Col nuovo marchio editoriale “La Torre”, in omaggio alla storica Torre Mozza, sede della Cooperativa “Turismo & Cultura” editrice anche della presente rivista, hanno visto la luce due romanzi, usciti a distanza di un solo mese uno dall’altro: il primo ambientato in terra polesana agli albori del presente secolo, il secondo ideato al tempo della storia romana, con la riscoperta di Catullo, forse il poeta latino più amato da quanti si sono accostati alla letteratura latina.
L’oro del grano
Loredana Capellazzo e Paola Trivellato, apprezzate insegnanti di scuola media, si affacciano al mondo della narrativa con una storia ambientata all’inizio del secolo in una zona centrale del Polesine, gravitante su Lendinara, Villanova del Ghebbo e Presciane.
L’opera, che prende il via dall’anno 1900, ripercorre la storia di tre famiglie, ben distinte sul piano sociale (i proprietari, gli affittuari, i braccianti) legate dalle attività connesse alla terra. I vari componenti lavorano, crescono, soffrono, amano e sognano, mettendo in luce le diverse personalità, mentre la loro esistenza è, in misura diversa, agevolata o condizionata da avvenimenti politici e sociali, dal variare delle situazioni, dalla salute e dal modo di pensare e quindi dai valori e dai pregiudizi tipici dell’epoca.
La saga delle tre famiglie si apre con la nascita di Rosa, figlia di Nina, moglie di Costante Tognolo, bracciante della tenuta I Salici di Villanova del Ghebbo e si chiude nel 1913, alla vigilia della Grande Guerra, con un’altra nascita, quella di Carlo, figlio di Letizia la ragazza più giovane (vivace e sfortunata) della famiglia Bellon, i proprietari che abitano in un signorile palazzo di Lendinara.
In questo limitato lasso di tempo molte cose sono destinate a cambiare nelle tre famiglie che, proprio nell’ultimo anno, si trovano quasi contemporaneamente a sperimentare il passaggio delle redini della gestione familiare nelle mani dei più giovani: i ragazzi appena cresciuti che, nelle pagine del romanzo, anno dopo anno impariamo a conoscere e ad amare.
“L’oro del grano” è ideato come il primo volume di una trilogia, denominata “Il Colore del Tempo”, destinata a concludersi con avvenimenti relativi agli anni ’60. Il romanzo si presenta come un’opera avvincente, decisamente interessante anche perché si muove sul piano del recupero di un passato non lontano, le cui tracce stanno inesorabilmente scomparendo.
Con una prosa snella e scorrevole le due autrici ci fanno dunque ripercorrere le tappe più significative della storia del Polesine dell’ultimo secolo, portandoci nel cuore di quella che, a buon diritto, è stata definita come la “civiltà contadina” a cui negli ultimi tempi da più parti si guarda con crescente interesse.
Il volume – corredato da disegni di Angelo Vallin, autore anche del quadro scelto per l’immagine di copertina – può essere richiesto direttamente all’editrice “Turismo & Cultura”, presso l’ufficio operativo di Rovigo in via Oberdan 17, tel. 0425/25795.
Quid est Catulle?
Quid est Catulle? Quid moraris emori? È il primo verso di una lirica disperata, forse l'ultima scritta dal grande poeta latino, il quale si chiede cosa stia succedendo e perché tanto tardi a giungere il momento della morte, quasi un'invocazione ad un rapido trapasso ormai imminente.
Un interrogativo, il Quid est Catulle?, utilizzato come scandaglio da P.D. Tironi nel compiere la sua indagine sulla vita del poeta più amato dai cultori della civiltà latina. Una domanda che aleggia in ogni pagina del libro, in cui l'autore, ripercorrendo un breve ma intensissimo arco della storia di Roma, delinea con vivacità la vita di Catullo, i suoi spostamenti, i pensieri, gli amori, le emozioni e le sue suggestioni letterarie.
