Dalla smobilitazione degli ultimi contingenti di mondine polesane sono trascorsi quasi trent’anni, ma il loro ricordo riemerge ancora nitido nella mente di tanti anziani, specie quando si tratta di confrontare la presenza della donna in agricoltura tra passato e presente.
Diciamo subito che per realizzare questo servizio rievocativo non è stato necessario spostarci da Fiesso Umbertiano, in quanto, guarda caso, le prime polesane che partirono per le risaie della Lombardia e del Piemonte furono tutte di Fiesso e dintorni.
Ad aprire la strada verso quel genere di emigrazione stagionale femminile, fu infatti, giusto nel 1925, l’allora ventiquattrenne Amelia Ferracini, la quale, recatasi appositamente in provincia di Vercelli, riuscì ad ottenere, da un risicoltore di Buronzo, un contratto di lavoro per 39 mondariso. Trovare 38 donne disposte a seguirla non fu però una facile impresa, in quanto si trattò di lottare con la sola forza della persuasione contro una naturale riluttanza, dovuta a malevoli pregiudizi e alla consequenziale resistenza di tanti timorosi mariti e fidanzati, nonchè ad atavici retaggi e ferrei costumi del tempo che, com’è risaputo, ponevano la donna in uno stato di umiliante sudditanza e di indiscutibile dipendenza nei confronti dell’uomo: non si riusciva a mandar giù il fatto che essa, sia pure per ragioni di lavoro, andasse “in giro per il mondo”. Basti tener conto di quella sorta di massima che veniva accettata come una incontrovertibile regola di vita e che diceva: “Va bèn che la dòna la piàsa, che la tasa e che la staga in casa”.
Ma, nonostante le molteplici avversità, la Ferracini non si fermò e, pedalando per diversi giorni, riuscì infine a completare la squadra con donne di Canaro, Occhiobello, Stienta, Pincara, Frassinelle, Castelguglielmo e Baruchella, oltre, naturalmente, di Fiesso.
Furono soprattutto le disperate condizioni economiche che contribuirono a superare quelle arcaiche e pesanti remore, così che la risaia, pur se paragonata per fatica e sacrifici alla miniera per l’uomo, finì per rappresentare una sempre più allettante fonte di sostegno per molte famiglie polesane. Il loro misero reddito, ad eccetto di quelle dei salariati, proveniva infatti da un bracciantato saltuario e vagantivo e dal lavoro svolto a compartecipazione sui fondi agricoli, dove le colture intensive, fino alla riconversione del dopo-alluvione, erano per lo più costituite da canapa e barbabietola, e i magri guadagni venivano di poco incrementati, fin verso il 1935, dall’allevamento del baco da seta. Dalle colture di fondo abbiamo escluso il grano, in quanto la relativa raccolta (la cosiddetta “meanda”), costituiva una appetitosa torta anche per calzolai, sarti, barbieri, muratori, falegnami, ecc., i quali venivano accusati di rubare il pane alla gente dei campi.
Tempi grami dunque, caratterizzati anche da morbi debilitanti, quali tifo, malaria, brucellosi e soprattutto, dalla terribile tubercolosi, detta anche “mal sottile”, che imperversò fino all’avvento della penicillina, la cui diffusione trovava un terreno assai fertile nelle pessime condizioni igienico-ambientali, localizzabili per lo più nelle malsane, fredde e superaffollate case dei poveri. Molte delle quali erano inoltre infestate, non solo dalle comuni mosche e pulci, ma anche da riluttanti pidocchi e cimici che s’annidavano nelle reti dei letti e negli orli dei pagliericci.
In questa fosca situazione, che per tanti lustri caratterizzò la vita degli operai agricoli (mutata soltanto dopo il prosciugamento del Polesine in seguito alla rotta del 1951) si inquadra l’attività delle mondariso, che dal 1925 al 1938 (anno nel quale molti braccianti d’ambo i sessi cominciarono ad andare a lavorare in Germania) crebbero veramente a dismisura. Basti dire che per vari anni, con conseguenti “risse” con il sindacato, l’offerta di braccia superava di gran lunga la richiesta. Precisiamo anzi che le “forestiere” occupate nelle risaie lombarde e piemontesi, tutte tra i 14 e i 60 anni (la Ferracini, perché richiesta come “prima mondina” – definizione che sta per caposquadra – arrivò, dopo ben 41 campagne, ai 66 anni), provenivano, oltre che dal Polesine, dalla provincia di Ferrara, Bologna, Padova, Mantova, Brescia, Modena, Reggio Emilia e Piacenza.
Quando però a partire dal 1956 la loro disponibilità andò diminuendo, i datori di lavoro si rivolsero al Meridione, riducendo altresì la superficie investita a riso e “rifugiandosi” nella coltura del pioppo e nell’allevamento di carpe a specchio. Essi sopperirono poi alla sempre più carente manodopera ricorrendo ai diserbanti chimici e all’impiego di macchine per il trapianto e la raccolta del riso, sistema che ebbe inizio poco dopo il ’60.
Le mondine, provviste di rigonfi fagotti e valigie, facevano il viaggio in treno, su apposite tradotte, dove si incontravano con altre di diversa provenienza. All’ultima stazione trovavano i cavallanti del padrone che in biroccio le trasportavano nelle rispettive cascine, bassi caseggiati suddivisi tra cucina, dormitorio e refettorio, rimasti per vari anni senza servizi. Per certe necessità bisognava dunque arrangiarsi. Basti dire che le mondariso si lavavano nelle fredde rogge, e solo rare volte in mastelli con acqua riscaldata per benevolenza dalla cuciniera.
