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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Quale immagine per il Polesine?

Nostra intervista alla dr.ssa Fulvia Fogagnolo Fabiani, segretario generale del Consiglio Nazionale di Beni Culturali

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 134–137

L’aveva detto da tanto tempo: mi piacerebbe tornare in Polesine, visitare con calma il Delta. Ma più passa il tempo e più gli impegni crescono.

Quand’ecco si inserisce un elemento nuovo, il Rifugio Parco Delta del Po di Gorino Sullam, struttura ricettiva tutta particolare, con un tipo di ospitalità stimolante. È la miccia che riaccende l’interesse e sblocca il risultato. La Dr.ssa Fulvia Fogagnolo Fabiani, segretario generale del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, decide finalmente di tornare al suo Polesine, nel modo più bello: con la famiglia, assolutamente in forma privata, volendo godere dei ritmi e delle scoperte che una vacanza di questo tipo può riservare, gustando la gioia autentica di un rapporto amichevole.

In questo clima privato, si inserisce – unica eccezione (e per questo vero e proprio scoop!) – l’intervista del direttore della nostra rivista, percorsa da cima a fondo da una tensione indirizzata al collegamento della realtà locale con problematiche culturali di ampio respiro.

Lei è nata in Polesine. Perdoni questa domanda subito un po’ intima: come vive il rapporto con Sua terra d’origine?

Con nostalgia, quando ne sono lontana, ma con un senso di disagio quando ritorno, poiché non ritrovo più la città, quella città, che ho lasciato, le persone che ho conosciuto e le memorie della mia infanzia e adolescenza.

L’alta funzione ricoperta Le dà modo di intessere rapporti a livello nazionale e internazionale, di conoscere operatori e valutare situazioni. C’è spazio secondo Lei per una “Immagine Polesine” e per cosa si potrebbe caratterizzare?

Ritengo che le iniziative intraprese per il rilancio del territorio, anche e soprattutto per l’entusiasmo e la capacità degli operatori che attualmente si interessano al rilancio del Polesine, possano proficuamente pubblicizzare l’immagine di una così particolare tipologia ambientale naturalistica legata al grande fiume che ne governa e ne condiziona la vita.

Perseguendo nella attuale politica di valorizzazione e salvaguardia (non di protezionismo, che non è una risposta culturale) e allargando il circuito di conoscenza – che è diventata oggi il capitale raele delle economie sviluppate e che vieppiù andrà incrementandosi con lo sviluppo della tecnologia dell’informazione – l’immagine del Polesine riceverà un sicuro beneficio. È ipotizzabile una sempre maggiore attenzione anche da parte di coloro che, fino ad oggi, hanno inteso il turismo “veneto” ristretto alle sole città d’arte tradizionalmente note e alle rituali bellezze paesaggistiche. Si è troppo a lungo trascurato un così tipico “enclave” che ha l’inconveniente di non essere facilmente raggiungibile e di non trovarsi sulle normali rotte del turismo tradizionale.

Sarebbe necessario, pertanto, che l’immagine Polesine, pur conservando le connotazioni storico-geografico che da sempre la caratterizzano, venisse inserita nel “lancio promozionale” del turismo regionale, sensibilizzando opportunamente istituzioni e operatori pubblici che hanno mezzi e strumenti per attuarlo.

C’è qualcosa in particolare che le nostre Istituzioni potrebbero fare per valorizzare il territorio, magari agganciandosi alla politica portata avanti dall’attuale dirigenza del Ministero dei Beni Culturali?

Dovrebbe essere interesse primario delle istituzioni valorizzare i loro “beni”, essendosi ormai da tempo formata e consolidata una tendenza allo “sfruttamento” del patrimonio culturale, inteso come sviluppo economico, capace di creare reddito, impresa, occupazione, nuove professionalità. Ci sono nel paese numerose iniziative mirate alla conoscenza e conservazione del patrimonio storico artistico culturale, perseguite con tecniche moderne, tecniche scientifiche che presuppongono un approccio ampiamente interdisciplinare, con la partecipazione di tecnici e studiosi, ognuna con la propria specificità e l’azione congiunta di enti pubblici e di altri Centri impegnati nel restauro, quali l’ENEA e il CNR.

È stato recentemente siglato un accordo di programma tra il Ministero per l’Università e la Ricerca Scientifica e quello di Beni Culturali per sviluppare e coordinare la ricerca nel settore del patrimonio culturale e favorire la formazione del personale scientifico e tecnico.

D’altronde, l’accresciuto interesse verso questo settore sta determinando anche un cospicuo aumento dell’impegno finanziario, a livello nazionale e internazionale, per sviluppare ricerca, metodologia e prodotti atti a rendere sempre più efficienti gli interventi nel campo della conservazione e della salvaguardia.

In questo processo hanno un ruolo fondamentale anche le aziende, convinte che l’arte stimoli lo sviluppo economico, che abbia un effetto moltiplicatore e influenzi tutta la comunità. Questo nuovo approccio pratico verso il patrimonio storico culturale da parte sia del pubblico che delle aziende da alcuni viene riconosciuto come un “megatrend”.