Tironi ripropone i tratti salienti della vita e i principali brani lirici del grande poeta latino, utilizzando il filo conduttore di un lungo dialogo intrecciato tra due amici, Cornelio e Claudio, in viaggio da Roma a Sirmione. Ogni segmento del loro itinerario – ricostruito anche questo con certosina precisione seguendo le vie consolari – viene dedicato a ripercorrere i momenti significativi dell'esistenza di Catullo, inquadrati nella storia romana. Emergono così i grandi protagonisti del primo secolo a.C., spesso ritratti con le parole di Catullo, in molti casi taglienti e rivelatrici di impensabili lati del carattere e del comportamento di uomini di rilievo, conosciuti oggigiorno per lo più soltanto sotto il profilo scolastico.
Si accendono nelle pagine del libro le passioni di Catullo, che trovano il loro apice nei versi spesso dolcissimi, ma altre volte amari, dedicati a Lesbia, unico grande amore mai dimenticato o rinnegato. Si rivelano le speranze e le immancabili delusioni che accompagnarono la breve vita dell'inquieto poeta, eccezionale maestro di lingua latina, capace di toccare con i suoi versi i dolci momenti dell'elegìa, ma anche i dissacranti registri della trivialità.
Questo dunque Catullo riscoperto da Tironi, autore quest'ultimo certamente originale che, mai dimentico di un poeta conosciuto sui libri di scuola negli anni del liceo, ha lasciato definitivamente il suo abito di ingegnere meccanico trasformandosi in scrittore per fornire una risposta ad una domanda che sempre lo ha accompagnato nella sua vita: Quid est Catulle?.
(Lino Segantin)
Un secolo fa, circa…
Hanno l'allure ora del pamphlet, ora dell'elzeviro o propriamente del saggio i "pezzi" che compongono la silloge Un secolo fa, circa … , ultima fatica letteraria dello storico e critico d'arte Pier Luigi Bagatin, direttore della Biblioteca "Baccari" di Lendinara. Il marchio editoriale è quello del Resto del Carlino, a cui il saggista collabora con servizi culturali.
Protagonista apparente del florilegio è il Polesine con i suoi personaggi e il patrimonio monumentale noto o misconosciuto che l'autore fa sapientemente uscire dall'ombra dell'oblio, confortato sempre dalla rigorosa scientificità delle sue ricerche (e lo attestano le puntigliose note a piè di pagina). Protagonista criptico, ma non per questo meno reale, è lo spessore del pensiero analitico-deduttivo del nostro autore, incentrato soprattutto sul concetto del tempo. Ci riferiamo in particolare ai brani: "Una città e i suoi volti senza tempo" (p. 149), "Le porte del cielo" (p. 109), e "La luce del tempo" (p. 165). Hora ruit, παντα ρει (pànta rèi), il fluire inesorabile del tempo è descritto con animo triste e penna felice; l'eterno ritorno dell'uguale – di nietzschiana memoria – sembra essere il martellante protagonista dell'autore che dall'universale – nella sua tecnica narrativa – passa al particolare, incastonando il fatto polesano in una vasta cornice storica.
La galleria dei personaggi indagati si apre con il poeta Livio Rizzi, tratteggiato con penna affettuosa, definito autore di "graffiti delicati di un'epica contadina"; altro ritratto toccante è quello di Gino Piva, in occasione del cinquantenario della morte. Incontriamo la primizia di Altegrado Cattaneo di Lendinara, effigiato nella patavina cappella degli Scrovegni; due medici legati alla peste del Seicento in Polesine; i Canozi, maestri della tarsìa, questa volta menzionati quali protostampatori. Singolare il ritratto "schizofrenico" del sior Pio Mazucchi, a metà tra l'umanista bucolico e l'astioso polemista. La galleria è lunga: Adolfo Rossi vi merita un posto d'onore e così il "leone bianco" Giovanni Miani, lo storico Giuseppe Fiocco, il liutaio Montagnana e l'adriese Cieco Groto. Anche opere d'arte, palazzi (Casa Angeli) e vie rodigine (Corso del Popolo) assumono la forza di personaggi, si antropomorfizzano.
Siamo comunque incerti se preferire il Bagatin dello sdegno civico, quello che si indigna per la poca cura delle istituzioni locali nei confronti del patrimonio monumentale, che stigmatizza i medici palancai, che dissente dal lessico oscuro di certa critica d'arte, o se apprezzare maggiormente l'uomo della tenerezza, quello che sa parlare al cuore delle madri nella "Ruota degli innocenti" (p. 49) o che sa parlarci d'amore (p. 17). Qualche fiore linguistico, citazioni sempre appropriate, rendono ancora più verde il prato della narrazione di un'antologia scritta con grande sapienza storica, non certo inferiore alla bella prosa levigata di classica estrazione.
