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STORIA - TRADIZIONI

Matteotti in Parlamento

Cento anni fa, eletto nel collegio di Ferrara-Rovigo, Giacomo Matteotti entrava in Parlamento, nelle file del Partito Socialista Italiano

di M. Lodovica Mutterle

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 45–49

1919-2019: cento anni fa Giacomo Matteotti inizia la carriera parlamentare che si sarebbe conclusa tragicamente con il suo assassinio il 10 giugno 1924.

Nell’agosto del 1919 viene congedato dalla forzata esperienza militare a Campo Inglese a Messina, servizio che dovette compiere dopo un duro discorso contro la guerra tenuto il 5 giugno 1916 in consiglio provinciale e per questo considerato “pervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali e pericoloso”. Dopo essere stato assolto dall’accusa di “disfattismo” era stato richiamato alle armi anche se precedentemente riformato.

Nel marzo 1919 ritorna in Polesine dalla moglie Velia che aveva sposato con rito civile il 6 gennaio 1916 a Roma in Campidoglio, dal figlio di un anno Giancarlo e dall’anziana madre.

In questi mesi decide di interrompere gli studi penalistici che potevano garantirgli una brillante carriera accademica e di impegnarsi unicamente nell’azione politica. È significativa al riguardo la risposta data a Luigi Lucchini, direttore de La rivista penale che lo stimolava a seguire l’ambito universitario. Ecco le parole di Matteotti: Non solo la convinzione ma il dovere mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono, secondo me, i presupposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna.

È candidato nelle prime elezioni politiche indette con il sistema proporzionale a scrutinio di lista e viene eletto nel collegio di Ferrara-Rovigo nelle file del Partito Socialista Italiano che conferma il successo elettorale anche nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920, conquistando tutti i 63 i comuni polesani tanto che la provincia di Rovigo fu detta la più rossa d’Italia. Matteotti ottiene ventimila preferenze per un totale di quasi centomila voti.

Le stesse elezioni politiche premiano il Partito Popolare con l’elezione di Umberto Merlin, compagno di scuola di Matteotti, uno degli undici firmatari dell’appello Ai liberi e forti; si verifica, invece, una consistente riduzione delle forze liberali che governano il Paese.

Matteotti si siede sugli scranni parlamentari nel novembre del 1919, poi rieletto nel collegio di Padova e Rovigo 1921 e nel 1924, in quest’ultima occasione per il Partito Socialista Unitario, costituitasi nel Congresso di Roma del 4 ottobre 1922, a seguito della scissione della corrente riformista (di cui diventerà segretario) da quella massimalista maggioritaria nel partito.

La carriera da deputato certifica il ruolo di primo piano ricoperto nel socialismo polesano e nazionale e consolidato in particolare dopo il Congresso nazionale del partito socialista svoltosi ad Ancona (1914) e quello dei Comuni socialisti (1916), e sostanzia il suo percorso politico di amministratore in vari comuni polesani, consigliere provinciale e collaboratore di vari testate giornalistiche (solo per citarne alcune: La Lotta, l’Avanti, Critica sociale, La Giustizia, il Comune moderno). Questi anni di impegno politico a livello nazionale attraversano un periodo significativo della storia d’Italia e d’Europa: la fine della prima guerra mondiale.

La conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1919, che, secondo la promessa del presidente americano Woodrow Wilson avrebbe dovuto «porre fine a tutte le guerre» e stabilire un nuovo ordine internazionale, fallisce nel suo intento perché i principi di giustizia e rispetto dei diritti dei popoli viene disatteso.

In Italia, pur paese vincitore, si rafforza una forte componente nazionalistica che sostiene l’idea della Vittoria Mutilata, quel sentimento di scontentezza per l’esito degli accordi di pace di Versailles, in cui l’Italia, paese vincitore, ottiene sì il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria ma non Fiume e la Dalmazia. Questo genera un’insoddisfazione che si concretizzerà poi nell’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio. Ma ancora più problematica si manifesta la crisi economico-sociale in quanto gli aiuti alleati erano finiti; nelle città scarseggiano i viveri tanto che rimane in vigore il razionamento dei prodotti alimentari come lo zucchero ed il riso ed una efficacia ridotta ha perfino il calmiere dei prezzi sui generi di prima necessità; aumenta l’inflazione e la disoccupazione e le industrie hanno difficoltà nella riconversione della produzione.

La situazione occupazionale dei lavoratori è allarmante nelle fabbriche e anche nelle campagne dove la propaganda ha promesso, alla fine del conflitto, la ridistribuzione delle terre. Particolarmente grave è la realtà in Polesine dove i braccianti sono l’80% dei lavoratori della Provincia, i patti agrari sono arretrati, la disoccupazione ha tassi molto elevati. A questo si aggiunge che il piano di assunzione nei lavori pubblici nel periodo invernale ed il pagamento dei sussidi di disoccupazione tarda ad essere attuato.

