Da qualche tempo sembra essersi riaccesa l’attenzione nei confronti di un bene architettonico ed ambientale – qual è il complesso dell’ex Ospedale Psichiatrico Provinciale di Rovigo – da anni in stato di abbandono. L’ultima importante iniziativa, che ha acceso i riflettori sull’originale complesso di Granzette si è svolta alla fine del mese di marzo, in occasione della venticinquesima edizione delle Giornate del FAI di Primavera. L’evento ha registrato un’ampia partecipazione (oltre 2000 presenze) non solo dei cittadini del Polesine ma anche dei numerosi visitatori provenienti da altre province, quali Ferrara, Bologna, Padova, Bassano del Grappa, Treviso e Verona.
Altre importanti proposte, volte a sostenere la necessità di un piano di recupero del bene rodigino, si sono registrate negli ultimi tempi, come riportato nella scheda “Una pluralità di attenzioni”.
L’idea e l’avvio dei lavori
L’Ospedale Psichiatrico (a scala provinciale) nasce da un progetto dei primi anni del 1900, come una struttura destinata ad accogliere i “maniaci poveri”, in attuazione della legge n.36 del 1904.
La necessità di realizzare questo tipo di strutture assistenziali emerge alla fine del 1800, dovuta all’esigenza di combattere la malattia mentale alienante. Questo tipo di malattie risultano infatti in forte aumento tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 (in Italia nel 1874 vi erano circa dodicimila pazienti internati e nel 1918, dopo la prima guerra mondiale, circa quarantacinquemila pazienti internati). Le prime disposizioni nazionali relative agli Ospedali Psichiatrici risalgono alla Legge Giolitti del 1904.¹
In base a tale legge si rilevava quindi l’urgenza di dotare anche il Polesine di una struttura idonea all’internamento coatto dei malati. La localizzazione, uno dei fattori caratteristici e caratterizzanti il progetto di un Istituto specializzato per la cura della malattia mentale, è significativa del fatto che l’Ospedale dovesse sorgere in un ambiente il più possibile naturale, extra-urbano, defilato rispetto alla città.²
Un progetto innovativo, dunque quello rodigino, approvato con entusiasmo da personalità di levatura nazionale come il direttore dell’Ospedale psichiatrico di Firenze Eugenio Tanzi e l’illustre professore Antonini direttore dell’Ospedale psichiatrico di Udine considerato all’avanguardia.
Il complesso è previsto su di un’area lontana circa 7 km dal centro storico, con una superficie a disposizione di circa 120.000 mq. oltre a circa 94.000 mq. di area agricola. L’incarico per la sua realizzazione è affidato, tra il 1904 e il 1906, all’ingegnere capo dell’ufficio tecnico provinciale Vittorino Cinque e all’ingegnere Luigi Crocco assessore ai lavori pubblici.³
Il 16 luglio 1907 l’Amministrazione Provinciale acquista dalla Contessa Maria Costanza Ferri parte del fondo “Carrare” (circa 20 ettari) in località Cantonazzo.
Dalla consultazione dei documenti e delle cronache locali del periodo emerge una intensa attività di propaganda sull’argomento. In particolare sono da sottolineare gli accesi dibattiti del Consiglio Provinciale e il dispiego di importanti mezzi tecnici ed economici per la realizzazione dell’opera, anche se ben presto interverranno alcuni aspetti frenanti. Diviene infatti via via evidente una scarsa attenzione dell’Amministrazione nella gestione delle risorse e nel controllo dei lavori, tanto che, dopo alcuni mesi dall’inizio del cantiere, si arriva alla sospensione dell’attività costruttiva⁴. Seguono anni di incertezza e di abbandono, dovuti anche allo scoppio della prima guerra mondiale: tutto il complesso dal 1915 al 1919 è requisito dall’esercito come sede di due batterie di artiglieria e come ospedale da campo.
Il progetto
Il progetto del 1906 prevedeva l’utilizzo di una tipologia architettonica aperta definita “no restraint”, che il direttore dell’Ospedale psichiatrico di Reggio Emilia Augusto Tamburini aveva sperimentato nel reparto osservazioni del nosocomio emiliano; in altri termini, un Ospedale a padiglioni⁵.