In appendice alla silloge potremo ammirare una selezione di splendide fotografie rinvenute dall'autore nella soffitta della storica Cà Dolfin e trasferite nella pagina dalla mano sapiente di Antonio Guerra.
(Grazia Giordani)
Teatro e dintorni
Il libro porta in copertina l'immagine di un Carnevale dipinto da Edoardo Chendi, e sempre di Chendi è il ritratto di Miro Penzo, giovane, sul retro del volume. Ci si può chiedere che cosa io voglia con questo sottolineare; in realtà tendo ad affermare che la produzione dello scrittore è calata nel mondo della Commedia Veneziana e rappresenta un'epoca ormai scomparsa; infatti quando Miro "si affaccia alla ribalta del teatro veneto" si spegnevano già le luci sul palcoscenico e si chiudevano i battenti dell'ultima stagione.
È un Penzo giovane quello che si dedica al teatro con grande entusiasmo come egli stesso afferma nelle "Note autobiografiche". Egli conobbe i più bei nomi della scena degli anni '50, da Baseggio, a Cavalieri, a Micheluzzi che, in un certo senso, lo incoraggiarono e lo sostennero nella sua esperienza di Commediografo.
La prima Commedia in tre atti, in dialetto veneto, scritta poco prima del 1950, "Morto che parla", viene rappresentata al Teatro Sociale di Rovigo dalla Compagnia di Carlo Micheluzzi nel 1953. "Erano i giorni più belli della mia vita – osserva l'autore – avevo scoperto il teatro". In realtà si può dire che egli si è sempre dedicato al teatro, fin dalla prima rappresentazione a Bagnolo di Po dove insegnò come maestro.
Miro è una figura emblematica della nostra città, come tanti altri poeti e prosatori da Rizzi a Palmieri, da Savaris a Piva, a Cibotto, personaggi che, protagonisti di una epoca, ne hanno tramandato gli aspetti e soprattutto i valori.
Proprio perché non tutto vada perduto, Miro si è deciso a pubblicare alcune delle sue commedie, quelle che non sono state portate sulla scena oppure sono state trasmesse per radio.
Così "La Sindachessa" è stata riscoperta nel fondo di un cassetto nello studio di Penzo, eppure si tratta di un dramma che meritava migliore sorte, ma sembra che il Commediografo l'abbia volutamente lasciata in disparte trattandosi di storia troppo recente, nel mondo del secondo dopoguerra, che egli così bene delinea, con tante ombre oscure e tante debolezze umane.
Che dire poi dei quattro drammi radiofonici, “Le fantasie del Signor Athos”, “Oci parlanti”, “Tomba de famegia”, “Cercasi marito”, se non che è un “gusto” un piacere leggerle, ma ad alta voce, ascoltando il suono delle parole?
Tutto si accomoda nelle Commedie di Penzo anche in quella che è la più tragica: “La Sindachessa” che è un dramma con un riscatto umano alla fine perché Camilla confessa di aver ucciso, ma di voler risalire dall’abisso.
È un dramma come quelli che io, ragazzina, leggevo sulla rivista “Dramma” a cui mio padre era abbonato. A quei tempi non c’era la TV ed anche le sale cinematografiche erano poco frequentate; si ripiegava sul teatro, anche sui teatrini parrocchiali. Spesso anche si faceva parte di qualche compagnia filodrammatica locale. Così si leggeva, si imparava a pronunciare con accento meno veneto le battute, si diventava meno timidi e meno campagnoli, ci si ritraeva fra amici con cui condividere una passione: il teatro.
Tutto questo mi ha fatto ricordare la lettura del libro di Miro Penzo “Teatro e dintorni”.
