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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Quando l’auto diventa storia

A Crespino una stupenda collezione di auto d’epoca grazie alla grande passione del dott. Giorgio Marzolla

di Roberta Marcolongo

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 58–63

Il territorio polesano non finisce mai di stupirci! Dai paesaggi marini, all’architettura, alla storia e all’ambiente naturalistico scopriamo sempre interessanti meraviglie e sorprendenti realtà.

E’ proprio lungo lo scenario fluviale del Po, a Crespino, in questo quieto paesaggio rurale, che incontriamo il dott. Giorgio Marzolla, il quale ci accoglie cortesemente a Villa Marzolla, la sua dimora estiva, dove è nato nel 1932.

Il motivo del nostro incontro è particolarmente “curioso” e “coinvolgente”, stiamo per aprire, simbolicamente, uno scrigno prezioso, al cui interno troveremo una collezione d’auto d’epoca, a dir poco strabiliante: per la molteplicità di auto e per gli aneddoti che si legano ad ognuna di queste.

Il signor Giorgio, a cui si deve l’importante iniziativa, è figlio dell’ingegnere Ermanno e di Clelia Mengotti, matematica, che esercitò l’attività di ricercatrice a Roma presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Purtroppo Giorgio in tenera età resterà orfano di padre, morto nel 1937 in Africa, a seguito di un incidente sul lavoro. Da quel momento crescerà per qualche anno a Gorizia e poi a Roma, mentre tornerà sempre a trascorrere le vacanze estive a Crespino nella villa paterna.

In Friuli si avvicinerà allo zio Aldo che fu “commissionario” e poi “concessionario” della Fiat. E fu proprio allora che la “passione” per le auto si radicò in Giorgio, ancora nell’età della fanciullezza. Nel campo automobilistico il suo più lontano ricordo si lega in particolare alla grande auto del nonno Giorgio: una Fiat Zero del 1913.

Passano gli anni e Giorgio si sposta a Roma per studiare geologia, ma la passione per l’automobile non lo lascia, cosicché ben presto il suo percorso lavorativo troverà uno sbocco (divenuto in breve definitivo) nel mondo automobilistico, con ruoli di sicuro prestigio. Sarà infatti ai vertici aziendali prima della Ford Italia, poi della Goodyear, e della General Motors che allora era la più grande industria automobilistica al mondo.

La sua principale mansione è connessa alla formazione del personale ed al marketing aziendale, prima in Italia e poi In Germania. Successivamente Giorgio fonderà “I Seminari dell’automobile” lavorando così per le case automobilistiche: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Ford, Subaru, Kia, Citroen e Nissan.

La collezione di auto

Apprendiamo queste fondamentali informazioni biografiche dalla viva voce del dott. Giorgio, accolti con molta affabilità presso la sua abitazione, la signorile Villa Marzolla. Dopodiché siamo invitati a spostarci, per raggiungere quelli che un tempo erano i magazzini dedicati al canapificio del nonno paterno. In questo luogo sono custodite le auto della collezione, che testimoniano la passione di una vita e la volontà di recuperare auto ormai destinate all’oblio del tempo, ridando loro (tramite sapienti opere di restauro) un nuovo splendore e nuova onorabilità.

Ai nostri occhi si spalanca un mondo inatteso: rigorosamente affiancate l’una all’altra, si “esibiscono” auto di diverse case automobilistiche e di diverse epoche. Non è possibile dire quale sia la più bella, ognuna risplende di una propria magica luce, ognuna racconta di sé aneddoti, peculiarità meccaniche e storie: ognuna è figlia del proprio tempo!

La storia di questa collezione ebbe inizio con il primo acquisto che il dott. Giorgio fece a vent’anni: una “Ford A” three window Fordor Sedan deluxe, del 1930, una berlina di lusso con tre finestrini, che gli costò 40.000 lire e che venne acquistata a rate a partire dalle prime 20.000 lire. Quest’auto era destinata ad uno sfasciacarrozze per 45.000 lire, ma il proprietario cambiò idea quando Giorgio promise che l’avrebbe rimessa su strada. Alla luce di ciò gli fu concesso anche uno sconto sul prezzo iniziale. L’auto è interamente originale e non ha subito alcuna opera di restauro. La Ford A, al cui volante si vedrà per anni il dott. Giorgio, tornò così a percorrere ancora migliaia di chilometri.

Tra i pezzi più datati troviamo – simbolicamente posizionata in apertura della mostra – la Locomobile del 1885 di produzione inglese, anche se fu inventata da Watt: fu il primo strumento meccanico a motore a vapore, che sostituì la forza animale in agricoltura.

