Nel n. 54 della presente rivista, si è parlato di Francesco Tenan, detto Pippone, il “brigante filantropo” originario di Guarda Veneta, giustiziato a Polesella il 12 ottobre 1852. Una condanna vissuta con un certo disappunto da parte dello stesso giudice inquirente, Giuseppe Chimelli, il quale – colpito dai ragionamenti dell’imputato, che si dimostrava profondamente convinto di aver agito seguendo lo scopo sociale di togliere ai ricchi per dare ai poveri – inutilmente aveva cercato di indurlo a confessare il nome degli adepti alla banda per assicurargli uno sconto di pena e salvargli la vita.
Pippone, un personaggio sicuramente diverso dai tanti popolani che a metà Ottocento avevano imboccato la strada della delinquenza e dell’associazione in bande armate. Queste erano dedite ad organizzare prevalentemente assalti notturni alle fattorie e pronte perfino ad uccidere allo scopo di impossessarsi dei beni di famiglie ricche o comunque benestanti.
Ma come nacque e si diffuse la piaga del banditismo, e come riuscirono le autorità austriache, sotto cui ricadeva il governo del Lombardo-Veneto, a debellare questo fenomeno inquietante?
Genesi del banditismo
Per capire la portata del fenomeno bisogna innanzitutto partire dalle condizioni economiche del territorio, che, agli inizi del XIX secolo – specie nel Polesine – si presentavano davvero drammatiche. Già nel periodo napoleonico, tra il 1796 e 1815 erano avvenuti radicali cambiamenti nella società polesana. Con la diffusione delle nuove idee rivoluzionarie e l’affermarsi del concetto di uguaglianza civile degli uomini diventati tutti “cittadini”, cominciò anche la decadenza dell’aristocrazia latifondista veneta e ferrarese. Nuovi ceti sociali iniziarono a farsi strada, in particolare nuovi proprietari e conduttori delle terre, unica fonte di sostentamento per la maggior parte della popolazione.
D’altra parte aumentava il numero del proletariato bracciantile, la classe più debole e la più disagiata, quella che forniva la mano d’opera per i lavori agresti. La retribuzione dei braccianti era insignificante: 40 centesimi al giorno nei mesi estivi, per alcuni una specie di elemosina nei restanti mesi; per tutti gli altri la disoccupazione, la fame e spesso la malattia.
Alle origini, dunque, l’indigenza. Nella mente dei più la fame era l’ossessione quotidiana, motivo di insofferenza, di azioni illecite, di piccole ruberie, del furto campestre, del contrabbando, di rapine alla strada, che culminarono con la vera formazione di bande di briganti. Ma non secondario anche un diffuso malcontento per l’esosità fiscale dell’Austria, la coscrizione obbligatoria e forzata per sostenere i propri eserciti.
Dopo le guerre e le rivolte del 1848, la pubblica sicurezza si era fatta molto precaria. La delinquenza comune si era diffusa ed estesa su tutto il territorio della provincia di Rovigo, di Padova e nel vicino mantovano. Molte erano le persone che possedevano armi ed erano pronte ad usarle.
La repressione
Fu allora che il governatore Feld-Maresciallo Radetzky, il 10 marzo 1849 emise un proclama “per tutelare la sicurezza dello stato e delle singole persone”. Il proclama si rifaceva al § 500 del Codice dei delitti del 1803 che prevedeva nelle “emergenze urgenti” l’istituzione del “Giudizio statario”, una procedura giudiziale straordinaria che consisteva nella più breve inquisizione del delitto, nella pronta condanna del colpevole, nella immediata esecuzione della pena, al massimo entro le successive 24 ore. Obiettivo primario dell’iniziativa, un rigido disarmo con fucilazione dei detentori di armi.