(Nilda Tiengo)
Ricordi, maestro, quel giorno di novembre
Il maestro Rigolin, originario di Lendinara, attualmente presidente della Camera di Commercio di Rovigo, ha svolto per anni l’attività di maestro di scuola elementare – dal 1939 al 1968 – nel territorio del Delta del Po, con una assenza di alcuni anni a causa della guerra perché al fronte. Una realtà quella del Basso Polesine che Rigolin ha avuto modo di conoscere a fondo e che ha voluto fissare nel suo libro tratteggiando figure e personaggi, luoghi, emozioni, ma anche sofferenze, tribolazioni e lotte per la sopravvivenza.
L’autore si è innamorato di questa terra e il suo libro lo rivela con chiarezza. Tutto ha avuto inizio quando nel lontano 1939 il direttore didattico delle scuole rurali propose al giovane maestro di assumere l’incarico presso le scuole elementari di Scanarello, piccolo borgo situato nel comune di Contarina, nel profondo Delta.
Fu da quella esperienza che Rigolin scoprì la ricchezza morale e spirituale della gente del Basso Polesine, l’avvertì nel condividere con loro la solidarietà in una terra quotidianamente toccata dalla miseria.
Egli non si limita solo ad andare ad insegnare a Scanarello ma vi si trasferisce e vi abita con la sua famiglia per diversi anni; condivide le difficoltà e vive in quella comunità lontana dal mondo e fuori da ogni sviluppo industriale. Ecco perché con molta naturalezza descrive la fatica del lavoro organizzato in quegli anni attorno ad una grande azienda, grazie alla quale i braccianti possono trarre un po’ di sostegno per le loro famiglie. Erano circa 500 gli abitanti, con la presenza di una cinquantina di bambini suddivisi nelle cinque classi dove la scuola funzionava mattino e pomeriggio.
Il libro racconta poi dei momenti di ritrovo nelle stalle, ai quali anche il maestro partecipava per trovare occasioni di amicizia. Non mancano le pagine che descrivono la voglia, la forza di quella gente di vincere la loro situazione di miseria e di riscattarsi con dignità.
Il volume, che si legge tutto d’un fiato perché concepito come un insieme di flash tutti intrecciati tra di loro, si conclude con la descrizione della adunata nella piazza del paese – il 10 giugno del ’40 – per la dichiarazione di guerra che vede anche il piccolo e lontano paesino del Delta coinvolto in questo immane dramma.
(Settimio Rigolin)
Canar di San Pietro Polesine
Un libro che racconta il mistero di Canar, ampia distesa di terra tra San Pietro Polesine e il bacino delle Valli grandi Veronesi. “È il quarto quaderno pubblicato dalla CPSSAE polesano, un testo monotematico sui primi esiti delle campagne di scavi archeologici condotti dalla fine degli anni settanta ai nostri giorni. Tra le pagine, la storia affascinante e antica della pianura padana, che, nell’antica età del bronzo, si presentava come una terra acquitrinosa, selvaggia, coperta di foreste planiziali, fitte e intricate di rampicanti e grandi alberi.
E gli uomini? La più antica civiltà padana fu quella delle terramare: una forma di colonizzazione della pianura, portata avanti da piccoli gruppi di “emigranti”, provenienti dall’area danubiana. Questa gente avrebbe progressivamente colonizzato il territorio della media e bassa pianura a nord del Po, trovando, nelle zone umide, lungo i corsi d’acqua minori, condizioni ottimali per riprodurre modelli di insediamento e di sfruttamento del territorio già ampiamente consolidati nella regione gardesana.
E infatti a Canar di San Pietro Polesine, gli scavi hanno riportato alla luce un villaggio di palafitte, e grazie all’impegno degli archeologi è stato possibile “ricostruire” la vita di questa gente. Erano pescatori e cacciatori che frequentavano con abilità le paludi e i boschi, nutrendosi con pesce e selvaggina, raccogliendo i frutti spontanei, ma anche coltivando la terra, strappata con fatica alle acque.
L’esperienza migratoria di questi gruppi potrebbe aver dunque costituito una delle condizioni più significative per il passaggio, nel corso della media età del bronzo, a forme di occupazione più stabili della pianura, prima a nord e poi a sud del Po, e ai caratteristici villaggi arginati che richiamano, in alcuni aspetti strutturali, le palafitte a secco, nel solco di una millenaria tradizione insediativa.