Le donne di una camerata potevano essere 70-80; per loro la sveglia suonava prestissimo, in quanto alle 7, dopo aver preso una tazza di latte e pane e percorso un lungo tragitto a piedi, dovevano essere sul lavoro. La campagna, che durava circa 40 giorni, iniziava con il prelievo dai semenzai delle piantine di riso che mettevano in mazzetti legati con la rafia e che poi, caricati su pesanti slittoni trainati da poderosi cavalli, venivano disseminati lungo gli arginelli che racchiudevano le simmetriche vasche a risaia, dove l’immissione di acqua veniva regolata da un operaio chiamato “il camper”. A questo momento, dentro ad un livello d’acqua dai 10 ai 40 centimetri, seguiva il duro lavoro del trapianto, operazione che le mondine, che indossavano pantaloncini corti e cappelloni di paglia a larghe tese, compivano procedendo a ritroso e rimanendo sempre chinate. Ogni tanto qualcuna si rizzava un attimo per il mal di schiena, mentre qualcun’altra sobbalzava emettendo un grido di ribrezzo a causa di una biscia che le sfiorava le gambe.
Nella ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo, vale a dire il 29 giugno, la fine del trapianto veniva festeggiata con una “ganzèga” che culminava in un’esplosione di allegria. Il giorno dopo iniziava la meno faticosa ma ugualmente impegnativa “monda”, in quanto si trattava di strappare tutte le malerbe, tra cui il giovane “giaòn” che si confondeva facilmente con il riso e che metteva in grosse difficoltà le “novelle”, inesperte ragazzine sui 14-15 anni, che chiedevano aiuto alle colleghe già pratiche, o alla stessa caposquadra, i cui compiti erano quelli di tener conto delle ore lavorate, di sorvegliare e di insegnare, andando in aiuto a quelle che perdevano terreno.
Durante la monda, nonostante il gran caldo, le risaiole indossavano, oltre al solito cappellone, pantaloni e manicotti al fine di proteggersi dall’azione irritante del riso (detta, appunto, “mal del riso”). Tale inconveniente veniva prevenuto o curato con apposite pomate, come chinino, analgesici, oli repellenti e copri dita in gomma, forniti dall’Inail a mezzo di assistenti sociali e dalle suore, che fungevano anche da assistenti spirituali. Durante il lavoro le mondine, dopo la merenda, si dissetavano con acqua contenuta in appositi barili portati a tracolla, a turno, da altre mondine chiamate “barlettiere”.
Sia per pranzo, sia per cena, erano sempre risi e fagioli fino alla fine della guerra; dopo di che venne loro “elargito” per la sera un piatto di pasta e fagioli, nonchè carne e vino al giovedì e alla domenica.
La “ritirata” per le mondine suonava alle 22. A quell’ora la caposquadra, che doveva anche saper “vigilare”, faceva il giro della camerata per assicurarsi che tutte le sue donne fossero rientrate. Nei giorni festivi gruppi di mondariso andavano in paese per acquisti o per divertimento.
L’ultimo giorno di risaia trascorreva all’insegna di una sfrenata allegria. Parodiando i testi di popolari cantate, cori di risaiole, alludendo a quel che avrebbero potuto trovare al loro rientro, cantavano, per esempio: “Lè rivà lè rivà / l’ora d’andar a ca’ / se la va ben ridaren / se la va mal a pianzarèn”. Oppure, rivolgendosi al datore di lavoro e agli amici del paese: “Scusi, scusi signor padrone / se l’abbiamo fatto arrabbiar / noi siam ragazze giovani / ragazze da perdonar. / Il regal che le facciamo / è un foulard di seta bianca / noi partiam con la speranza / di poter ritornar. / Addio paesani cari, addio ragazzi belli / l’amor sui ponticelli / non lo faremo più. / Addio cascina bella / oh oh oh / cogli occhi ti lascerò / ma col cuore no e no”.
Le mondine facevano il viaggio di ritorno in treno, con i soldi guadagnati legati dentro al fazzoletto annodato al reggiseno. Arrivavano in paese sporgendo la testa dai finestrini della corriera e cantando a squarciagola, creando un’atmosfera di grande commozione che raggiungeva la sua massima intensità al momento dell’abbraccio con i loro cari. Una volta a casa, contando i soldi buttati sulla tavola, erano ancora lacrime. Seguiva quindi un bagno alla meglio, tante domande e risposte e poi tutti allegramente a tavola per “godersi” un piatto di calde tagliatelle in brodo di pollo.
Come dicevamo all’inizio, le mondine polesane finirono per “esaurirsi” verso il 1967. Prova ne sia che la Ferracini, nel 1966, fece una “fatica boia” per mettere assieme appena 27 donne. I motivi in questo caso non erano più i pregiudizi incontrati nel 1925, ma la diffusione del benessere finalmente arrivato anche in Polesine.
Dobbiamo aggiungere però che le mondariso di quei tempi, una volta raggiunta l’età della pensione, ebbero l’amara, anzi l’umiliante sorpresa di apprendere dall’Ufficio contributi unificati che non tutti gli oneri sociali ad esse spettanti erano stati versati dai rispettivi datori di lavoro. Evasioni queste che purtroppo continuano a verificarsi in tutti i settori dell’occupazione. Ce lo assicura il segretario della Lega provinciale pensionati, Franco Chinaglia, che ringraziamo vivamente, come pure le quattro ex-mondine, appartenenti a quattro diverse fasce d’età che ci hanno fornito preziose informazioni: Elvira Tomaselli, Giuseppina Previati, Spera Munerato e Udina Bettone.
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Come citare questo articolo
Wadis Ferracini. “Le Mondine Polesane”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-mondine-polesane/