Il Polesine, con i suoi copiosi corsi d’acqua è spesso visto come il paradiso dei pescatori. E la pesca per gli appassionati non è un semplice passatempo, ma un’arte che si avvale di strumenti idonei. Per essere chiari non basta una canna, un filo, un amo e l’esca, occorre molto di più. E questo “di più” ha una storia: la storia delle attrezzature per la pesca, che vede alcuni cultori interessati ad approfondire l’argomento ed anche a comunicare al pubblico le proprie ricerche sull’evoluzione della strumentazione per la pesca.
Il paese di Ceneselli è divenuto il riferimento di questa iniziativa che si concretizza in un’esposizione che si ripete in occasione della fiera settembrina. Gli organizzatori Nicola Masieri, Michele Zanotti e il Dott. Gianpaolo Bambini pianificano per mesi l’evento, mettendo a disposizione ognuno la propria collezione privata rendendola così fruibile da parte del pubblico e catturando l’interesse dei numerosi visitatori con gran soddisfazione da parte del Sindaco e degli organizzatori stessi.
La sala viene arredata con vetrinette in arte povera ed espositori in vetro; alle pareti canneto come sfondo, reti da pesca e fotografie naturalistiche allo scopo di creare un ambiente ideale ad accogliere l’evento.
L’esposizione nasce da una grande passione degli organizzatori non solo per la pesca e per i piccoli capolavori storici di arte meccanica rappresentati dai mulinelli, ma anche per le tradizioni ad essa collegate e la storia del nostro Polesine. Preziose bibliografie, volumi storici del secolo scorso, curiosità ed aneddoti dell’alieutica di un tempo completano l’esposizione.
Gli albori del mulinello
Il percorso espositivo inizia con una breve cronistoria del mulinello e della sua evoluzione nei secoli. Le sue origini vanno ricercate in Cina e sembrano risalire al tempo della dinastia Sung (960-1280 d.c.): lo raffigurano le pitture di un artista del tempo. In occidente devono passare ancora alcuni secoli: i primi a lasciare notizie storiche del mulinello da pesca furono gli inglesi tra ‘600-700.
Il mulinello nasce come prototipo rotante in legno duro: quercia, mogano e palissandro sono i materiali più utilizzati per creare questi manufatti; in seguito il legno viene sostituito con il ferro e l’ottone perché più resistenti all’acqua e all’usura.
Bisogna aspettare gli inizi del 900 perché compaiano i primi mulinelli a bobina fissa che determinarono una vera e propria rivoluzione, un’innovazione nella tecnica della pesca. Gli inglesi furono i primi inventori della tecnica dello spinning (la pesca al recupero) successivamente francesi svizzeri ed austriaci. Per l’Italia devono arrivare gli anni ‘30 del secolo scorso e con essi gli albori delle prime produzioni di mulinelli artigianali, imitazioni degli europei ma fatti con materiali più poveri.
La produzione italiana
Dopo la grande guerra verso la fine degli anni ‘40, la produzione del mulinello italiano “scoppia”, assume una vera identità un proprio design. La tecnica e la ricerca portarono la produzione italiana a livelli di prestigio e non più d’imitazione.
Nascono ditte con officine meccaniche specializzate d’alto livello e industrie produttrici che faranno la storia del mulinello da pesca italiano.
Nella provincia di Varese, l’imprenditore Sergio Carnevali nel 1921, convertì la produzione delle sue officine meccaniche passando – incredibile a dirsi! – dai motori degli aerei ai mulinelli da pesca. Nasce la “Cargem” una fabbrica con numerosi dipendenti; un marchio che produsse modelli ad ingranaggi elicoidali come il famoso modello”cigno” fino al sofisticato sistema a spire incrociate.
La “Ofmer”di Bologna, fondata da Vincenzo Rossetti, derivata dalle officine meccaniche Rossetti nei primi anni ‘50; produsse mulinelli da pesca affidabili e robusti per quasi trent’anni per poi convertire la fabbrica nella più nota Viro, tuttora leader nella produzione di lucchetti e serrature.
Sicuramente è “L’Alcedo” la casa italiana produttrice di mulinelli più famosa in tutto il mondo; contraddistinta dall’inconfondibile marchio con medaglione raffigurante il martin pescatore; Alcedo è infatti il termine latino di questo variopinto uccello che vive lungo le rive di fiumi. Questa casa torinese produsse dal 1943 fino al 1982, modelli straordinari esportati in tutto il mondo. Tra i più famosi modelli esposti a Ceneselli un rarissimo esemplare di Alcedo rosa, il “micron” e il “micron delux” il più piccolo e leggero mulinello del mondo; ben conservati ed ancora funzionanti, completi addirittura delle scatole in cartone originali dell’epoca che li contenevano.
Per citare qualche altra grande casa produttrice italiana, ricordiamo la Zangi nata nei pressi della Fiat che con la collaborazione di alcuni ingegneri meccanici permise la costruzione di esemplari affidabili e resistenti. In seguito la Zangi, per motivi di salute del fondatore e proprietario, fu ceduta alla Coptes che continuò la produzione fino all’82. Nettuno, Niagara e Nautilus per citare altre famose case italiane.
Dopo aver spopolato in tutto il mondo per qualità e prestigio per quasi trent’anni e aver soddisfatto anche le più esigenti committenze americane creandone modelli personalizzati come Ted Williams, Orvis Eagle Claw, il mulinello italiano inizia la sua inevitabile fase di declino. La concorrenza asiatica cinese e giappone immetteva sul mercato a partire dagli anni ‘70, modelli di mulinelli a basso costo realizzati con materiali più scadenti. Ciò indusse molte ditte a vendere e altre a cessare per mancanza di richiesta. La legge economica del mercato congiunta ad un mutamento politico, storico e culturale decretarono l’inesorabile fase finale di produzione del mulinello italiano. Gli ultimi modelli prodotti dalle ditte bolognesi Sarfix e Tubertini dal ‘92 al 1995 conclusero definitivamente la storia della produzione del mulinello da pesca italiano.
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Come citare questo articolo
Anna Valentini. “Pescare è un’arte”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/pescare-e-unarte/