Furono soprattutto i possidenti e i borghesi che si assoggettarono all’imposizione della consegna delle armi alle autorità, mentre i malviventi si guardarono bene da ubbidire alle ingiunzioni governative. Cosicchè “Il generale disarmo poi avvenuto in seguito ai rivolgimenti del 1848, tolse ogni freno ai ribaldi che al sicuro di offese, con isfrenata audacia gettavansi ovunque speranza di preda li guidava… e la pubblica forza di allora non sarebbe stata capace di farvi fronte…”.¹
“Ecco come ci ha ridotto Radetzky – mugugnavano le vittime – schiavi in casa nostra, non solo quelli che hanno 100 campi, ma anche quelli che non ne hanno… Cosa aspetta a muoversi, teme che lasciandoci le armi le usiamo contro di lui? Non si accorge che molti grandi agricoltori abbandonano i campi e si rifugiano nelle grosse borgate e quando i campi non daranno più frutti che cosa mangeranno i poveri? …e i meno poveri?”²
Infatti queste bande – che a differenza del banditismo meridionale non si davano alla macchia, ma si radunavano la sera nelle osterie – guidate da un capobanda, assalivano case e fattorie non solo di benestanti, ma anche di coloro “che hanno qualcosa di più che li tenga estranei dalle grinfie della miseria…”³. Si dividevano il bottino e, prima dell’alba, facevano ritorno alle loro case.
La tecnica era quasi sempre la stessa. Si presentavano nottetempo nella corte, battevano con una pertica alla finestre del padrone: “Sior Bepo, sior Bepo, semo i sasini, semo in 19, volemo 500 talleri (1.800 €)…”⁴.
A questo punto poteva cominciare una specie di trattativa. Ecco alcuni episodi esemplificativi, relativi all’alto Polesine, conclusisi con la cattura dei fuorilegge, giustiziati seduta stante nei paesi di provenienza tramite la rigida ed immediata applicazione del “giudizio statario”.
A Calto
Era il 28 maggio 1849. Verso le ore 10 di sera, 14 malfattori circondarono l’osteria di Domenico Fioravanti, detto Zaton di Calto. Il capobanda era Stefano Nicolai detto Stufadin”, calzolaio venticinquenne, di riprovevole condotta fin dall’infanzia, dedito ai delitti di carattere oltremodo ardito e violento, di fama molto pregiudicata; … Autore di ventinove rapine, di cui varie “alla strada”, e una con omicidio e di tre con pubbliche violenze. Con lui c’erano anche Stefano Nicolai, Pietro Corraini, Luigi Bulgarelli, Giovanni Panzani, tutti di Ficarolo e Giovanni Battista Trombetta, di Garofalo. Furono in seguito individuati e catturati.
Il processo fu celebrato a Calto il 9 novembre 1851, nel salone della casa oggi proprietà Vallini: Stefano Nicolai, capobanda, reo confesso, Pietro Corraini, Luigi Bulgarelli, Giovanni Panzani, Giovanni Battista Trombetta, furono condannati a morte, e la sentenza fu eseguita nel retro di fabbricato stesso. Girolamo Calza, fu condannato a 20 anni di carcere duro.
A Ceneselli
Nella notte del 2 dicembre 1849, fu la volta della “boaria” di Domenico Verzola, di Ceneselli, Per dimostrare le loro intenzioni avevano “fatto vedere il galletto rosso”, cioè avevano incendiato il cumulo di fascine, ma i danni furono ingenti. 14.440 lire austriache per danni alle cose (57.800 euro) e 9000 lire di danni agli immobili (36.000 euro). Facevano parte della stessa banda Antonio Zuliani, detto Zampet, e il figlio Giovanni, Luigi Cangini, Giovanni Rivarolli, Giorgio Poltronieri detto Scric e un certo Scascion di Bergantino. Il processo si concluse con la condanna alla fucilazione di tutti gli imputati.
A Castelmassa
Il 26 marzo 1851 era un sabato e a Castelmassa era giorno di mercato. Sotto processo erano i componenti di una banda di Stienta, rei di aver assalito e saccheggiato, secondo il rituale noto, la casa della famiglia Cuccati. Carlo Fortini, capobanda, Antonio Colognesi, Giuseppe Battaia, Domenico Cometti, furono condannati a morte e fucilati sulla piazza. Domenico Ferrari, Domenico Pedocchi, Giuseppe Tralli, furono condannati a 20 anni di carcere duro.
