Da due anni la “Pescheria Nuova” di Rovigo – in seguito all’importante intervento di recupero che, valorizzando le eleganti arcate neogotiche sul Corso del Popolo, ha nel contempo dato nuova vita al ripristinato ampio spazio interno – si è imposta come l’ambiente più qualificato della provincia per significative mostre d’arte. E la stagione dell’autunno, che dopo le evasioni estive porta con sè la voglia di eventi culturali di rilievo, si è aperta lo scorso ottobre con un’ampia retrospettiva dedicata a Gianni Mantovani, artista lendinarese di rilievo nell’ambito della pittura veneta del XX secolo.
Entrando nella grande sala, l’attenzione del visitatore era subito calamitata da due grandi quadri, percorsi da dirompenti giochi di colore, staccantisi con forza inattesa dalla bianca superficie della tela, i cui confini sfumavano nell’altrettanto candida parete.
Il colore, deciso, vissuto con una carica vitale intensa, rivelatrice di profonde emozioni, sembra aver costituito una scelta dominante nella produzione pittorica di Gianni Mantovani, il cui itinerario artistico si è sviluppato in un lungo arco temporale, per oltre un cinquantennio, dai primi anni quaranta fino alla morte avvenuta, all’età di settantun anni, nel 1994.
La mostra – per la realizzazione della quale ha avuto un ruolo importante l’amico Carlo Tintore, che fra l’altro ha firmato un rivelatore intervanto nell’apposito catalogo, accanto alle approfondite note critiche della curatrice dell’esposizione Marilena Pasquali e a quelle puntuali del direttore dell’Accademia dei Concordi Antonio Romagnolo – ha offerto la possibilità ad un vasto pubblico di apprezzare la ricca produzione artistica di Gianni Mantovani e comprendere l’evoluzione del suo processo pittorico.
Partito da suggestioni naturalistiche, interpretate con una sensibilità molto personale, vivificata dalla pregnante presenza del colore, Mantovani negli anni ‘60 sembra, con decisione inattesa quanto improvvisa, voler ripudiare la forza della ricerca cromatica, per privilegiare diafane scene invernali. E’ così che sulle sue tele si stemperano paesaggi lattiginosi, coperti di neve e appena rischiarati da una pallida luce vespertina: spettrali alberi neri in primo piano e, più lontano, squadrate case silenziose, con le imposte malinconicamente chiuse.
E’ questo un vero e proprio iato nella pittuta di Mantovani, quasi uno strappo verso il nulla, da cui l’artista lendinarese si riprende, alla fine del “periodo anomalo”, con la riconquista, più vitale che mai, del colore. Colore puro, slegato dalle forme, alla ricerca di contesti inesplorati. Caleidoscopi di luce, magiche esplosioni di colore, in molteplici accostamenti, che a volte accarezzano ed altre scuotono l’anima dello spettatore. Si passa dalle verdi mobili trasparenze, ricordo di luci filtrate tra le fronde di boschi montani, alla sinfonia dei rossi contornati da taglienti scaglie bluastre, fino alla placida danza di libere presenze cromatiche sul candido spazio della tela.
Contraltare a queste esplosioni di colore, i disegni, a carbonciono o a china, eseguiti per lo più nella stagione invernale, quando il rarefarsi dei colori della natura suggeriva al pittore momenti di ripiegamento interiore in attesa di nuove esplosioni cromatiche.
Questo in estrema sintesi il mondo pittorico di Mantovani, le cui proposte artistiche hanno suscitato grande interesse nella mostra rodigina che, tra gli altri apprezzati aspetti, ha avuto il merito di riportare, all’attenzione del pubblico e dei critici, un autore sensibile ed innovativo, che va senz’altro annoverato tra gli artisti polesani di maggior rilievo del secolo da poco concluso.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Mantovani e l’ebbrezza del colore”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/mantovani-e-lebbrezza-del-colore/