Il progetto terapeutico, coerentemente con la scelta tipologica dei padiglioni immersi nel verde, era basato sul ricorso ai metodi della ergoterapia come sistema evoluto di cura: alcuni reparti erano attrezzati con laboratori per attività manuali ed erano previste, negli ambiti di proprietà, alcune aree destinate alle colonie agricole⁶.
La superficie occupata dai corpi di fabbrica, dai viali, dalle aree pavimentate, dai cortili e dai giardini raggiungeva circa 10 ettari, e uguale superficie era occupata dalle colonie agricole per un totale di circa 20 ettari.
La planimetria del progetto del 1906 presenta una distribuzione di ventidue edifici collocati su due semicerchi concentrici. Uno schema compositivo a doppio ferro di cavallo per consentire il controllo visivo dei padiglioni provvisti di semplici recinzioni leggere (solo i padiglioni dei pazienti agitati, della necroscopia, delle malattie infettive e della disinfezione sono perimetrati da un muro di sicurezza).
Nell’asse principale convergono tutti gli edifici necessari alla gestione ospedaliera, la direzione, la cucina, la cappella, l’idroterapia, la lavanderia, una sala per le riunioni, la lavanderia, gli impianti meccanici e le malattie infettive.
Sono collocati nel primo semicerchio esterno gli edifici destinati alla cura dei pazienti chiamati “primo uomini, secondo uomini, terzo uomini” (parte sinistra); “primo donne, secondo donne, terzo donne” (parte destra): sono i padiglioni per la cura dei pazienti, tranquilli, semiagitati e agitati, disposti secondo gradi diversi di alienazione⁷.
Anche il progetto dei giardini e del parco riveste un ruolo terapeutico legato alle pratiche ergoterapiche.
Nel cerchio interno si trovano il padiglione osservazioni, l’infermeria e gli edifici destinati agli ospiti paganti delle sezioni maschile e femminile. (Figura 1 Planimetria 1906)
Considerato che i costi non consentirono la piena attuazione del progetto, nella sua prima versione, alcuni edifici (i “pazienti tranquilli” e i “pazienti semiagitati” del reparto maschile) subirono una conversione funzionale-produttiva in stazioni sperimentali per la pollicoltura e la bieticultura.
La conclusione dei lavori e l’avvio della struttura ospedaliera
Dalla fine della prima guerra mondiale, seguono altri anni di abbandono. Solo nel 1925 la questione dell’Ospedale Psichiatrico riemerge nelle sedute del consiglio provinciale⁸. Un nuovo progetto viene approvato dal consiglio nel 1928: viene confermata l’impostazione generale del complesso, ma cambiano la dislocazione delle funzioni e le disposizioni planimetriche di alcuni edifici.
Gran parte degli immobili furono soggetti ad interventi di sopraelevazione tali, comunque, da non modificare l’assetto tipologico della prima impostazione. Dopo la conclusione dei lavori saranno eseguiti pochi interventi significativi, se si esclude la sostituzione in alcuni padiglioni degli oscuri originari con mediocri avvolgibili.
Nel 1928, mutate le condizioni gestionali si invertono i reparti: la sezione di destra diventa quella maschile e viceversa, gli edifici riservati agli ospiti paganti sono destinati alle funzioni direttive e alla ospitalità dei pazienti tranquilli donne. (Figura 2 Planimetria anni ‘60)
Il 28 ottobre del 1929, VIII anniversario della marcia su Roma, il complesso ospedaliero fu inaugurato e intitolato a Vittorio Emanuele III (presenti l’onorevole Cao di S. Marco e il presidente della provincia Mario Scarpari).
Durante gli anni ‘30 l’Ospedale assume un ruolo di autosufficienza: si attivano numerose iniziative, per esempio, nella colonia agricola la sistemazione di alcuni orti, dei frutteti, dei giardini, un allevamento di bestiame e nei reparti l’avviamento di alcune attività artigianali quali la tessitura a telaio, la maglieria, il ricamo, il cucito, la lavanderia, il guardaroba.