A Bergantino
Diversi furono i briganti processati e condannati di Bergantino. Oltre a formare bande locali, alcuni di loro si aggregavano anche a bande di centri lontani. È il caso di Giuseppe Zambonini, di 31 anni, di “cattiva fama” e del carriolante Antonio Barilli. Nella notificazione datata 25 ottobre 1851 compare anche un Francesco Ferrari, anche lui di Bergantino, detto Pancrazio, mugnaio, descritto come disertore e soggetto di “cattiva fama e di violento carattere”. Ai giudici confessò 28 rapine, otto furti e due incendi. Delitti a carico che fa di lui certamente un capobanda. La sua figura diventerà un mito, rievocato nel 1885 nei movimenti bracciantili del Polesine⁵.
A Gaiba
Sabato notte dell’11 maggio 1850, una banda assaltò la casa di Giovanni Ferracini, di Gaiba. Tra i briganti i fratelli Francesco e Giuseppe Bosi, rispettivamente di 25 e 20 anni, Lorenzo Ferraresi, detto Caplon, di 22 anni, Sante Rizzo, detto Bellanzo, di 42 anni, tutti di Salara. Con loro fu processato anche Luigi Moretti di Corà. Giuseppe Bosi, colpevole di altre rapine e di un omicidio, fu condannato a morte, fucilato e sepolto sul posto. Gli altri furono condannati a 20 anni di carcere duro.
“Divenuto inutile ogni riparo, chè con iscale a mano irrompevano dalle finestre o dal tetto, con mazze e scalpelli perforano i muri, con travi a guisa di ariete, abbattevano porte e cancelli, conculcata ogni cosa più sacra e cara, oltraggiate le femmine, minacciate, e lese le persone, tolti i beni, e di frequente anche de’ più cari la vita, dolorosa apprensione ognuno affliggeva, in abbandono e non curanza, giacevano molte economie, tutto languiva con grave pregiudizio delle famiglie e del pubblico bene…”⁶.
Il dilagare del banditismo e la Commissione d’Este
Il proliferare di queste bande dilagava, disseminando paura e terrore tra la popolazione. Nel giugno 1849 il Delegato di Rovigo, chiese aiuto al Luogotenente conte Tuhrn: “…bande di 30 – 50 aggressori, … crescevano in audacia e in numero, provocando la giustificata apprensione dei pacifici abitanti dei paesi, specialmente nei distretti di Massa, Occhiobello e Lendinara…”.⁷
Queste bande erano principalmente formate da proletari disoccupati, ai quali si univano renitenti alla leva, ex militari in congedo, avvezzi a farsi valere anche con la violenza, ad arraffare il profitto senza scrupoli, disertori, vagabondi, e criminali comuni.
Continuamente, da tutte le parti affluivano alle autorità politico-amministrative denunce di violentissime estorsioni e audacissime grassazioni mentre i provvedimenti delle autorità civili adottati si rivelavano infruttuosi.
Il conte Valmarana nel 1850 si rivolse al comando militare di Padova, dove “espose la commovente situazione della provincia, dall’assassinio oppressa e l’insufficienza degli sperimentati rimedi, e l’urgente bisogno di efficace provvedimento…”⁸.
Sulla scorta del proclama del 10 marzo 1849, emesso dal Feld-Maresciallo Radetzky, che contemplava il “giudizio statario”, nel 1850 fu istituita una Commissione speciale, il Giudizio Statario, un tribunale militare che prese il nome dalla località in cui si riunì la prima volta: “La commissione di Este”. Divenne un tribunale itinerante: quasi sempre si riuniva nelle località presso cui erano avvenuti i crimini, sulla pubblica piazza, o in case, requisite allo scopo.
