Certe passioni uno se le trova addosso fin dalla nascita, e non si sa perché: ma con quelle finisce per dover fare i conti. Mario Pavanello è nato con la passione per la pittura, ma ha sempre trovato qualcosa che gli impediva di dedicarvisi a tempo pieno: ciò non di meno, alla pittura è sempre rimasto fedele, coltivandola con entusiasmo e – si deve aggiungere – con umiltà.
Il suo paese di origine, Corbola, non poteva certamente offrirgli molti stimoli né molte occasioni. Però il pavimento della chiesa parrocchiale lo disegnò lui, quando aveva 18 anni.
Allora lavorava come disegnatore tecnico presso un’impresa di costruzioni, la quale, nel 1960, lo mandò nei pressi di Pavia. Ma per Pavanello il chiodo della pittura era sempre lì, piantato in testa. Voleva trovare il modo di acquisire la competenza che gli permettesse di esprimersi come intendeva lui. Potendosi dedicare allo studio solo nei ritagli di tempo libero, segue lezioni private di disegno e pittura, e affronta come privatista l’esame di licenza all’Istituto Statale d’Arte di Monza, diplomandosi brillantemente nella sezione grafica-pubblicitaria. Dopo di che, comincia a partecipare a mostre collettive a Pavia, a Mortara, a Vigevano, a Legnago…
Tornato in Polesine nel 1971, e persa (in conseguenza di un ricovero in ospedale) un’occasione di avviarsi all’insegnamento, Pavanello trova impiego presso un’altra impresa privata. Al disegno e alla pittura può dedicare, dunque, un tempo limitato, ma li coltiva con costanza, fino a ritenere di poter affrontare anche mostre personali. La prima fu nel 1975, a Corbola (e per la sua chiesa in quello stesso anno dipinse due “stazioni” della Via Crucis); l’esito incoraggiante lo stimolò ad esporre, l’anno dopo, ad Adria e a Sottomarina, avviando un dialogo con il pubblico che – sebbene non intenso, per forza di cose – non è più venuto meno.
Ma bisogna anche dire che per temperamento Pavanello non è il tipo che se ne sta chiuso in una stanza a fantasticare: lui si guarda intorno, e se vede che c’è bisogno di dare una mano, non si tira indietro. Così, essendo uomo di fede, è impegnato in diverse attività ecclesiali (ma anche qui sa far fruttare la sua sensibilità per l’arte: da una dozzina d’anni il presepio della parrocchia rodigina di S. Francesco è realizzato sotto la sua direzione).
Purtroppo càpitano anche situazioni non cercate: tre operazioni alla gola hanno lasciato Pavanello senza corde vocali. La sua reazione è indicativa: ha aggiunto un nuovo impegno a quelli che già aveva, e si è reso attivo nell’Associazione Mutilati della Voce, per sostenere con l’esempio e con l’esperienza coloro che si vengono a trovare nella stessa situazione.
A Mario Pavanello si è rivolto don Daniele Peretto, divenuto nel 1989 rettore della chiesa del cimitero di Rovigo: nel 1981 fu rubata da un altare della chiesa una tela raffigurante S. Caterina d’Alessandria; non potrebbe, Pavanello, colmare quel vuoto? Pavanello finisce per accettare, anche se con trepidazione. Con molta umiltà cerca un modello, e lo trova in un particolare di una tela del XVI sec., del veneto Bernardino Licinio, conservata nella Pinacoteca dei Concordi; ma lo rielabora in modo da farne un’opera autonoma e dona il proprio quadro al sindaco di Rovigo perché lo destini alla chiesa del cimitero.
In occasione dell’inaugurazione della pala lo stesso Pavanello ricordava di aver affrontato l’impegno per essere “affezionato alla maniera del Rinascimento”, ma di sentirsi un “astrattista”. L’affermazione è assai meno contradditoria di quanto possa apparire al primo momento: l’arte del Rinascimento adotta le forme della natura, ma le elabora e le compone con intenti che rispondono ad esigenze profondamente intellettuali, e per ciò “astratte”.
E poi è vero che Pavanello se si sente più appagato dalla pittura astratta non per questo rifiuta le forme naturali: e infatti ad esse dedica una parte non trascurabile della propria attività pittorica: e però nell’inquadratura, nella composizione, nella stessa realizzazione avverti una ricerca di controllo formale che mostra nel pittore un’intenzione che va al di là della semplice riproduzione, anche se talvolta il riferirsi direttamente alla natura sembra un po’ intralciare la volontà di imporre un’autentica disciplina alla pittura. E allora si capisce da dove nasca la maggior soddisfazione di Pavanello per l’“astrattismo”, che gli consente ampia libertà espressiva, e per ciò di fissare direttamente quell’ordine a cui aspira, come ricerca di chiarezza logica e di immediata evidenza intuitiva.
Intanto, però, Pavanello ha ricevuto la richiesta di un’altra pala d’altare, raffigurante Pier Giorgio Frassati. E non ha detto “no”.
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Come citare questo articolo
Leobaldo Traniello. “Mario Pavanello, artista appassionato”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/mario-pavanello-artista-appassionato/