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NARRATIVA

Per niente la darei

di Francesco Lanzoni

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 110–113

Correva l’anno 1974. Ero un giovane di successo: laureato in farmacia da due anni, congedato con nota di merito dall’Esercito con grado di Sottotenente di complemento, poca voglia di lavorare e di impegnarsi con una ragazza fissa, ma, soprattutto, proprietario di una motocicletta che avrebbe fatto epoca, la più apprezzata, allora, dagli esperti del settore: una Honda 350 quattro cilindri trasversali 100HP.

A dir la verità, non era la più potente tra le moto in circolazione in quegli anni. Le altre si chiamavano Suzuki, Kavasaki, Yamaha, Ducati: certo più scattanti, dalla ripresa che bruciava l’asfalto, ma erano tutte a due tempi. La mia 350 ne aveva quattro di tempi e anche l’accensione elettronica, allora una grande novità tecnologica: non dovevi sudare le classiche sette camicie pigiando sull’avviamento a pedale, dando prudentemente gas con l’acceleratore fino a slogarti il polso e talvolta ingolfando il motore mentre gli amici, con il motore delle loro moto già acceso, ti prendevano per i fondelli. Per avviare il motore, bastava premere dolcemente un piccolo pulsante rosso vicino all’acceleratore e lei, miss Honda 350, vibrava come una fanciulla al primo bacio emettendo un invitante brontolio, come una gattina che fa le fusa. Ma bastava appena dare gas che si eccitava tutta e la gattina diventava una leonessa che, a fauci spalancate, faceva tremare l’aria con un assordante ruggito. Piegarsi sulle curve era qualcosa di mistico, come entrare in estasi, perché il suo assetto esemplare facilitava la guida fino ad accompagnarti nella chiusura di un arco perfetto.

Durante quell’estate, il mio mondo di bravo ragazzo soddisfatto era tutto concentrato sulla mia moto e, di conseguenza, sul fascino che essa suscitava nei confronti dell’altro polo del mio interesse: le donne. Chi se ne fregava della crisi economica, dell’austerità, delle città oscurate, del riscaldamento contingentato, del razionamento della benzina perché gli Arabi ci avevano inserito tra i paesi “cattivi”, in quanto l’Italia appoggiava l’occupazione dei territori palestinesi compiuta dagli Israeliani? Chi ci pensava, in quell’estate da centauri scatenati, al Parlamento che aveva decretato il finanziamento pubblico ai partiti, alla vittoria schiacciante dei NO al Referendum che voleva l’abrogazione del divorzio, alla bomba di Ordine Nuovo in Piazza della Loggia a Brescia, alle Brigate Rosse che rapivano il giudice Mario Sossi, al loro comunicato che proclamava l’iniziativa armata contro i centri vitali dello Stato e irrompevano nella sede del Movimento Sociale Italiano a Padova uccidendo due attivisti? A luglio, in Grecia, era anche caduta la dittatura dei Colonnelli, ma in quel periodo nulla mi interessava di più di un fondamentale, vitale obiettivo da raggiungere: quella splendida brunetta di nome Miriam che avevo conosciuto durante le vacanze a Cesenatico.

Miriam aveva un bel nome romagnolo, era di Cento provincia di Ferrara, capelli scuri, tagliati a caschetto, un viso angelico, illuminato da splendenti occhi pervinca, una bocca morbida dal taglio elegante, fatta per baciare ed essere baciata. Quando usciva dall’acqua, dopo una nuotata, con la sua abbronzatura dorata, mi sembrava la Venere di Botticelli, anche se, in verità, teneva i capelli corti e scuri.

Aveva incantato tutti i galli cedroni della compagnia con la sua grazia innata, cui si aggiungeva la simpatia di una leggera inflessione ferrarese. Tutti i maschietti, come si suol dire, le facevano la tira, ma lei, con spirito leggero, li teneva a distanza senza respingere sdegnosamente nessuno. La mia preferenza, lo confesso, andava a certe romagnole un po’ più ruspanti e disinibite, che tutti noi ragazzi consideravamo facili prede, senza capire che le prede eravamo noi. Miriam era veramente incantevole e mi attirava come il miele le api. Specialmente perché, a detta di tutti, pareva che fosse veramente la classica “brava ragazza”.