Ci apprestiamo ora alla visita dell’importante collezione, che si sviluppa a ritroso nel tempo, partendo da alcuni modelli della Maserati. Sostiamo presso una delle più belle auto di sempre di questa casa automobilistica: la Maserati Mistral, disegnata da Michelotto e costruita da Frua nel 1965. La vernice è originale e la particolarità la notiamo sul bagagliaio che ha un lunotto di vetro portante. Si tratta di una trovata geniale che fu copiata in seguito da molte altre case. – ci informa il nostro appassionato accompagnatore.

La collezione continua a stupirci con la storia di Enzo Ferrari, che, in memoria del giovane figlio ingegnere scomparso prematuramente, progettò la “Dino” un’auto sportiva che portava lo stesso motore disegnato dal giovane Dino: un 6 cilindri a 120°. La produzione fu affidata anche alla Fiat, in quanto la Ferrari, un’azienda poco più che artigianale, non aveva la capacità di costruire in poco tempo un gran numero di auto. Così ci furono auto Dino con motore Ferrari ed auto Dino con motore Fiat che erano assolutamente identiche.

Ora, i nostri occhi, vengono catturati dalla rossa Cisitalia (Compagnia Industriale Sportiva Italia), la monoposto D46: un incredibile bolide sportivo costruito nel 1946 da Dusio. La storia volle che, durante le notti degli anni di guerra, Dusio, Giacosa, Savonuzzi e Taruffi si misero a “giocare” ed inventarono quest’auto mettendo assieme diversi pezzi di auto recuperati dallo sfasciacarrozze; ossia i pezzi della topolino e della 1100, che erano i pezzi più comuni dell’epoca. Delle 49 auto prodotte si evidenzia che ogni bolide era diverso dall’altro, per il fatto che, ogni vettura era stata prodotta con pezzi di recupero, quindi i cruscotti con la strumentazione erano tutti diversi uno dall’altro.

Appesa ad una parete, notiamo la carrozzeria di un veicolo, sembra quasi un trofeo, la cui identità si limita alla semplice rappresentazione di un modello di auto, privo di ogni allestimento e di ogni parte meccanica. Si tratta della “Volpe”, uno dei 6 esemplari mai completati e mai destinati al mercato automobilistico. Nel 1947 la società ALCA Volpe (Anonima Lombarda Cabotaggio Aereo) pensa ad una microvettura destinata ad un vasto pubblico con un motore da motocicletta che doveva fare i 70 km/h, una velocità consona alle esigenze di quel tempo. Quest’auto venne iscritta alla Millemiglia, mentre la società costruttrice raccoglieva migliaia di prenotazioni con i relativi anticipi da parte dei futuri clienti, ma, l’auto non fu mai prodotta. Si attuò così una delle più grandi truffe del primo dopoguerra nel mondo automobilistico, dove i committenti non ebbero mai la propria nuova auto, perdendo, definitivamente, i propri soldi versati per l’acconto come caparra su quel mancato acquisto.

Ecco l’auto amata dalle signore degli anni ‘50: la Lancia Appia è molto curata nei dettagli, ha rifiniture interne in panno, ed è particolarmente elegante con il colore burro. Così ci piace tornare con la memoria alla Roma di “Vacanze romane” con Audrey Hepburn e tutta la sua modernità.

Sulla moda delle giard実nette americane, la Fiat fece la sua “Giardinetta” in legno con le rifiniture laterali in legno, ossia una “500 C Topolino” del 1947, quest’auto proviene da Ragusa.

Dal mondo americano, osserviamo una “Studebaker Champion” versione cabrio del 1947, il cui modello fu disegnato da Raymond Loewy (il designer della bottiglia della Coca Cola). Si tratta di una delle auto più rivoluzionarie del dopoguerra per il suo design innovativo, fino ad allora le auto non avevano il baule. La Studebaker era dotata di una “coda” nella parte posteriore con la funzione di bagagliao. Inoltre il suo costo era alla portata delle tasche di molti, oltre ad essere economica anche nei consumi.

