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NARRATIVA

L’Enrica

di Patrizia Ghio

Ventaglio Novanta n. 7 1993 pp. 121–124

C’erano giorni, quelli di nebbia molle, pesante come l’afa umida di Luglio, che la facevano sentire ancora più sola e lontana da quel futuro che la sera, a letto con la musica preferita, poteva essere anche domani.

L’Enrica, come ogni ragazza di buona famiglia, anche se la sua lo era stata soprattutto nel passato, aveva respirato l’atmosfera degli interni bene, frequentati dalla gente che conta: quei salotti di velluto rosa antico, avvolti dalla luce soffusa delle lampade a petrolio e dei candelabri appoggiati alla consolle Luigi XV. Aveva scritto le prime parole nella biblioteca con i libri catalogati, l’odore della polvere e del legno tarlato.

La villa l’aveva vista correre nel giardino: Giovanni potava le siepi di pitosforo, mentre le sue ginocchia paffute si spellavano sulla ghiaia sempre stesa, compatta, senza buche. Le cose però per lei erano cambiate troppo in fretta. La zia Adele che trascorreva sei mesi in riviera e sei mesi nella tenuta di campagna era morta, e quell’angolo beato d’esistenza era stato assorbito dai tempi nuovi e dalle esigenze pratiche degli eredi.

Gemma, la mamma di Enrica che per anni si era occupata di zia Adele e aveva tre figlie da crescere e da far studiare con un marito autista di corriere, aveva ricevuto un pezzo di terra, una casetta, qualche mobile antico: qualche ricordo di un passato senza il quale non riusciva a riconoscersi. Nel passato identificava il presente che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso.

Enrica invece per quei giorni passati a giocare nelle grandi, fredde sale di Villa Adele tra bauli pieni di oggetti strani, di abiti lunghi e sfarzosi, non si era mai sposata.

Un legame inconscio, mai rimosso, non le aveva fatto accettare le attenzioni di Paolo, il figlio del ricco commerciante di pesce, o di Giulio, il professore di matematica, ma di umili origini.

Vent’anni fa, per lei che si stava laureando, Perugia e l’Università rappresentavano una continua possibilità di infiniti futuri: privilegiati, borghesi, ricchi. Laureati, a loro volta figli di laureati, la sfioravano al bar della piazzetta, le sedevano accanto nelle ore di lezione, la fissavano nei grandi occhi blu che forse si sarebbero lasciati andare, avrebbero pianto, amato, dato senza calcoli e previsioni; ma la famiglia anche da lontano impediva i movimenti, censurava i pensieri. A Perugia aveva incontrato Sergio, il futuro avvocato con la risata forte di ragazzo toscano e quelle mani grandi che le scompigliavano i riccioli neri cercando di ricevere un bacio lungo come i suoi vent’anni.

Enrica non poteva, voleva e non voleva, non sapeva che stava chiudendo la sua Primavera in una gabbia di inutile rispettabilità. E Sergio, dopo troppi no, aveva affondato le mani nei capelli di Lara e quel profumo fresco e disinvolto lo aveva catturato. Facendo l’amore non aveva pensato “è una poco di buono”, si era abbandonato a quel corpo che parlava di vita, di esami da dare insieme, di giorni in barca a vela.

Come ogni Natale l’Enrica era tornata a casa, nel paese: alla messa di mezzanotte con le amiche di sempre e un cappello sui riccioli neri che sarebbero stati più belli scomposti su di un cuscino bianco; ma le apparenze venivano prima di tutto, continuava a ripeterle sua madre.

Lo diceva sempre anche l’Adele, che era la dama di compagnia della regina, lei sí che era una signora e conosceva la vita: “Vedi Enrica, tu vieni da una famiglia importante, io sono una Domeneghetti, il paese lo sa. Tu, poi, sei una laureata, non devi fare errori nè darti al primo bellocchio che ti fa la corte. Deve essere di buona famiglia, deve avere titoli di studio, proprietà, se no t’immagini la gente, i pettegolezzi. Guarda la Marta, non si sposa finché non trova quello giusto e sua sorella ha sposato il farmacista. Vuoi essere da meno? Tu sei bella, puoi pretendere ancora di più”.

E nell’attesa gli anni erano corsi veloci. Ora, a quarantacinque anni, l’Enrica si trovava sola, con due genitori vecchi che continuavano a parlare di convenzioni, di apparenze in un mondo impazzito, spasmodico, che non ha più tempo per seguire l’amore e la virtù che riposavano con due lauree in un cassetto di sogni e di occasioni perdute. Quando Enrica lo apriva, guardando le foto di quegli unici giorni di collegio e di Università, scoppiava a piangere.

Sergio era quello a destra, e poi Lucia, Anna e Antonio e Roberto che si sono sposati con la Lia di Brescia e con la Meghi di Pescara. Il gruppo ormai si era sistemato e aveva messo al mondo dei figli che stavano incominciando il Liceo.

Lei era ancora lì, davanti a quel cassetto, sospesa tra un passato e un futuro dove solo i tarocchi e la lettura della mano rappresentavano l’evasione, la possibilità di giocare, lontano dalle paure e dai pregiudizi di sempre. Girando le carte, poteva essere la ruota della fortuna o il matto che domani, forse proprio in quel momento, per caso o per destino, stava passando sotto la sua finestra.

Anche i sogni potevano essere premonizioni, simboli che bastava saper interpretare per sfuggire ad un presente scontato seguendo la scia di un presagio, un magico incontro, appena al di là delle solite, consuete tappe di ogni giorno. Si era creata un fantastico mondo di illusioni per sfuggire alle tante paure, fobie, assurde nevrosi che si erano fissate dentro di lei, che erano ormai lei stessa. Quando qualcuna delle sue amiche telefonava, per un attimo ritornava la ragazza che avrebbe voluto essere vent’anni prima.

“È tutta colpa del paese. Non vedi come si vive qui. Qui è una non esistenza. Tutto è spiato, seguito, risaputo. Se non fosse per …, me ne andrei via, in qualche paese della Toscana. È così bello laggiù, sono tutti in collina, arroccati, con delle belle tradizioni e tanta allegria. A Primavera poi è tutto un fiore”.

Le telefonate però diventavano sempre più rare. Spesso riceveva annunci ed inviti di nozze di colleghi ed erano momenti di rabbia, gioia, sensi di colpa.

Sensi di colpa perché ormai provava rabbia per la gioia altrui, rabbia perché lei non c’era riuscita. Lei e i suoi riccioli neri, le sue lauree e la sua rispettabilità. Ed era il senso del fallimento subito mascherato dalla logica del non essersi accontentata, perché lei ne aveva avute di possibilità e ne aveva ancora, se solo avesse voluto.

Nelle poesie, che scriveva sempre con maggior frequenza, c’erano i suoi giorni tristi di Novembre, quando la nebbia molle, pesante come l’afa umida di Luglio, si posa ed appesantisce i suoi riccioli neri striati leggermente d’argento.

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Come citare questo articolo

Patrizia Ghio. “L’Enrica”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/lenrica/

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