In Polesine un deciso passo avanti per i lavoratori della terra sembra compiersi nel 1920 con la stipula del concordato a livello provinciale, rinnovabile annualmente, sulla base di una bozza stilata da Matteotti con Aldo Parini: riconoscimento degli uffici di collocamento di classe, impegno degli agrari a tenere occupati costantemente almeno un uomo ogni 5 ettari e mezzo di terreno catastale, la diversità delle tariffe salariali in base ad un patto rinnovabile annualmente. Ma il continuare degli scioperi e i disordini nelle campagne offrono agli agrari l’opportunità di non rispettare gli impegni presi in un territorio, quello polesano, ormai connotato da forti contrapposizioni politiche.

A questo clima già infuocato si aggiunge in tutta Italia una massa di feriti, reduci, mutilati, famiglie dei caduti che cercano un riconoscimento per il sacrificio offerto alla patria nel conflitto mondiale.

In questo complesso momento storico non solo italiano, storiograficamente definito Biennio Rosso, i socialisti a maggioranza massimalista, rispondono prendendo spunto dalla rivoluzione bolscevica con lo slogan “Fare come in Russia” convinti che una rivoluzione sia auspicabile e possibile per cambiare e migliorare la realtà sociale, economica e politica del Paese, mentre il governo liberale non riesce ad intervenire efficacemente con un articolato ed efficace piano di riforme. In questa turbolenta e concitata situazione si affaccia nell’agone politico Benito Mussolini.

Dopo essere uscito dal Partito socialista Mussolini aveva cercato di cavalcare il malcontento diffuso intercettando le paure della borghesia, degli industriali e degli agrari ed il desiderio di gratitudine nazionale che si attendono coloro che hanno partecipato al conflitto mondiale. Egli, non senza contraddizioni, diventa il sostenitore dell’interventismo, della memoria dei caduti, del desiderio di progresso e di modernità e fonda il 23 marzo 1919 a Milano il primo Fascio italiano di Combattimento, che poi, dalla propaganda del Regime, sarà considerato l’atto di nascita del fascismo. Uno strumento di lotta politica con un apparato paramilitare – in aperta opposizione al Partito socialista – che si diffonderà velocemente anche tra gli agrari ed i borghesi del Polesine con numerose adesioni.

Il 1919, quindi, è un anno di svolta nella storia politica italiana e segna l’inizio di una radicalizzazione dello scontro sociale. Il neo eletto deputato Matteotti in Parlamento mette a disposizione le sue competenze tributarie ed amministrative come componente della Giunta generale di Bilancio, di quella dell’esame dei trattati di commercio e delle tariffe doganali e nella Commissione Finanza e Tesoro (1920); nel 1921 è segretario della Commissione parlamentare per la riforma della burocrazia.

I suoi interventi parlamentari mettono in luce preparazione, capacità di ragionamento ed argomentazione documentata condita da una certa vis polemica, caratteristiche che lo fanno emergere nell’aula parlamentare. I contenuti dei discorsi evidenziano il progetto di una nuova idea di società che ha nel comune, nella scuola, nella lega e nella cooperativa gli strumenti formativi dei cittadini, per la loro redenzione nella consapevolezza dei propri diritti sociali e politici come stava sperimentando nel Polesine.

Matteotti critica, con dati alla mano e forte delle sue conoscenze e studi, la politica economica del governo, il bilancio dello stato ma anche si impegna, basandosi sull’esperienza politica locale, per una riforma della legge elettorale amministrativa e per un riordino dei tributi locali. Ha a cuore il problema dell’istruzione, come strumento di riscatto sociale e morale; si interessa dell’università e perfino dell’edilizia scolastica. Ha capito, prima di altri, come la crisi del governo liberale e la scelta politica del socialismo massimalista di non collaborazione con nessun partito, potesse dare spazio al fascismo e alla dittatura.

In Parlamento è tra i primi a denunciare il dilagare, dopo le esperienze in Polesine e in Emila Romagna, delle violenze fasciste e a individuarne le cause nell’aspirazione degli agrari a non permettere che i loro profitti fossero contenuti dall’azione sindacale delle leghe. Presenta diverse interrogazioni al Governo nel 1921 sulle violenze squadriste e denuncia le dimissioni estorte con la violenza alle amministrazioni comunali nella provincia di Rovigo e lo scioglimento forzato del consiglio provinciale di Rovigo. Egli stesso era stato vittima, con la sua famiglia, del clima di intimidazione, minacce e violenze subendo anche un vero e proprio sequestro il 12 marzo 1921 a Castelguglielmo, fatto che lo convinse a lasciare il Polesine e vivere a Roma.

