Quella vena giugulare che si diparte dallo sperone della Bova a Badia Polesine e avanza sinuosa con corso vagamente parallelo al padre Adige che la genera, e tocca piccoli e grossi paesi stringendoli col filo inossidabile della storia, risponde al poco originale nome di Adigetto.
Sulle carte geografiche rassomiglia ad un serpentello azzurro, un tantino rachitico, confuso a tante altre opere idrauliche di bonifica, ma profondamente diverso per origine ed importanza storica.
Per i suoi estimatori di una certa età non vi sono dubbi sul nome: continuano a chiamarlo “el Canale”, con tutte le trasposizioni verbali ed i riferimenti relativi: “Andare a ácoa in Canale, …lavarse co l’ácoa del Canale…, perfino si giunge al macabro invito …ma va’ a negarte in Canale!”
Un antico fiume declassato al rango di canale? Già proprio così, le cronache antecedenti l’anno mille ci confortano in tal senso; si tratta proprio di un ramo dell’Adige, originatosi da una rotta spaventosa, cui non fu più possibile porre rimedio se non arginando il nuovo corso con le tecniche primitive a disposizione dei nostri coraggiosi antenati, sputando sangue e colando sudore.
Dalle ingiallite e imprecise mappe del XV sec. si ricava che l’Adigetto porta il nome di Athesis, cioè Adige, mentre l’attuale secondo fiume italiano, viene definito Flumen Vetus, ossia Vecchio Fiume. Ecco perché “el Canale” ovvero l’attuale Adigetto vaga con l’andazzo da ubriaco anziché con corso rettilineo come tutti gli scoli di bonifica, e solo i secoli l’hanno ridotto di dimensioni. Basta infatti osservare gli antichi argini che corrono paralleli al suo alveo sormontati da strade, per rendersi conto che la portata del vecchio fiume doveva essere imponente, visto che per contenerla la distanza fra essi supera sovente i 2-300 metri e che si ergono a 6-8 metri, dal livello medio della campagna.
Resta un fatto incontrovertibile: nessun centro di un certo rilievo sorge sulle sponde dell’Adige in territorio Polesano, mentre piccoli e grandi borghi si accavallano al passaggio dell’Adigetto; Badia, Salvaterra, Ramodipalo, Rasa, Lendinara, Villanova, Costa, Rovigo (ove scorreva nell’odierno Corso del Popolo), Villadose ecc. senza dimenticarci di Fratta P., le cui ville Palladiane si specchiano nello Scortico, una derivazione per fini navigabili che a tutt’oggi si getta nel Tartaro Canal Bianco, stabilendo assieme alla altrettanto famosa “Fossa di Polesella”, una singolare “coincidenza” ante litteram, per i natanti che dal Po desideravano passare in Adige.
Fino agli anni trenta l’Adigetto veniva sfruttato per il trasporto fluviale; grossi barconi neri impeciati ne risalivano il corso entrando dalla Laguna attraverso Porto Levante, svolgevano il compito dei moderni TIR.
Per vincere la debole forza della corrente si ricorreva al traino animale: cavalli pesanti dal passo greve, mezzi bolsi, quadrupedi a fine carriera, tiravano dalle rive i barconi carichi di mercanzie, soprattutto carbone proveniente dai depositi di Marghera. Arrivava pure il pesce marino di Chioggia messo poi in vendita nelle “pescarie” di Rovigo (adiacente a Piazza Matteotti), Lendinara e Badia, mercati coperti tutti prospicienti il corso d’acqua.
Scaricate le merci, il ritorno avveniva abbandonandosi alla corrente, non prima di aver fatto un nuovo carico consistente in prodotti locali, grano e spesso ghiaia per la ciottolatura delle strade, trasbordata a Badia cui giungeva sempre via fiume dalle cave dell’Adige sopra Verona.
Moltissime erano le scalinate ricavate sulle rive dell’Adigetto; alcune rozze, altre ostentamente lussuose, a seconda l’importanza e lo spessore economico delle famiglie residenti lungo le sue rive. Erano opere necessarie perché la gente faceva un uso continuo dell’acqua (un tempo pulita) sia per irrigare orti e giardini, sia per abbeverare gli animali, sia per sciacquare il bucato.
Quando nei mesi invernali una pesante saracinesca veniva abbassata a Badia, l’Adigetto diveniva un piccolo rigagnolo; allora come per incanto riaffioravano in vari punti le tache. Si trattava di una serie di grossi macigni spianati, giacenti sul greto del fiumiciattolo, piazzati alla distanza di un passo e sporgenti dall’acqua per una decina di centimetri; lo scopo era di permettere il guado senza bagnarsi le calzature. Una vera comodità creata in corrispondenza di due scalinate contrapposte. Io stesso ricordo per tutti gli anni cinquanta tanta gente scendere con la bicicletta sulle spalle, guadare l’Adigetto sopra le “tache”, risalire dall’altra parte e via, evitando giri oziosi di parecchi chilometri.
Per i “putei” era una manna “i tajava zò par traverso andando a catere la morosa”; per le donne anziane una benedizione, perché potevano recarsi comodamente ai mercati accorciando la strada. Si ravvivavano d’inverno vecchi rapporti di vicinato che la piena estiva dell’Adigetto impediva. Ho ancora vivo il ricordo di nonno Menego che, tornando ad autunno inoltrato dal paese, ci allertava: “Ma non gavì mia sentìo la spuzza de smalta (fango)? I ga sutà el Canale… Ben ben, presto rivarà me compare Bortolo che stà pena de là,… sentiremo che cantarine ch’el ne contarà; anca me zènari (generi) i vegnarà in qua!” E così dicendo entrava in cantina a sistemare e preparare bottiglie di prima scelta per l’immancabile filò.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Adigetto Flumen Nostrum”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/adigetto-flumen-nostrum/