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NARRATIVA

Ricordo

Martina Molaro, Francesco Agnolotto

di Autori Vari

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 124–128

Autori del testo: Lucrezia Buganza, Sofia Peresani, Eleonora Pescarolo, Sofia Carturan, Martina Molaro, Francesco Agnolotto
Classe V B ginnasio Liceo Classico “Celio” di Rovigo
Docente: Chiara Bartolozzi

1° classificato “Ricordo”

Ispirato all’unico sarcofago marmoreo del Lapidario di Adria, che reca una sobria ma tenerissima dichiarazione di amore coniugale, questo racconto emerge non solo per delicatezza e complessità di sentimenti, ma anche per ricchezza di contenuti. Gli autori hanno costruito una struttura armonica, ben articolata, usando un fraseggio elegante, che coinvolge e suscita commozione.

“Agli Dei Mani, Marcus Mustius Secundinus, ancora in vita, fece allestire il sepolcro per la moglie devotissima Terentia Capitolina.”

Questa è la dicitura impressa sul mio sarcofago. Sono io la Terenzia citata. Sono io a riposare in eterno fra le fredde pareti di un blocco di marmo scolpito a bassorilievo.

È stato mio marito, il mio diletto Marcus, a commissionarlo per rendermi onore nel passaggio alla morte e fare in modo che chiunque, anche nei tempi futuri, ricordi che io, Terenzia Capitolina, ero nata e vissuta: ero esistita… Mi risulta difficile ammettere che la vita è ormai solo un ricordo che sbiadisce con il passare del tempo, come un quadro abbandonato sotto la pioggia che lo rende evanescente e sfumato, cancellandone i contorni ed i colori, finché rimane soltanto la tela nuovamente intonsa. Come le figure di quel quadro, così i volti e i particolari del mio trascorso terreno si perdono sotto il battere incessante del tempo che trascorre inesorabile. Non saprei calcolare quanto sia passato dal momento del mio addio a tutte le persone, ai luoghi e gli oggetti a me cari che componevano la mia esistenza: forse molti anni, forse poche ore. Tutto ciò che rimane di intatto e bruciante in me, come macchie incancellabili di quel logoro e spento quadro, sono i sentimenti e le emozioni vissuti che ancora albergano nella mia anima. Temo che anch’essi siano prossimi all’abbandonarmi e perciò a loro mi aggrappo per paura dell’oblio che si sta impadronendo di me e per paura di dimenticare completamente le mie ore terrene, così intensamente vissute.

Spero quindi con questa mia narrazione di poter rievocare a me stessa, e ad altri ipotetici ascoltatori sensibili e attenti, tutte le memorie che vanno via via estinguendosi nella mia mente.

“Sono nata e vissuta ad Adria, un grande e fiorente porto sul Mar Adriatico. La caratteristica principale della città era l’incessante avvicendarsi dei mercanti che qui trovavano un ricco scalo di commercio. Ricordo le botteghe dove veniva lavorata e venduta l’ambra sotto forma di preziosi monili e le strade intasate da crocchi di bambini che giocavano allegri. Ma ciò che più mi è rimasto nel cuore della mia città natale è il mare: quella cristallina distesa così mutevole e così suscettibile. Nei giorni assolati passavo ore seduta sulla battigia a scrutare l’infinito, a studiare con lo sguardo la superficie di quel manto ceruleo per osservare ogni increspatura causata da un leggero alito di vento, per cogliere la nascita e il percorso di ogni onda destinata a morire con l’infrangersi sulle sue dune. Quando poi i miei occhi si posavano sull’orizzonte, quella lontana linea quasi invisibile, che doveva fungere da divisorio tra il blu dell’acqua e l’azzurro intenso del cielo, la mia anima cantava di gioia, commossa alla vista di tanta armonia e bellezza. Nettuno era davvero fortunato a vivere nelle profondità di quel mondo splendido!

Più guardavo il mare, più lo amavo e più mi convincevo che non poteva avere altri confini, che era una massa ribelle e libera da ogni argine o limite. Ma sapevo invece che, oltre l’orizzonte lontano, c’erano altre terre, ricche ed interessanti, culle di culture e di civiltà antichissime. Avevo ricevuto una buona istruzione privata, degna della discendente di una gloriosa dinastia patrizia, qual ero io. Derivavo infatti da una famiglia di latifondisti molto influente nelle decisioni politiche prese a Roma, poiché mio nonno materno era stato uno stimato senatore, che ritiratosi dalla carriera politica per poter trascorrere più tempo con la moglie ed i figli, aveva scelto Adria come nuova sede e qui si era fatto costruire una fastosa villa dove ancora risiedevamo.

Grazie ai miei studi ero quindi venuta in contatto con la cultura greca ed ammiravo questo popolo così fiero ed erudito. Ma avevo avuto modo di apprezzare anche il secolare patrimonio di conoscenze ed usanze dell’esteso Egitto e le arti militari e navali dell’ormai distrutta Cartagine. Ma tutti questi territori ora erano a noi assoggettati, inginocchiati di fronte alla magnificenza dell’Urbe e della sua forza dominatrice.