A fianco della nota americana, si trova una Alfa Romeo del 1938: si tratta di una grande ed elegante auto blu ministeriale, con bandierine del Regno d’Italia, piuttosto “ingombrante”, possiamo dire, nella forma e nel suo contesto storico. Si tratta della 6 cilindri 2300 B Lungo “Torpedo da Parata”. E’ una delle 29 auto da parata ordinata dal Ministero dell’Interno all’Alfa Romeo nel 1938 in occasione della visita a Roma di Hitler del 3 maggio di quell’anno. Il modello fu disegnato da Farina (poi diventerà Pinin Farina) che distribuì il progetto a diversi costruttori, tra cui Garavini che realizzò proprio questa. Si tratta di un’auto storica! Mussolini la usò nella fuga verso Dongo, dove l’auto venne sequestrata dagli americani.

A fianco vediamo invece una bellissima “Packard modello 120” gialla, convertible coupè del 1937, si tratta di una delle auto più interessanti di questa casa, una 8 cilindri 4.000, che il dott. Giorgio acquistò per 100.000 lire da uno sfasciacarrozze. L’occhio viene rapito dall’estetica del radiatore, che richiama la forma di un tempio greco, mentre le accentuate curve dei parafanghi creano evidenti geometrie alla struttura anteriore. L’auto decapottabile, ci porta alle lunghe strade americane, dove, in un tempo lontano, gli automobilisti percorrevano il loro viaggio sotto il sole dell’Arizona o nelle sterminate terre del Texas.

Il dott. Giorgio ci informa frattanto di aver salvato dall’azione dello sfasciacarrozze non pochi dei veicoli esposti, ripristinati grazie ad una sapiente opera di restauro, in qualche caso con la ricostruzione di parti del tutto mancanti. In questi casi è necessario compiere un lungo percorso di ricerca, documentandosi con foto, libri e tanta storia per ricostruire la vita di ogni auto.

La collezione continua con una “Ford B” di un intenso color blu notte, una spider del 1934 a 4 cilindri, un’auto che viaggiò molto in Somalia, quando questo paese era incluso nelle terre delle Colonie dell’Africa Orientale Italiana. Il veicolo rientrò in Italia nel 1940, ma, ad oggi, la sua targa originale riporta ancora l’identificativo: SO-AOI 292 (Somalia-Africa Orientale Italiana).

Dalle scuderie del Vaticano, invece, proviene la lussuosa “Cadillac” modello 355B del 1932 con i suoi colori originali rosso scuro e blu. Un lungo cofano pronuncia la parte anteriore dell’auto evidenziandone i dettagliati inserti: fanali, trombe, paraurti e l’emblema della casa automobilistica, sapientemente posizionato in alto sulla mascherina e centrale con i fanali. Quest’auto assieme ad altri 10 modelli veniva usata per i servizi del palazzo del Vaticano. In tempi recenti si è prestata ad accompagnare diverse scene cinematografiche: da “Baarìa” di Tornatore del 2009, a “L’ultimo imperatore”, l’epico film di Bernardo Bertolucci del 1987, dove attori e regista, con macchina da presa, varcarono per la prima volta le porte della “Città Proibita” a Pechino.

Meraviglie senza tempo

Ma la collezione continua … con la luce di un semaforo rosso, appeso sul pilastro a lato di una grande porta. Scatta il verde e il dott. Giorgio ci invita ad entrare nella successiva sala …

Alla staticità dei modelli, rigorosamente curati, affiancati uno all’altro – dove il tempo sembra aver fermato le lancette – i nostri occhi increduli spaziano e diventano curiosi tra queste meraviglie! Una sequenza di auto dalle forme d’altri tempi, eleganti e signorili, catturano ancora una volta la nostra attenzione.

La storia ci porta ad osservare, ora, una Ghia, berlina 4 porte del 1926. Si tratta della “Itala 61” proveniente dalla collezione di Quattroruote”. L’omonima casa “Itala” era la seconda casa automobilistica italiana dopo la Fiat. Con un modello di questa fabbrica, il Principe Scipione Borghese, percorse il famoso raid “Pechino-Parigi” nel 1907. La Itala 61 è un’auto eccezionale per le prestazioni meccaniche, si dota di un motore a 6 cilindri in linea, freni meccanici sulle 4 ruote con servofreno meccanico in bagno d’olio.

Segue una bellissima bicolore “Alfa Romeo 1500 Torpedo Waimann di Farina” del 1927. Si tratta della prima automobile moderna, dopo la Prima Guerra Mondiale, dell’Alfa Romeo, costruita dopo il glorioso periodo in cui la casa automobilistica costruiva solo bolidi da corsa. Il motore di quest’auto è un 6 cilindri con 44 Cv a 4.200 giri/minuto, si tratta di un potente motore che superò tutte le altre auto contemporanee. L’estetica di quest’auto, invece, ci riporta ai dettami dell’architettura Liberty, uno stile ormai consolidato dell’epoca, che il carrozziere Farina seppe tradurre magistralmente nei disegni della sua torpedo.