Oggi, come si è detto, la prima parte delle ricerche su Canar può considerarsi conclusiva e il testo pubblicato dal Cpssae risulta prezioso per diversi motivi: oltre ad aver inquadrato con esattezza la struttura del villaggio riemerso, catalogando con cura il materiale rinvenuto, il volume offre una nuova visione dell’habitat locale in quella antica età.
(Annalisa Boschini)
La cultura delle acque
Il volume nasce dalla raccolta di dispense dei Corsi svolti a Porto Viro nell' anno accademico 1996/97.
Il libro, dato alle stampe a cura dell' Università Popolare Polesana con il concorso dell'Amministrazione Provinciale, vuole essere un contributo culturale offerto a tutta la Gente Polesana nella convinzione che aumentare la cultura significa aumentare la consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri.
Voluto dall'allora dirigenza dell'Università (Achille Catozzo presidente, Valentino Lodo vicepresidente, Primo Cuberli direttore) il corso "La cultura delle acque" è stato appositamente tenuto a Porto Viro, in quanto punto strategico del Delta e qui ha trovato favorevole accoglienza da parte dell'Amministrazione Comunale con impegno personale del sindaco Franco Franchi.
L'acqua è passato, presente e futuro del Delta, e il volume vuole essere un incentivo a tenere sempre presente il problema da parte di quanti hanno la responsabilità di garantire la sicurezza idraulica del Polesine, tenendo lontane le catastrofi.
In questo periodo, in cui si torna a parlare di estrazioni e di bradisismo, l'Università Popolare Polesana mette a disposizione di quanti lo desiderano il bagaglio di conoscenze e di esperienze che possono essere tratte dalle relazioni.
(Ornella Grompi)
Giulia
Ed. Nike Kai Dike – Fiesso Umb. – 1999
Dopo 35 anni di articoli di cronaca, quale corrispondente de "Il Gazzettino" e di altri periodici, e da dieci anni, cioè dalla sua nascita, come collaboratore di questa rivista "Ventaglio novanta", Paolo Zambonin, conosciuto anche nel mondo dell'arte come apprezzato pittore, da qualche tempo ha iniziato a manifestare un interesse sempre più intenso verso la narrativa.
Dai primi racconti al romanzo vero e proprio il passo è stato breve.
"Giulia", appunto questo suo primo romanzo, dato alle stampe nel mese di aprile di quest'anno, è nato per caso. Zambonin ha cominciato a scriverlo pensando di narrare in alcune pagine le sensazioni ed i ricordi che affioravano alla memoria di Giulia, una giovane donna che si era concessa un momento di relax, dopo giorni di lavoro e di tensione, approdando, fuori programma, in un albergo del Lido di Spina, meta di soggiorni estivi negli anni della sua giovinezza.
Lo scrittore è stato preso dalla vicenda e ha continuato ad addentrarsi nella storia e nelle rievocazioni di questa ragazza: e gli avvenimenti si susseguono con scorrevolezza e finiscono per avvincere il lettore, che si appassiona e, pian piano, si trova legato, incuriosito ed invogliato a proseguire nella lettura, nello stesso modo in cui Zambonin era stato, a sua volta, preso nella stesura del testo.
Nel modo di scrivere, si sente la lunga militanza di Zambonin nella cronaca: una scrittura serrata con un alternarsi di vicende che si susseguono sempre più incalzanti, una scrittura senza sbavature ed evasioni di sorta seppure, a volte, essa si soffermi nelle descrizioni del paesaggio e dell'ambiente, nelle quali si coglie anche l'esperienza di Zambonin pittore, che indugia sulla poeticità e sui cromatismi delle cose che ritrae.
L'amore è la molla che muove e aleggia in tutto il romanzo, anche nella sua seconda parte in cui gli avvenimenti si fanno drammatici e la suspance, che essi sanno suscitare, avvince ancor più il lettore.
"Giulia" è un romanzo pregno di poesia e di sentimento che incuriosisce ed appassiona suscitando, il desiderio di conoscere lo sviluppo della storia ambientata, oltre che al Lido di Spina, a Ferrara, Milano e Como.
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Come citare questo articolo
Autori Vari. “Libri in redazione”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/libri-in-redazione-14/