Sapevo di avere un vantaggio su ogni altro pretendente, avevo l’arma segreta: si chiamava Honda 350 quattro cilindri. Nemmeno le brave ragazze potevano resisterle, con il serbatoio verde bottiglia contornato da una sottile striscia dorata, con quelle quattro marmitte cromate, luccicanti sotto il sole estivo, con quelle ruote dai cerchioni che parevano scolpiti da un artista. Infatti, quando la posteggiavo davanti al bar sul lungomare, dove spesso la compagnia si riuniva, lei, seduta insieme agli altri, non le staccava i suoi occhioni di dosso. O, almeno, così mi sembrava.

Un pomeriggio le chiesi se voleva vederla più da vicino e lei non si fece pregare. “Per apprezzarla in pieno, devi provarla. Se vuoi, ti porto a fare un giro”, le dissi con finta noncuranza. Mi sorrise dolcemente, mi lanciò uno sguardo un po’ incerto e poi, cautamente, mi rispose: “Ok, ma prometti di andare piano e non fare sciocchezze. Non sono mai salita su una moto, solo sul motorino che ho a casa”. Lo disse in un modo che mi sentii sciogliere non solo l’anima, ma anche il cervello, le gambe e ogni altro muscolo del corpo. Le promisi tutto quello che voleva e lei salì. Non avevo mai guidato con tanta prudenza: non procedevo lentamente, semplicemente non mi esibii in improvvise accelerate e in brucianti sorpassi; udiva solo la potenza del motore, la musica del suo rombo che dava un senso di sicurezza anche a chi cavalcava una moto per la prima volta, l’affidabilità della mia guida, la certezza che di me si poteva fidare. O, almeno, così mi sembrava.

Fu la prima di numerose escursioni motociclistiche: la portai su per i dolci tornanti dell’Appennino romagnolo. Da Cesena a Sant’Arcangelo, da San Marino a San Leo, a Verucchio. Lei dapprima si sedeva dietro di me, un po’ esitante, non sapendo bene come accomodarsi. Poi divenne più esperta: all’inizio mi appoggiava le mani sulle spalle e me le stringeva appena, poi sempre più forte. Infine mi cinse la vita in un abbraccio deciso. Sentivo il suo corpo tremare mentre si incollava alla mia schiena e le sue dita davanti si agganciavano come dolci artigli.

Dalla sommità della rocca di Verucchio, ammiravamo lo spettacolo delle verdi colline illuminate dal sole che degradavano fino a confondersi con l’azzurro tenue del mare. Fu lì che accadde la prima volta, dopo che lei si era tolta il casco con un grazioso movimento del capo, scuotendo i capelli scuri che riflettevano i raggi solari. La baciai e lei rispose al mio bacio con una passione che non avevo immaginato. Non provai la soddisfazione della conquista, come mi era capitato con le altre… perché ero io che ero stato conquistato.

Ero completamente cotto, rapito dai suoi occhi, dalla sua bocca, dalla sua voce calda e gentile dal leggero accento ferrarese, dalle sue movenze aggraziate, ma anche dalla sua intelligenza, dai suoi pensieri, nemmeno lontanamente paragonabili a quelli delle ochette che abitualmente frequentavo. Cosa strana per me, ma non tentai mai un approccio più intimo e completo, quando ci scambiavamo le nostre tenerezze: mi sembrava non tanto di turbare la sua ingenuità, quanto di violare la sua freschezza e la sua sensibilità.

Stavamo insieme tutto il giorno, non riuscivo a staccarmi da lei, pensavo sempre a lei. La portai spesso in giro con la mia fidata moto e tutte le volte sentivo il suo corpo tremare, mentre si stringeva a me, abbracciandomi e quasi conficcandomi le unghie nel ventre. Mi faceva male… eppure, come mi piaceva quel dolore! Eravamo alla fine di quel caldo e incantato luglio 1974: mio padre, uomo buono e generoso, ma non molto comprensivo, mi telefonò dicendomi che dovevo tornare a lavorare, che non si poteva stare in vacanza tutta la vita, che in farmacia c’era bisogno di me. In fondo, molto in fondo, lo capivo.