Non vorrei trasformare l’intervista in una consulenza mascherata, anche se la nostra provincia ne avrebbe estremo bisogno. Ci spostiamo quindi su di un piano più generale. Lei sa che la nostra cooperativa “Turismo e Cultura”, editrice tra l’altro della rivista, si occupa di animazione culturale e ambientale, di valorizzazione e di fruizione di musei, monumenti, ambienti. Pensa che la politica ministeriale possa muoversi con più decisione nella direzione di una maggiore integrazione tra pubblico e privato, tra istituzione titolare dei Beni e imprenditoria privata, specie cooperativa, per la gestione e la fruizione dei Beni stessi? Esempi in tal senso stanno emergendo in varie parti d’Italia, mi pare. Non potrebbero, attraverso questo strumento, essere superate difficoltà a livello di disponibilità di personale e della relativa formazione?

Premesso quanto osservato, ritengo rammentare la recente disciplina innovativa nella fruizione, anche a livello economico, dei beni culturali che discende dalla “legge Ronchey”, la legge corredata dal Regolamento e da un tariffario, prevede la collaborazione dei privati nella gestione del patrimonio e l’affidamento a cooperative di alcuni servizi aggiuntivi da attivarsi presso Musei e aree archeologiche’.

Spetta al privato, alla cooperativa, ai gruppi di volontariato proporsi offrendo un “pacchetto” di iniziative che dovranno essere valutate e opportunamente indirizzate.

L’obiettivo è quello di far decollare “l’azienda turismo” come una vera e propria industria, realizzare un grande progetto per il turismo italiano, di forte coesione fra tutti gli operatori interessanti, per dar vita ad un sistema costruito con una mentalità imprenditoriale fino ad ora, a detta di molti, clamorosamente mancata.

Una domanda che Le avranno fatto molto spesso forse: è in grado l’Italia di gestire degnamente il sempre più ingente patrimonio culturale? E che cosa sarebbe necessario per migliorare l’attuale situazione?

La domanda non mi è stata rivolta molto spesso, ma io stessa me la sono posta. Non è facile rispondere – non è facile prevedere quale sviluppo potrà avere nell’immediato la conservazione e la salvaguardia del nostro patrimonio, essendo lo stesso di tale vastità e interesse e capillare distribuzione da pretendere un’opera assidua e costante, che sicuramente c’è; mezzi e risorse finanziarie invece fino ad ora non ci sono state dato il modesto “budget” assegnato al nostro Ministero, come noto, assolutamente insufficiente.

Un’operazione tuttavia, di grande rilievo, culturale e scientifico è stata intrapresa per la conoscenza del patrimonio, la cosiddetta “operazione emergenza” che prevede una attività di censimento, precatalogazione e, ove possibile, catalogazione scientifica della consistenza patrimoniale nazionale, inizialmente indirizzata soprattutto alle opere “a rischio”, cioè alle opere di arte mobili conservate in luoghi non protetti a sufficienza (pubblici o privati) che potrebbero diventare oggetto di furti e, soprattutto, di esportazione clandestina, anche in vista della ormai avvenuta libera circolazione delle merci in ambito europeo.

In questa attività sono impegnate tutte le strutture del Ministero, a livello nazionale, coadiuvate da un gruppo di lavoro a livello centrale che ne coordina le attività; si prevede che le schede utilizzate per la ricognizione sul territorio, contenenti i dati di riferimento (storico-artistici, logistici e “sanitari”) vengano informatizzate per essere raccolte nel Catalogo unico delle opere d’arte.

Penso ai nostri musei statali: quello di Adria, quello istituendo di Fratta Polesine, ambedue archeologi, completati dal Museo Civico di Rovigo e da altre raccolte sparse in vari Enti. Emerge un “Polesine archeologico” di notevole spessore. Ha speciali raccomandazioni da indirizzare ai nostri amministratori per agevolare la nascita di un eventuale “sistema museale”?

Esiste, fra le iniziative messe in essere dall’Ufficio Centrale per i Beni AAAA e S., anche quello di un “sistema museale nazionale”, pubblicizzato in apposite conferenze, fatte oggetto di discussioni e di dibattiti e portato alla conoscenza della periferia con apposita circolare.

Alle Soprintendenze competenti per materia e per territorio, pertanto, si potrà richiedere di essere al riguardo informati.

Ritorniamo al personale. Qualche tempo fa la rivista “Capital”, nell’ambito di un servizio sulle donne manager nella Pubblica Amministrazione in Italia, Le assegnò la copertina. Per una donna così impegnata quanto incide il lavoro sulla vita privata?

Spero di essere riuscita a fare bene l’uno e l’altro con soddisfazione di tutti!

A quando di nuovo in Polesine?

Spero a presto.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Quale immagine per il Polesine?”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/quale-immagine-per-il-polesine/

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