Ero fiera di essere romana, di far parte di quell’Impero che per dimensioni, per tecnica, arte e cultura non conosceva rivali. Ogni anno partecipavo con le mie coetanee alle processioni rituali, alle feste e ai ludi celebrati in onore delle nostre divinità protettrici.

Conducevo una vita felice, agiata ma semplice. Trascorrevo la giornata con le amiche camminando per le vie della città o per i campi incolti a raccogliere fiori profumati, parlando di tutto e di niente ma soffermandoci spesso e volentieri a tentare di indovinare il corso futuro delle nostre vite, a sognare la perfezione di un marito insigne in grado di procurarci una vita comoda, di molti meravigliosi figli e di una bella casa.

A quel tempo, quando avevo quattordici o quindici anni, mi ero invaghita di un giovane, di un anno più grande di me, figlio di un importante commerciante della città e stavo attendendo il giorno in cui mi avrebbe chiesta in sposa, sicura che mio padre avrebbe acconsentito di buon grado. Fu quindi per me sconvolgente sapere che la mia famiglia aveva combinato un matrimonio con un uomo, molto più grande di me, ventisette anni seppi in seguito, che avevo solo visto talvolta e che speravo di non conoscere mai.

Mi incuteva una certa sensazione di paura, lo sapevo essere un soldato ma in realtà era un centurione di alto lignaggio. L’avevo visto a volte aggirarsi per la città e mi ero guardata bene dall’avvicinarmi a lui. Sfoggiava una profonda cicatrice che gli solcava la guancia sinistra per tutta la sua lunghezza e che lo faceva apparire ai miei occhi ancora più torvo e autoritario di quanto non fosse in realtà. Era sempre scuro in volto, serio e disciplinato come conveniva ad ogni bravo miles romano.

Timidamente provai invano a protestare con mio padre per quella decisione riguardante la mia vita, che non mi trovava affatto d’accordo. Ovviamente, per quanto i miei genitori mi avessero sempre trattata con tutto il rispetto e la considerazione possibili, in quell’argomento io non ebbi voce in capitolo e dovetti rassegnarmi a ciò che mi attendeva.

Trascorsi lunghe notti insonni, scossa dai tremiti del pianto, un pianto silenzioso ma acutamente doloroso, proveniente dal profondo della mia anima. Dovetti quindi accomiatarmi interiormente da tutti i miei desideri e sogni infantili e affrontare con disillusione e profondo rammarico un domani che si prospettava buio e triste come gli occhi del mio futuro sposo. La preparazione del rito nuziale fu breve, in quanto tutto pareva essere già stato predisposto e ciò mi spinse a credere che l’accordo fra mio padre e Marcus Mustius Secundinus, così si chiamava il mio sposo, fosse stipulato da tempo e mi sentii ancora più umiliata per non averne mai saputo nulla.

Mi sposai quindi con la cerimonia denominata confarreatio e divisi con Marcus la focaccia di farro che veniva offerta a Giove capitolino e che sanciva la nostra unione.

Fu un momento terribile. Mi trovavo sola, senza più nemmeno l’appoggio della mia famiglia ad affrontare un nuovo periodo della vita a cui non ero stata preparata, con un uomo che non conoscevo e del quale temevo i modi e la personalità. Eppure, contro ogni mia aspettativa, quel giorno, una volta soli, scoprii un uomo gentile e premuroso, dolce ed accomodante seppure un po’ goffo, con il suo modo di fare da soldato, abituato alla grossolana vita dell’accampamento e della battaglia, impacciato nel muoversi in un ambiente più sofisticato ed elegante come la nostra abitazione.

Non posso dire di averlo amato subito né di aver accettato di buon grado il suo piglio sgraziato, ma già quel giorno, il primo giorno da marito e moglie, lui riuscì a farmi sentire meno a disagio. Dovevo comunque ammettere che possedeva un certo fascino e che i suoi occhi scuri e profondi come il mare che tanto amavo, erano per me come calamite.

Aveva morbidi capelli castani che gli incorniciavano il viso abbronzato, marcato da una mascella forte e squadrata che ben si intonava agli altri lineamenti decisi del suo viso, creando un insieme di perfetta armonia. Persino quella cicatrice, quel profondo solco, ricordo di chissà quale battaglia, si integrava bene col volto e lo rendeva più particolare ed interessante.

Cambiai quindi atteggiamento nei suoi confronti, dimostrandomi più comunicativa e sorridente, e scoprii un uomo di grande intelligenza e cultura, sebbene fosse molto più avvezzo alle discipline pratiche e militari che non a quelle puramente concettuali come la filosofia e la letteratura, che invece io apprezzavo molto.