Così la sera stessa, con voce affranta, lo dissi a Miriam. Mi sorrise serena e mi rispose che anche per lei le vacanze erano finite e tornava a casa con i suoi. Ma ci saremmo rivisti, perché anche lei era innamorata di me, Rovigo e Cento distavano pochi chilometri e il nostro amore non si sarebbe interrotto.

Poi accadde l’imprevisto.

Pieno di un nuovo entusiasmo, le confermai che sarei venuto spesso in motocicletta e l’avrei portata a fare splendide gite nei dintorni di Cento. Alzò su di me, come fanali, quei suoi magnetici occhi, fissandomi con uno strano sguardo, insieme tranquillo e doloroso, e quietamente mi confidò: “Meglio se vieni in auto o in treno, non venire in moto. Io ti amo e sto bene con te – piccola esitazione – ma sono terrorizzata dalla moto. Ogni volta che ci salgo, mi sento morire”.

Nemmeno nello spazio cosmico c’è il vuoto assoluto, ma nel mio cervello, per un attimo, ci fu. Forse avevo udito male, certamente avevo udito male. Riemergendo faticosamente dal buio in cui ero precipitato, chiesi pateticamente spiegazioni: “Ma come,” le dissi, deglutendo “sei salita sulla moto con me, sentivo il tuo corpo che aderiva al mio, lo sentivo tremare dal piacere, dalla gioia che provavi e le tue dita che mi stringevano sul davanti quasi a guidarmi nell’impostare le curve. E quando mi fermavo e scendevamo, tu subito, felice, incollavi le tue labbra alle mie”.

Con pudore, quasi vergognandosi, mi rispose: “Non tremavo di gioia e di piacere, amore mio, ma di paura e ti infilavo le unghie nella carne attraverso la maglietta perché volevo quasi ancorarmi a te, mi vedevo volare dal sellino ad ogni curva e spiaccicarmi sull’asfalto, e il cuore mi balzava in gola. Quando ti fermavi e scendevo, correvo a baciarti subito, prima che tu ti accorgessi del terrore che si leggeva nei miei occhi. Ma l’ho fatto per te, non volevo perderti, sto bene con te, mi piaci tanto, ti amo… ma non mi piace la tua moto”.

Avete presente l’espressione statica e allucinata, con la bocca spalancata, delle maschere da tragedia greca? Ecco, la mia espressione doveva essere proprio così. Le uniche parole che riuscii a balbettare furono: “E… e allora ?”. “E allora,” continuò lei, serena e decisa “se anche tu mi ami, verrai a trovarmi a Cento con qualsiasi mezzo che non sia una motocicletta. Ti ospiterò a casa mia, i miei genitori saranno contentissimi e ti farò conoscere la mia bella cittadina. Lo sai che è famosa per il suo Carnevale? E poi verrò anch’io a trovarti a Rovigo, staremo bene insieme, anche senza moto, siamo fatti l’uno per l’altra e ci amiamo tanto”.

Nonostante la mia testa rintronasse come se avessi incassato un uppercut da Mohamed Ali, allora campione del mondo dei pesi massimi, riuscii ad assumere un atteggiamento abbastanza distaccato. “Sì, sì, ok. Va bene.” biascicai con un sorriso idiota “Vedremo come si può fare, vedremo”. E poi, con voce un po’ più decisa: “Insomma, mi chiedi di scegliere: o tu o la moto”. “Beh, sì. Puoi anche metterla così, se vuoi.” rispose lei, leggermente perplessa “Ma io so che farai ciò che è giusto per tutti e due, perché noi ci amiamo davvero”.

La baciai meccanicamente, senza dire nulla. Lei rimase a guardarmi mentre mi allontanavo, preoccupata, senza dire nulla.

