Fra i numerosi Santi Ausiliatori cui si rivolgevano le popolazioni dei secoli scorsi per risolvere le infermità del corpo, oggi solitamente affidate alle cure dei medici, ce n’è uno particolarmente familiare a noi polesani, in quanto patrono della nostra diocesi.
Si tratta del santo vescovo Bellino, invocato contro la rabbia, una malattia nota e temuta fin dai tempi antichi, la cui trasmissione all’uomo era associata, già in epoca romana, alla saliva infetta dei cani.
L’iconografia tradizionale raffigura infatti San Bellino in atto di ammansire un cane dal comportamento aggressivo, evidentemente per l’idrofobia, indicando ai devoti la particolare attitudine del Santo nei confronti di questo morbo, altrimenti letale.
Era pratica diffusa e consigliata recarsi nella basilica dedicata al Santo, nel paese polesano che porta il suo nome. Qui, dopo una preghiera, ci si disponeva a ricevere la benedizione con la reliquia del Santo, nei casi di sospetto contagio rabbico, in seguito a morsicatura canina.
La storia della medicina ha seguito strade diverse da quelle della fede, e nel 1880 il grande ricercatore francese Louis Pasteur dimostrò l’origine della malattia, collegandola ad un virus che, una volta penetrato nel corpo umano attraverso il morso di un animale contagioso (di solito cani, ma anche conigli selvatici o volpi, in queste ultime la malattia ha un ciclo molto lungo e rappresentano quindi il serbatoio naturale del virus), colpisce elettivamente le cellule nervose.
I sintomi, ben noti, si caratterizzano per l’incapacità di deglutire l’acqua (idrofobia), disturbi della psiche e del comportamento (nervosismo, aggressività, da cui il nome rabbia), cefalea, febbre, paralisi e coma (la proverbiale “morte rabbiosa”).
Dagli studi di Pasteur iniziò la sperimentazione di un vaccino che, se iniettato precocemente, era in grado di stimolare una risposta immunitaria rapida, capace di bloccare il virus rabbico prima della sua lenta migrazione dalla ferita d’ingresso al sistema nervoso centrale (fortunatamente, la malattia ha un periodo d’incubazione di alcuni mesi), evitando a tanti sfortunati una drammatica fine.
Ma prima delle scoperte di Pasteur e della diffusione della vaccinoterapia antirabbica, avvenuta qualche decennio dopo, non vi era alcun rimedio di tipo medico. Alle persone colpite dalla rabbia, o in sospetto di contagio in seguito alla morsicatura di randagi, non restava pertanto che affidarsi alla fede, rivolgendosi a qualche benevolo santo, meglio se specialista contro il terribile male.
E San Bellino, in quanto ad efficacia contro la rabbia, pare non avesse rivali fra i colleghi in santità. Lui che ebbe le spoglie mortali ritrovate proprio da un cane, dopo che una tremenda alluvione ne aveva disperso l’urna fra i campi dell’antica terra del Manegium. Un’area centrale del Polesine poi caratterizzatosi come comune di San Bellino, dopo l’asserito ritrovamento dei resti mortali del Santo.
Le autorità civili non avevano motivo di opporsi a questa pratica di fede, ma, in seguito alla nuova mentalità diffusa dall’Illuminismo, a partire dai primi decenni dell’Ottocento iniziarono a pensare che era loro dovere agire per scongiurare la diffusione del morbo.
Dalle carte di archivio
Siamo nell’anno 1835, in piena dominazione austriaca sul Polesine. La medicina moderna è ai suoi primi passi e consiglia alle autorità di polizia sanitaria l’unico rimedio, valido ancor oggi, per contenere la diffusione della rabbia: la prevenzione, attraverso la cattura e l’abbattimento dell’animale sospetto.
Conoscendo la pratica dettata dalla fede di recarsi nella chiesa di San Bellino in caso di sospetto contagio rabbico, viene fatto obbligo al parroco di San Bellino di annotare su un apposito registro tutti i nominativi delle persone che si recano a quella basilica in seguito al morso di un cane e di trasmetterne l’elenco al Commissario Distrettuale competente.
Il buon parroco segnala pertanto al commissariato del distretto di Badia, che in data 24 febbraio 1835, segnato col n. 40 di quell’anno, un certo Rossin Agostino di Giovanni, d’anni 18, villico, nubile, domiciliato a Bagnolo, si era recato alla basilica di San Bellino per “ricevere la benedizione colla reliquia di quel santo vescovo”, perché “morso leggermente nella gamba destra da cane sospetto”.
Il commissario distrettuale scrive immediatamente alla Deputazione Comunale di Bagnolo, perché il sindaco abbia a prendere i dovuti provvedimenti di prevenzione sanitaria. Dalla risposta dello stesso emerge un curioso ritratto di persone e società di quel periodo.
Anzitutto, scrive, “non fu possibile scoprire chi fosse quel Rossin che risponde al nome di Agostino, pur essendoci più famiglie Rossin in Bagnolo. Esiste però un Rossi di nome Agostino, figlio di Giovanni, abitante in Vallalta, della precitata età di 18 anni”, che il sindaco convoca urgentemente nella sede comunale per chiedergli se fosse mai stato a San Bellino e, nell’eventualità, per quale motivo.
Il giovane rispose che “essendo stato morso dal cane di Antonio Romanini, fu consigliato dai genitori ed altri di andare per devozione a quella basilica, come fece. Chiesto poscia se sia stato sottoposto a regolare medicatura (era già operante il servizio del medico condotto nella persona del dr. Bosi), soggiunse che no, tanto più perché il cane vive ancora in perfetta salute e che il morso proviene da usanza solita di detto cane, che non dovrebbe essere idrofobo”.
Ma le affermazioni del Rossi non tranquillizzano il sindaco, perché, stando alla sua relazione al capo del distretto, “dopo di ciò morsicò anche Giuseppe Altafini, ciò che costituisce esser veramente vizio del cane, forse aizzato dai molti fanciulli della casa Romanini, per cui sarebbe di sommesso parere intanto far chiudere il cane per quiete dei morsicati, finché trascorso sia il tempo opportuno, ed indi di farlo uccidere, ciò che si farà ricevuti i di lei consigli”.
Non sappiamo se durante il periodo di osservazione, si siano manifestati nel cane i sintomi della rabbia. Sembrerebbe di no ma, in virtù delle severe norme introdotte per scongiurare il diffondersi del morbo, è probabile che il destino della bestiola sia stato comunque segnato.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “San Bellino e non solo”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-bellino-e-non-solo/