Le esecuzioni capitali, mediante fucilazione, erano eseguite sul posto stesso, e lì erano sepolti i corpi. I condannati al carcere venivano rinchiusi nelle prigioni di Mantova, Verona, Padova.
I risultati della “Commissione” sono sconcertanti. Dal giugno 1850 all’aprile 1854, furono giudicati 1.204 imputati di banditismo; solo 9 furono assolti, 414 furono fucilati, 781 furono condannati a periodi di reclusione più o meno lunghi e ai lavori forzati. Le condizioni in cui erano tenuti questi prigionieri furono spaventose. Moltissimi di loro morirono in carcere di tubercolosi, di gastroenterite, di malaria…
Gli esempi più sopra citati, di casa nostra, se così si può dire, sono abbastanza rappresentativi: danno un’idea della natura del banditismo, che si manifestò in quegli anni, non solo nelle nostre zone polesane, ma anche nel padovano, nel veronese, nel mantovano. Forniscono anche testimonianza di come gli Austriaci, che in quell’epoca governavano il Lombardo Veneto, affrontarono il problema. La repressione dei “banditi” fu condotta così massicciamente e ferocemente, che nella storia del Risorgimento trova un confronto solo nel modo con cui il Regno d’Italia condusse la lotta per soffocare il brigantaggio meridionale nel periodo 1860 – 1870.
Mentre la storiografia si è ampiamente interessata di questi ultimi fatti, il fenomeno del brigantaggio nostrano è ancora in gran parte da scoprire.
Il giudice istruttore Giuseppe Chimelli
Trentino di nascita (Pergine Valsugana), Giuseppe Chillemi fu il principale giudice istruttore della “Commissione d’Este”: indusse tutti gli accusati a confessare i loro delitti, a collaborare con la corte, palesando anche i nomi dei complici. Soltanto se l’imputato garantiva tale piena collaborazione con la corte, c’era qualche speranza per lui di aver salva la vita. L’intera procedura giudiziaria, si basava sulla confessione e sulla figura, oggi tristemente nota, del “pentito”. L’inquisitore redigeva un verbale ed invitava l’accusato a sottoscriverlo con la postilla che quanto dichiarato, corrispondeva a verità. Se questi non confermava poteva essere bastonato e lasciato senza cibo. Il procedimento processuale era quanto mai sommario.
Di fronte alla Commissione l’imputato era inviato a dire il proprio nome, spesso anche il soprannome, l’occupazione, il luogo di residenza. Il giudice inquirente leggeva alla Commissione le dichiarazioni verbalizzate dell’inquisito, in lingua tedesca, e dava atto che l’accusato l’aveva sottoscritta come “rispondente a verità”. Il reo non aveva alcun difensore e, poichè gli ufficiali componenti la commissione erano tutti austriaci, non aveva neppure la possibilità di capire le deliberazioni sancite.
Con l’applicazione delle severissime norme e la determinazione del governo austriaco di perseguire i colpevoli, il fenomeno del banditismo fu debellato. Il ruolo del giudice istruttore Giuseppe Chillemi nell’estorcere le confessioni fu sicuramente determinante.
Nel 1887, trentatrè anni dopo l’ultimo processo del giudizio statario, celebrato il 30 aprile 1854, il Cav. Giuseppe Chimelli – ormai residente in Este con la propria famiglia, divenuto anche cittadino italiano – forse preso da un rimorso postumo, o sollecitato da critiche per le atrocità delle sue sentenze, scrisse un libretto, una specie di pamphlet dal titolo: “Storia del grande processo di Este, contro ladroni, a ripulsa dell’ingiusto appunto al principale giudice istruttore dello stesso”. Egli cerca di giustificare tutta quella severità da molti giudicata eccessiva e non proporzionata alla gravità dei reati.
Nel testo presenta, con tinte drammatiche il clima che bande di briganti imperversanti nelle campagne, avevano suscitato con le loro aggressioni e i loro assalti specialmente a case campestri di benestanti possidenti, o fittavoli. Gran parte della storia qui evocata si basa sui contenuti di questo libro, sulle sentenze emesse dal “tribunale statario”, le rispettive notificazioni che rispecchiano, ovviamente, l’ottica del governo, degli ufficiali dell’esercito e dei funzionari austriaci.