Ormai eravamo ai primi giorni d’agosto ed era tempo che tornassi a casa, prima che mio padre denunciasse la mia scomparsa e mandasse i Carabinieri a cercarmi. Ma prima volevo concedermi un’ultima scorribanda motociclistica sui tornanti delle colline romagnole. Non fui prudente: diedi tutto il gas possibile alla mia quattro cilindri e lei non mi deluse. Rombava, ruggiva, era incollata a terra, non ero io a guidarla, correva da sola, era viva e feroce come una belva fuggita dalla gabbia, ma con me era docile e ubbidiente, perché l’avevo desiderata e sognata. Malgrado mio padre, uomo generoso ma poco comprensivo, che, al pensiero che suo figlio corresse su uno di quei rumorosi mezzi a due ruote, si era rifiutato di darmi anche solo una parte dei quattrini necessari all’acquisto. Ma fece bene, gliene sarò sempre grato, perché capii cosa significasse sacrificarsi per raggiungere un sogno. Per realizzarlo avevo lavorato tutta l’estate precedente, sostituendo i titolari nella gestione di due farmacie nelle vicinanze di Rovigo, mentre loro se la spassavano in vacanza. Ventiquattro ore su ventiquattro, senza tregua, giorno e notte, perché, allora, soprattutto nei piccoli paesi, non si badava molto all’alternarsi dei turni di servizio: in pratica si era sempre di turno. Ma alla fine miss Honda 350 fu mia!

Quel giorno Lucio Battisti venne in mio soccorso. Dentro al casco, d’impulso, cominciai a cantare a squarciagola e la mia voce era tutt’uno con il rombo dei quattro cilindri: “Motocicletta 100HP / tutta cromata/ è tua se dici sì/ per niente la darei/ ma ho il cuore malato/ so che guarirei/ io sono un disperato/ perché ti voglio amare”. Smisi di cantare e mi concentrai sulla guida. Rivolsi un pensiero a Miriam dal bel nome romagnolo: “Addio Miriam, non ti amo abbastanza. Ho fatto la mia scelta e, anche se sono disperato, la mia moto PER NIENTE LA DAREI, PER NIENTE LA DAREI, PER NIENTE LA DAREI”.

Mentre sfrecciavo, con il cuore per metà spezzato e per metà gonfio di una specie di soddisfazione, lungo le strade serpeggianti dell’Appennino, a San Benedetto Val di Sambro, nella quinta vettura del treno Italicus, scoppiava una bomba collocata nella toilette dai neofascisti di Ordine Nero. Causò dodici morti e quarantotto feriti. Erano gli anni di piombo, ma io avevo cose più importanti a cui pensare: a Miriam, che avevo lasciato, e alla mia moto, che non volevo lasciare. Correva l’anno 1974.

Conclusione.

In oltre quarant’anni non molto è cambiato: la politica è sempre più degradata e dilettantesca, il terrorismo non è cessato, anzi si è globalizzato, deturpato da un micidiale fanatismo religioso. La mia passione per le motociclette non è mai venuta meno, perché, per un motociclista, la moto è, come per uno scalatore, una parete di roccia a picco sul vuoto. Perché, se viaggi in auto, è come stare al cinema: guardi fuori dal finestrino e vedi il paesaggio scorrere come in un film. Ma in sella a una moto, diventi il protagonista del film. Perché la moto è l’illusione della libertà.

Quanto alla mia passione per le donne, diciamo che si è gradualmente trasformata in un apprezzamento estetico velato da un’ombra di residua sensualità. Anche perché, come si dice, ho incontrato la donna della mia vita e l’ho sposata. Di lei mi piaceva e mi piace tutto, proprio tutto, specialmente l’intelligenza: non mi ha mai detto “o io o la moto”. Fatalista per natura, aveva subito capito che, perché non le rompessi troppo le scatole, ogni volta che potevo, dovevo seguire la mia passione, con avventure motociclistiche lontano da casa. Infatti siamo ancora sposati.

Ah, dimenticavo… lei non è mai salita in moto con me.

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Come citare questo articolo

Francesco Lanzoni. “Per niente la darei”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/per-niente-la-darei/

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