Un’altra torpedo si presenta nel suo sfavillante rosso amaranto, si tratta della “Diatto 20 A” del 1924. Quest’auto è stata presentata l’anno scorso, dopo un lungo percorso di restauro. In effetti il dott. Giorgio, acquistò quest’auto che era praticamente distrutta: si pensi che era addirittura tagliata in due parti, in quanto la parte posteriore era stata collegata ad una sgranatrice (!!!) per le note leggi fasciste degli anni ‘30 che ne obbligavano la demolizione o la trasformazione in mezzo industriale o agricolo. Ma anche questo aneddoto fa parte dell’identità di questo veicolo, ritornato al suo splendore originale.

Nel 1925, la Fiat costruì il suo più grande modello di auto: la “Fiat 519 B” una torpedo a 7 posti. Il progetto di quest’auto segue a quello della “Super Fiat”, la cui ambizione era quella di superare i lussuosi modelli della Isotta Fraschini e della Rolls-Royce. Fallito, così il primo prestigioso desiderio di superare le concorrenti, la Fiat declinò verso quella che sarà la più grande auto della sua storia. L’auto è molto elegante, al suo interno troviamo rifiniture di pregio con ebanisterie a decori e ogni confort per l’epoca. In effetti notiamo la coperta e la boule dell’acqua calda (la cui acqua veniva prelevata dal radiatore) per scaldare piedi e gambe dei viaggiatori.

L’America vide nella “Ford T” l’auto che motorizzò l’intera nazione. Si tratta del modello del 1920 Center Door Sedan tutta assolutamente originale, infatti è tale sia nel colore che nelle sue parti meccaniche. Ha due sole marce a pedali ed è facilissima la sua guida. Ha due porte centrali dalle quali si accede sia ai posti posteriori che anteriori, richiamando la classica forma di una carrozza. Con la produzione di quest’auto si passò dal metodo costruttivo artigianale alla catena di montaggio industriale, una vera rivoluzione che modernizzò la concezione costruttiva.

L’Isotta Fraschini e il “cruscotto”

Del 1909 ammiriamo l’”Isotta Fraschini AN Corsa” con carrozzeria Roi des Belges attribuita a Figoni e Falaschi.

Davanti al cofano si nota una manovella, la quale serviva a mettere in funzione il motore, mentre due grandi fari a carburo completano il frontale.

Si tratta dell’auto più antica della collezione. La curiosità ci porta ad osservare la strana forma del cofano che è composto da due corpi: la parte del vano motore che è collegata alla prima parte dell’abitacolo tramite una tavola; ebbene questa tavola, ossia “paratia”, prende il nome di “cruscotto”.

Tutti diamo oggi per scontato cosa sia un cruscotto, ma le parole del dott. Giorgio fanno riflettere! In effetti, a lato dell’auto c’è un calessino di fine ‘800, che osserviamo con attenzione. Qui, il cruscotto è quella tavola verticale che separa la zona destinata al cavallo dalla zona dei passeggeri. Il “cruscotto” aveva anche la funzione di sorreggere un sacco con l’avena e la crusca: ossia il foraggio per il cavallo. Così, da “crusca” viene battezzato il “cruscotto. La storia automobilistica ci dice che, prendendo ad esempio il calessino per disegnare le auto, si importi anche questo termine lessicale, che a distanza di oltre un secolo, noi oggi comunemente ancora usiamo: il cruscotto, oggi adornato da optional particolarmente tecnologici.

Davanti alla magnifica Isotta Fraschini, la sottoscritta e il direttore di questa rivista (Lino Segantin che ci accompagna entusiasta) non resistiamo: decidiamo di salire a bordo della storica auto per una foto. Immortaliamo così, con un simpatico saluto di congedo, la visita alla strabiliante collezione del dott. Marzolla, gentilissimo accompagnatore che ci ha messo a conoscenza di particolari davvero inediti relativi al mondo dell’automobile.

Riflettiamo frattanto sul fatto che la storia dell’umanità contiene anche la storia dell’automobile, che ha caratterizzato tutto il XX secolo portando l’uomo dal cavallo alla veloce locomozione meccanica.

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Come citare questo articolo

Roberta Marcolongo. “Quando l’auto diventa storia”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/quando-lauto-diventa-storia/

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