Si dimostrò aperto al dialogo e al confronto, e imparammo così ad arricchirci interiormente tramite il raffronto fra le nostre educazioni agli antipodi tra loro. Ricordo che un giorno, mentre eravamo seduti su di una panca in giardino, sotto un grande pioppo che spandeva un’ampia ombra, sentendomi affrontare una discussione con slancio e coinvolgimento, rise divertito per il mio gesticolare, bloccandomi con le braccia a mezz’aria e la parola mi si smorzò in gola. Era la prima volta, dopo quasi un mese in cui eravamo sposati, che lo vedevo esprimere così esplicitamente la propria felicità. Ma ciò che più mi lasciò basita, era la straordinaria bellezza che quel semplice sorriso gli aveva conferito: sembrava quasi emanasse una luce propria che gli sgorgava dall’anima.

Lentamente, giorno per giorno avevo imparato ad amarlo, e quell’episodio servì ad assicurarlo al mio cuore ed alla mia memoria come un Apollo in terra.

Trascorsi dieci anni ricchi di emozioni, durante i quali il mio amore per Marcus crebbe sempre più. Ormai lo consideravo parte integrante del mio essere, un punto fermo nella mia vita, e ridevo di me stessa pensando a quanto lo avessi sottovalutato all’inizio.

Crebbi anch’io, ormai avevo 25 anni e una maturità più cosciente. Quando Marcus si assentava, talvolta anche per interi mesi, per guidare la sua centuria contro i barbari che osavano sfidare il glorioso esercito romano, toccava a me amministrare le finanze e curare le nostre relazioni con le altre casate patrizie, oltre al mio abituale incarico di occuparmi della gestione della casa: mi sentivo una vera matrona romana, virtuosa e dedita alla famiglia.

In uno di quei giorni, mentre aspettavo non senza trepidazione il ritorno del mio soldato, mi sorpresi a fantasticare proprio come facevo da ragazza, quando questo periodo felice ancora mi era celato. Immaginai un proseguo sereno per questa vita matrimoniale, da tempo iniziata ma non ancora completata.

Nei miei sogni avrei vissuto fino allo scadere dei nostri giorni a fianco del mio Marcus e il futuro ci avrebbe riservato nuove e dolcissime emozioni: prima i figli, poi i nipoti e infine mi sarei accomiatata dal mondo in compagnia del mio adorato marito. Il giorno in cui scoprii di aspettare un figlio fui all’apice dell’esistenza e il mio cuore sembrò tanto colmo da minacciare di scoppiarmi in petto. Ricordo che Marcus, quando venne a conoscenza della gravidanza, si recò immediatamente al tempio della divina Giunone, patrona del matrimonio, della famiglia e del parto, nonché madre degli dei, a renderle grazie con un sacrificio.

Era un bellissimo maschietto, con gli occhi intensi e profondi del padre. Quando lo presi fra le braccia, nessuna parola era adatta a descrivere il mio stato d’animo, così mi limitai a versare calde lacrime di gioia. Io e Marcus iniziammo subito a vagheggiare sul suo futuro: sarebbe diventato un grande guerriero, oppure un acuto oratore o un influente uomo di Stato.

Ma, come è spesso accaduto nella mia vita, il fato aveva in serbo altri progetti e, in un uggioso giorno invernale, Atropo, la Parca che inesorabile recide il filo dell’esistenza umana, recise anche quello del mio bambino.

Precipitai in un nero abisso da cui non sarei mai più riemersa. Tutto attorno a me perse colore, ed io smarrii il sorriso e la voglia di vivere. Fu così che mi ammalai. Un dolore incessante mi squassava il capo giorno e notte, la febbre corrodeva le mie forze e confondeva i miei sensi, anche l’acqua assumeva un sapore amaro. Marcus costantemente al mio fianco, si assentava solamente per recarsi al tempio di Esculapio, il dio della medicina, pregando per la mia salvezza.

La sua presenza era l’unica luce nella mia esistenza. Cercava di rasserenarmi e allietare il poco tempo che mi rimaneva: -Guarirai presto, sentiremo risuonare per la casa le grida giocose dei nostri figli e la vecchiaia ci vedrà ancora uniti e felici- mi diceva.

Il suo volto contratto dal dolore, la cicatrice, che tanto mi aveva intimorito e che tanto avevo amato, solcata da un sottile rivolo di argentee lacrime, fu l’ultima cosa che vidi.

Questi sono i ricordi della mia vita, attraversata da gioie e drammi, felicità e tristezze. Ma il termine è ormai giunto definitivamente e sono pronta a congedarmi con animo più sereno, riappacificata con me stessa e con il mio dolore, per aver potuto ripercorrere (seppure solo nel ricordo) la mia breve esistenza colma di emozioni e di un profondo amore. Ora sono pronta a staccarmi per sempre dal mondo e raggiungere la destinazione che gli Dei mi hanno riservato. La nebbia addensandosi mi avvolge, ma…una figura…lontana, indistinta…una cicatrice…degli occhi profondi e tristi…credo di sapere…ma non ricordo…addio!»

“Agli Dei Mani. Marcus Mustius Secundinus, ancora in vita. Fece allestire il sepolcro. Per la moglie devotissima Terentia Capitolina.”

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Autori Vari. “Ricordo”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/ricordo/

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