Le condanne erano inappellabili, e senza attenuanti. Le condizioni di vita nelle campagne, la miseria delle plebi rurali non trovano alcun accenno. Secondo questa visione, i briganti non sono poveri che rubano: sono ladri, assassini, violenti, depravati privi di valori religiosi, trascinati nel male da cattive amicizie, corrotti dall’ambiente che frequentavano, l’osteria. Questo è il pensiero espresso anche di Fra Bonaventura da Maser (il religioso che assisteva i prigionieri nelle carceri e che li accompagnava al patibolo) nelle sue memorie indirizzate al I.R. Generale Conte Hoyos.
Banditi o giustizieri?
Per noi, oggi, è difficile porre nella giusta luce le vaste proporzioni con cui il brigantaggio si manifestò nel basso Veneto e anche nei nostri paesi per tanta parte dell’Ottocento. Nella tradizione popolare spesso il brigante era colui che affrontava impavidamente la morte piuttosto che tradire i compagni. Erano considerati come dei giustizieri, vendicatori dei soprusi subiti dai più deboli, una specie di Robin Hood, anche perchè, molti di loro, come il re della foresta di Sherwood, erano inafferrabili. Alcuni entrarono a far parte delle leggende popolari, come Giovanni Stella, o Giaiello, reso famoso da una ballata di Arnaldo Fusinato.
Lo stesso Giuseppe Chimelli, a distanza di trent’anni, rese omaggio ad uno di questi capi banda, Francesco Tenan, soprannominato Pippon, di Guarda Veneta, autore, tra l’altro dell’assalto alla stalla di Silvestro Camerini, in Stienta e del furto di due buoi. Pippon, anche quando in cambio gli fu offerta la vita, rifiutò sempre di palesare i nomi dei suoi complici.
Al suo inquisitore che gli ricordava i suoi misfatti e il dovuto rispetto del diritto di proprietà, rispondeva: “Oh non è così. Son ben più di quel che si crede coloro, che ritenendo opera di usurpazione l’arricchimento dei benestanti, applaudono alle nostre imprese, alle nostre sottrazioni. Ed in vero, perchè gli uni devono avere in esubero, e gli altri esser privi di tutto?”. Alla risposta che è stato così da sempre, replicava: “Può darsi che così avvenisse, ma per Dio, chi nasce in questo mondo, deve pur viverci, col diritto di avere la sua parte, e di viverci al pari degli altri viventi… non è giusto che gli uni si impinguino, perchè gli altri languiscano, ed io con la mia compagnia ho sempre colpito quei vampiri, che studiavano di sfruttare tutto per sè, e noi veramente fummo vendicatori delle offese arrecate all’umanità”.⁹
Il processo di idealizzazione dei briganti è avvenuto esclusivamente all’interno della classe più povera e sfruttata, quella dei braccianti agricoli. E’ interessante e significativo ricordare che la figura di Francesco Ferrari, detto Pancrazio, di Bergantino di cui abbiamo già parlato, rivive il suo momento forte dopo la cocente delusione provocata nel mondo bracciantile per il fallimento de “La boje”, del 1885, cui seguì la dura repressione poliziesca. Molte lettere anonime, con minacce di ritorsioni, inviate agli “agrari”erano firmate “Il nuovo Pancrazio”. Nella figura di Pancrazio risorgeva dunque il mito del brigante.
Nella sentenza del giudizio statario sopra citata del 25 ottobre 1851 si tace sulle idee del vero Pancrazio; ma se a distanza di 35 anni dalla sua scomparsa viene assunto a simbolo di lotta dei braccianti, vuol dire che, in quel mondo, era visto come un giustiziere sociale.
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Giorgio Fioravanti. “Ladroni o giustizieri sociali?”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/ladroni-o-giustizieri-sociali/