Pubblicità

NARRATIVA

Per Amore

Autrice del testo: Soraya Milan

di Soraya Milan

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 129–131

Istituto “C. Colombo” di Adria – Classe IV B

Docenti: Silvia Sacchetto, Paola Zago

Sono stato molte cose nella mia vita passata. Per quanto riesco a ricordare, all’inizio, ero parte di una delle cose più enormi che popolano questa terra: una montagna. Sfioravo le nuvole nel cielo con la mia cima appuntita, chiacchieravo col sole e talvolta con la luna nelle giornate di noia. Durante un terremoto, mi ritrovai franato ai piedi di quello che ormai, non era altro che una piccola altura, il mio monte materno. Insieme a me, altri fratelli di pietra, avevano avuto il mio stesso destino ed erano lì a consumare il loro esilio nascosti nell’erba. Io, che rimanevo il masso più grosso e spigoloso, passavo le giornate a contemplare la luce del giorno, oppure ad osservare i serpenti a caccia. C’è stato un periodo in cui non mi sentivo troppo bene, e quando pioveva, l’acqua si portava via piccoli pezzi di me e mi levigava. Diminuii leggermente di dimensione e divenni così liscio con l’andare degli anni, che tutte le lucertole facevano a gara per coricarsi leggere su di me a crogiolarsi al sole estivo. Quel giorno, il giorno in cui ebbe inizio la mia nuova vita, fu un’altra la creatura che scelse di accomodarsi su di me, sistemandosi le vesti sulle ginocchia. Tra tutti gli esseri umani che avevo visto passare di là, quella era senza dubbio la più bella, bella tanto da togliere il fiato. I suoi capelli si muovevano al ritmo del vento e sprigionavano un profumo inebriante. Mise in equilibrio sulle cosce una specie di bianco papiro e cominciò ad imbrattarla con delle tinture che lei poco prima aveva creato, pigiando sassetti colorati ed altri ingredienti insieme, fino a renderli liquidi. Il tramonto diede il primo segno della sua presenza e lei ebbe finito. Sollevando in aria il suo lavoro, scoprii che aveva riprodotto quasi perfettamente il paesaggio limitato dalla collina, solo con semplici tratti di pennello. Quando si alzò, raccogliendo le sue cose, mi colpì un senso di vuoto, certo che non l’avrei più rivista. Quella notte non dormii solo per ripensare centomila volte ai suoi dolcissimi occhi. L’indomani, mentre una fila di formiche laboriose mi adoperavano come ponte, la vidi arrivare. Bella come non mai, mi riempì di gioia quello che secondo me, era il mio cuore, o meglio quello che mai avrebbe potuto essere. Ogni giorno lei saliva sulla collina per sedersi sopra di me a disegnare. Dipingeva ora

Ventaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 130 un coniglio che riposava tra l’erba, ora un branco di cervi che si fermava al pascolo, e io stavo lì, per ore, estasiato. Adoravo il modo in cui si mordeva il labbro appena si concentrava, ma ciò che amavo più di tutto era quando, stanca del disegno, si toglieva il mantello, lo arrotolava poggiandolo contro di me e lo usava come cuscino, riposandosi. Era bello star lì a guardarla dormire. Le sue ciglia lunghe che tremavano quando sognava, le labbra socchiuse mentre russava appena: tutto di lei era perfetto… L’aspettavo con ansia ogni giorno, persino quando pioveva e sapevo dentro di me che lei non sarebbe di certo venuta. L’aspettavo persino quel giorno in cui la pioggia aveva smesso da poco di cadere. Mi ero dato per vinto, avevo pensato anche al peggio, ma verso sera, eccola apparire all’orizzonte. Sussultai quasi dalla felicità, ma i miei sogni furono bloccati sul nascere dalla seconda figura che percorreva, molto vicina, il suo stesso sentiero. Un bel giovane correva, cercando di afferrarla ridendo. Lei scappava e strillava gettando a terra il suo foglio bianco e gli altri strumenti. Geloso come non mai, mi ero messo a spiarli e a rimuginare dalla rabbia. Quel ragazzo la stava portando via da me: era ovvio che le interessasse. L’avrebbe trattata male come tutti, lo sapevo. Lei avrebbe pianto, ma sarebbe tornata da me, e questa era l’unica consolazione che mi impediva di impazzire, vedendoli salire sempre più spesso insieme sulla mia collina, anche solo per mezz’ora. Cominciai ad ascoltarli parlare, anche se ci stavo male, e scoprii che io e il giovinetto di nome Maximus, non eravamo gli unici ad amarla: lei, dai capelli color dell’oro e gli occhi azzurri come il cielo, era già promessa ad un altro uomo, un senatore molto importante. Loro erano amanti, e nascondendosi sulla mia collina, era l’unico modo che avevano per stare insieme. Con mia grande sorpresa, in un mese o poco più, cominciai ad affezionarmi anche a Maximus, che si dimostrò galante ed intelligente. Non passava giorno che egli non arrivasse con le mani occupate da un regalo per lei. Un giorno con un mazzo di fiori selvatici, un altro con uno scialle ricamato e colorato come gli occhi della ragazza. E lei era felice. Passò un anno. Loro venivano a trovarmi anche con la neve, tutti avvolti dalle coperte e vestiti pesanti. Li ascoltavo raccontarsi storie buffe dell’infanzia e distoglievo lo sguardo quando condividevano momenti d’amore. Lei sedeva sopra di me e piangeva, il giorno del litigio. Era un’altra estate e il sole coceva da impazzire. Il giovane, che aveva lasciato crescere i capelli ricci sulle spalle, gridava e minacciava di uccidere il promesso sposo che cominciava a sospettare. La mia amata non smetteva di piangere e stringeva le mani al ventre. Da poco aveva saputo di aspettare un bambino da Maximus, ma non avrebbe potuto tenerlo, altrimenti sarebbe stata uccisa assieme al suo amante, a causa di infedeltà. Al ragazzo, come a me, non andava che il bambino, frutto d’amore, non dovesse mai venire alla luce. Lui voleva che la verità fosse messa a tavolino, ma lei gli ripeteva che non era possibile, bisognava aspettare. Maximus si infuriò e scaraventò a terra un medaglione che stringeva in mano. Lei lo raccolse singhiozzando e poi si accasciò al suolo. Se solo ne avessi avuto la capacità, avrei

Ventaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 131 pianto anche io, pianto a non finire. Quando vedemmo in mezzo agli alberi, una figura avvicinarsi offuscata dall’afa, entrambi pensammo sicuramente che si trattasse del giovane che tornava dopo un ripensamento. Invece lei si mise una mano davanti alla bocca e trattenne un urlo. Successe tutto velocemente, tanto che mi accorsi solo dello schizzo di sangue che mi raggiunse. Non c’erano dubbi: quello era il senatore di cui tante volte avevo sentito parlare, ed aveva ascoltato tutto. L’aveva uccisa. Non potevo crederci; com’era possibile fare una cosa del genere? Aveva ucciso anche la creatura che c’era dentro di lei con un colpo di pugnale e se n’era andato con sguardo freddo, come se niente fosse successo. Lei aveva fatto con l’erba ciò che faceva in passato con colori e tela: dipinse tutt’intorno col suo sangue innocente. Il dolore lacerava i miei interni marmorei ed avrei voluto unire il mio dolore a quello del giovane amante tornato dopo poche ore che l’aveva trovata a terra inerme. Chiedeva al cielo una spiegazione mentre la abbracciava, inzuppandosi del suo sangue e vestiti. Io sapevo ma non potevo parlare e la cosa mi torturava all’infinito. Poche ore dopo, da quando era tornato in paese col suo corpo in braccio, tornò con altri ragazzi che mi sollevarono e mi portarono in città dove uno di loro mi colpì più volte con martello e scalpello per incidere una scritta sul mio dorso. Svenni più volte dal dolore, anche se era minore di quello del giovane che non mangiava più e non curvava più le sue labbra in un sorriso. La seppellirono pochi giorni dopo sul lato della strada che conduceva alla mia collina. Il giovane baciò il suo viso ancora una volta tenendo per sé i disegni come ricordo. Le fece mettere il vestito più bello e il medaglione che le aveva regalato, che conteneva le loro iniziali. BARBIA SECUNDI QUINTI. Barbia, figlia di Secondo Quinto: questo era il nome dell’unico essere che io abbia mai amato. Ora, nella fase finale della mia vita, il suo nome mi percorre lungo tutta la superficie anteriore, inciso sopra di me. Il giovane mi ha pensato anche in quel momento di dolore, facendomi diventare la sua lapide, facendomi far parte della sua vita anche dopo la morte. E per me quello è stato uno dei regali che in assoluto si possa fare a una pietra. E questo racconto è il regalo che io faccio a voi. Sì, perché questa non vuole essere solo una tragica storia d’amore, ma anche un messaggio. Un messaggio al mondo. Un messaggio per spiegare a tutti che le pietre vivono. Le pietre crescono. Le pietre amano. Le pietre piangono. E soprattutto, le pietre parlano.

2° classificato “Per amore”

Basato su un’idea originalissima e brillante, che illumina di una luce inconsueta la modesta stele di Barbia, dando voce appunto alla sua materia inanimata, presenta uno svolgimento vivace, pieno di notazioni ora argute ora liriche, con una conclusione che dal dramma sfuma nell’elegia.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Soraya Milan. “Per Amore”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/per-amore/

Pubblicità