Nell’ottobre del 1922 le elezioni amministrative in Polesine premiano l’Unione nazionale (partito fascista e partiti simpatizzanti) che conquista, oltre l’amministrazione provinciale, 61 comuni in un clima di intimidazioni squadriste. A livello nazionale alla fine di ottobre la cosiddetta “Marcia su Roma” avviene in un contesto democratico compromesso e con un governo Facta molto debole. Nella mattinata del 28 si verifica il colpo di scena: il re Vittorio Emanuele III, rifiutando di firmare il decreto di stato d’assedio per lo svolgimento di una manifestazione eversiva, cede alle pretese dei fascisti ed affida l’incarico a Mussolini di formare il nuovo governo. Così il fascismo conquista ufficialmente e con la consacrazione della legalità il potere in Italia, che si consolida nelle elezioni dell’ aprile 1924 grazie ad una nuova legge elettorale conosciuta come legge Acerbo che prevedeva di assegnare un premio di maggioranza al partito che avrebbe preso almeno il 25% dei voti.

Matteotti, appena nominato segretario del Partito Socialista Unitario dopo la scissione avvenuta nel PSI al congresso di Roma del 4 ottobre del 1922, intuisce i segnali della svolta drammatica verso la dittatura che Mussolini stava compiendo e sostiene che la migliore tattica è la più ferma e dignitosa resistenza. Diventa così la voce più combattiva del dissenso antifascista. Nel famoso discorso del 30 maggio 1924 documenta le violenze ed i brogli elettorali, lo stato di intimidazione in cui le elezioni si erano tenute. Sempre in quell’anno continua indefessamente la sua battaglia contro le evidenti manifestazioni di un potere antidemocratico e dalle denunce verbali passa a quelle scritte pubblicando Un anno di dominazione fascista, che gli aveva procurato la minaccia di “decisioni gravi ed irrevocabili” e le intimidazioni del giornale Il Popolo d’Italia di trovarsi un giorno o l’altro con la testa rotta.

Anche le missioni all’estero nella primavera del 1924 sono state l’occasione per far conoscere la complessità del fenomeno fascista, evidenziarne la potenziale minaccia anche per le altre realtà europee e raccogliere documentazione sulla corruzione di alcuni importanti uomini del regime relativamente alle concessioni petrolifere alla Sinclair Oil in territorio italiano. Infatti partecipa al Congresso del partito operaio belga; ha colloqui con i dirigenti del Labour Party e delle Trade Unions. Sempre nel 1924, verrà pubblicato postumo, a cura del Partito Socialista Unitario, il suo ultimo lavoro, Il Fascismo della prima ora. Pagine estratte dal Popolo D’Italia.

La sua ferma opposizione politica, la denuncia dei brogli elettorali e delle connivenze economico-finanziarie degli uomini del Fascismo lo hanno reso un pericoloso nemico politico tanto da pagarne con la vita le conseguenze.

Il suo corpo, ridotto a scheletro e quasi decomposto, è ritrovato “casualmente” da un brigadiere dei carabinieri nel bosco della Quartarella lungo la via Flaminia fra Riano e Scrofano (ora Sacrofano), vicino a Roma, in una piccola fossa già adibita a carbonaia e protetta da arbusti e querce il 16 agosto del 1924.

Il delitto Matteotti politicamente mette in luce la crisi irreversibile della classe dirigente liberale e dello stato democratico. Radicalizza lo scontro politico e induce le opposizioni all’abbandono dell’aula di Montecitorio da cui si è generato L’Aventino. Il discorso di Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925 in cui afferma “Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (assassinio Matteotti)” è il punto di svolta verso il ventennio fascista e le seguenti “leggi fascistissime”.

Matteotti, per il delitto efferato che ha subito, per gli ideali che ha incarnato politicamente viene considerato dall’opinione pubblica un martire e ne nasce un mito che i canti popolari, il culto della sua immagine, insieme ai monumenti pubblici a lui dedicati, sostanziano.

Ma anche dopo morto, Matteotti è considerato dal fascismo un pericolo tanto che il controllo sulla sua tomba a Fratta Polesine è metodico e quasi ininterrotto ad opera delle forze dell’ordine che avevano il compito di trascrivere per la Questura le targhe delle auto e la descrizione fisica dei visitatori e segnalare perfino la stessa presenza dei familiari.

Cento anni dopo i valori di riferimento della sua azione politica quali la libertà, l’antifascismo, la solidarietà, la giustizia, la legalità, la dignità ed uguaglianza dei cittadini sono ancora attuali. È stato un politico che ha agito con competenza, rigore morale, forte senso delle istituzioni. Per questo è un protagonista della Storia, un padre della Repubblica ed una figura simbolo per chi crede nella democrazia.

Così la funzione della Casa Museo ora Monumento Nazionale di Fratta Polesine (www.casamuseogiacomomatteotti.it) è importante perché è un presidio della memoria di Giacomo Matteotti e trasmette attraverso le cose tangibili, misurabili, catalogabili, ma anche – e talvolta soprattutto – attraverso i patrimoni immateriali fatti di relazioni, emozioni, atmosfere, la vicenda umana e valoriale di questo uomo politico che ha lasciato una traccia indelebile nella storia del Novecento.

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Come citare questo articolo

M. Lodovica Mutterle. “Matteotti in Parlamento”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/matteotti-in-parlamento/

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