In questo ambiente la maggior parte del personale medico, soprattutto gli specialisti, in particolare il primo direttore Emilio Padovani (direttore dal 1930 al 1954) maturano la consapevolezza della necessità di un rapporto di umanità con i malati, attraverso il recupero di una dimensione di autonomia e di socialità. Molti pazienti infatti si dedicavano alle attività lavorative in assenza di costrizioni.
Dal punto di vista terapeutico la crescita culturale nel trattamento della malattia mentale segnerà la crescita culturale di questa struttura che si distinguerà per essere un luogo di cura inteso a restituire al malato una dignità di persona all’interno della comunità. In senso opposto negli stessi anni vengono largamente usati (per i casi difficili) i metodi terapeutici come le insulinoterapie, lo shock indotto da insulina, il ricorso alle celle di isolamento e il ricorso ai letti contenitivi.
Le difficoltà della seconda guerra mondiale e la successiva rinascita dell’ospedale
Durante la seconda guerra mondiale le condizioni diventano difficili, a causa del sovraffollamento e della scarsa presenza di personale; si registra perfino la mancanza di cibo e di generi di prima necessità (si raggiunge un tasso di mortalità molto alto, vicino al 13%).
L’occupazione tedesca considera il complesso alla stregua di attività di concentramento, anche attraverso una gestione che prevede lo sfruttamento dei proventi del lavoro interno dei pazienti e usa i padiglioni di isolamento per gli interrogatori (il complesso è considerato obiettivo militare).
A guerra finita è avvertita la necessità di un rilancio della struttura, e nel 1953 il direttore Padovani sostiene con insistenza un nuovo progetto di riqualificazione dell’intero complesso.
Dal 1955, con la nuova direzione del dott. Plinio Sandri, l’Istituto vive una nuova fase di dinamismo: l’Ospedale in questi anni è considerato tra i migliori a livello nazionale. Sandri applica metodi innovativi e persegue criteri legati all’evoluzione della cura dei pazienti eliminando le celle di isolamento, incentivando l’ergoterapia e inaugurando l’istituzione dei reparti aperti (il primo fu ospitato nel padiglione 2)⁹.
Verso la chiusura e l’abbandono
Nel 1978, in applicazione della Legge n.180 (Legge Basaglia), in tutto il territorio nazionale si impone la chiusura degli Ospedali Psichiatrici e la regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio insieme all’istituzione dei servizi di igiene mentale¹⁰.
Alcuni padiglioni sono convertiti in Centro Ospiti per i pazienti non più bisognosi di trattamento sanitario obbligatorio. Il resto del complesso rimane residuo ospedaliero psichiatrico sino al 1995, anno in cui sono istituite le Strutture residenziali di transizione alle Strutture territoriali.
La definitiva dismissione dell’Ospedale è completata nel 1997 ed i pazienti ancora presenti sono accolti in strutture alternative in relazione al bisogno assistenziale di ciascuno.
Di tutto il complesso attualmente sono rimasti attivi tre padiglioni, come archivi storici dell’ULSS, per i quali si continua ad eseguire la manutenzione ordinaria, mentre gli altri sono stati completamente abbandonati.
Purtroppo alcuni padiglioni, in particolare quelli destinati alle attività agricole, sono ormai inghiottiti dalla vegetazione. Il degrado delle strutture provoca smarrimento e amarezza in chi ha a cuore i beni ambientali e culturali del territorio.
Le attese per il futuro
Non mancano alcune iniziative – come quella attuata dal FAI e le altre riportate nella scheda – intese a sollecitare piani di recupero del bene. Recentemente, grazie ai finanziamenti GAL Polesine, si è provveduto ad effettuare alcuni interventi manutentivi sulle aree del parco¹¹.
Da più parti negli ultimi tempi si è dunque intensificata l’attenzione verso il grande complesso dell’ex Ospedale Psichiatrico, un luogo importante per Rovigo, per la memoria collettiva di tutti e soprattutto per la memoria di chi ha trascorso all’interno di quelle mura una parte importante della propria esistenza.
La speranza è che possano davvero nascere progetti di recupero e valorizzazione di un bene da riconsegnare alla collettività con funzioni innovative.
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Come citare questo articolo
Davide Zagato. “L’Ospedale Psichiatrico di Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/lospedale-psichiatrico-di-rovigo/