in continuo, seppur impercettibile, movimento e trasformazione.

L'arte di Forno può apparire di non immediata intellegibilità proprio per certe deformazioni che potrebbero sembrare ossessive, mentre egli, consapevole che la deformazione è un po' come il sale dell'arte, "sala" con giudizio, non usando la tecnica con la balorda idea che ciò conferisca spontaneità e forza espressiva, ma ponendosi, da avanguardista, nella tradizione della grande rivoluzione cezannesca e di quella picassiana. Per questo si mostra sdegnoso di intellettualismi, nemico di improvvisazioni, critico di se stesso e scopritore di vie sempre nuove, per giungere all'arte da "artigiano", come Cézanne stesso raccomandava, servendosi di materiali rozzi i più naturali possibili. Ed egli privilegia, appunto, il legno, come materia naturale per eccellenza, che sa modellare in metaforiche drammatiche evoluzioni della natura.

Ogni creazione grafica o scultorea diviene ideale marmoreità: nel nodo di un tronco, nella spaccatura della roccia, nella stratificazione della crosta terrestre trova origine la sua profonda forza emozionale al punto da immedesimarsi con essa. Le viscere della terra lo stringono quasi in una morsa impietosa, simboleggiano la gabbia della vita, entro cui siamo costretti a vivere in una tragica e angosciosa impotenza di cambiamento, metaforizzata in costruzioni di cilindri metallici da cui ansiosamente si libera in una tensione verso l'infinito di leopardiana memoria, verso immensi spazi aperti, nei quali si acquieta la spasmodica ansia di libertà. Da questa sofferta metamorfosi dalla materia allo spirito scaturisce l'arte pura di Osvaldo Forno sublimata nella "bellezza di un nudo puro di donna, in un idolo preistorico, in un menhir elevato in un deserto di pietra" … (Giuseppe Marchiori).

Tutto parte dalla roccia e ritorna alla roccia, al marmo striato bianco, nero, grigio. In un sasso scheggiato, levigato dalla corrente di un fiume, Forno percepisce la metamorfosi, il divenire incessante della materia, ne subisce il fascino che esprime con stupore candido, intatto, primordiale. Arte curiosa e originale quella di Forno che, nel plasmare la pseudo staticità della materia, ne svela l'intima complessità della sua struttura con messaggi informali, espressionistici, astratti, metaforici. Le righe nere si evolvono in linguaggio positivo, divenendo bianche, colorate; su quelle righe l'Autore scrive pittoricamente con tenue policromia le sue storie, un'analisi introspettiva finalizzata ad una manifestazione liberatoria dello spirito per conseguire Armonia.

L'inesauribile forza artistica è mediata dalla conoscenza scientifica, dalla razionalità, dalla passione per le scienze geologiche. La stratificazione della crosta terrestre riempie la fantasia dell'artista al punto che quelle linee informi si trasformano in diagrammi o pentagrammi, spartiti musicali. Una sua scultura lignea ''Africa" è un ritorno al primordiale, la ricerca di un "archetipo" dell'inconscio giustificato nella storia dell'artista. L'uomo moderno distrugge se stesso; ecco, allora l'insistente rievocazione alle origini, quando ogni elemento era intatto, incorrotto.

Le spigolature, le cuspidi, le triangolarità delle creazioni scultoree di Forno rappresentano il dramma del vivere quotidiano, gli ostacoli, i conflitti; così come le sue ellissi, sinuose, in movimento, fasciate da nastri simili a rotaie, rappresentano il suo DNA, i sentieri della vita, la materializzazione nella Terra da cui l’artista anela liberarsi.

In questa simbologia sta l’originalità di Forno, il suo successo artistico, ossia, nella metamorfosi dell’opera, tensione dialettica del fatto creativo, la quale, mediante una profonda carica emozionale, libera l’artista da uno stato d’angoscia e di sofferenza, passando, appunto, dalla grafica alla corporeità delle forme materiche. Resta sempre il segno, ma come punto di partenza di ulteriori sviluppi immaginativi, per raggiungere la dimensione scultorea, massima espressione liberatoria dello spirito.

Tra le numerose opere di elevato livello artistico è doveroso menzionarne una, straordinariamente emblematica, intitolata “Separazione”, un tondo in legno nero, un richiamo ai motivi costanti del mondo piatto, schematizzato, ripetibile, arido, dal quale nascono spazi in movimento che ricercano una propria armonica stabilità metafisica.

C’è un profondo senso della realtà nell’artista quando afferma che bisogna avere il coraggio di ricominciare, di valorizzare le cose semplici, di tornare come bambini alla ricerca costante della trasparenza, esigenza di un temperamento schivo e fieramente avverso ad ogni compromissione, da sempre causa di corruzione di uomini e cose. Solo i bambini, puri e privi di sovrastrutture e di filtri preconcetti, hanno una percezione immediata delle sue creazioni; meno gli adulti, che, irrigiditi nei propri schemi e raffigurazioni concettuali, sembrano impossibilitati a superarli.

Sono dunque le opere di Osvaldo Forno – prestigioso esponente dell’arte contemporanea – originali testimonianze di una poetica irreale in cui l’intenzionalità concettuale prevale sull’espressività puramente pittorica, tanto da far propria la felice definizione di Giuseppe Marchiori: “un pittore che dipinge le idee”, un filosofo degli umani turbamenti, dell’amore e della carne, ma anche un profondo interprete della problematicità del mondo, animato dal desiderio di fornire un vero insegnamento di vita.

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “Le metamorfosi di Osvaldo Forno”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-metamorfosi-di-osvaldo-forno/

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