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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

San Leonardo di Villadose

Il restauro conservativo della facciata e il ridisegno del sagrato

di Massimiliano Furini

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 38–41

La recente conclusione dei lavori di restauro della facciata della Chiesa di San Leonardo Abate¹ di Villadose e il rifacimento del suo sagrato hanno acceso l’attenzione sul sacro edificio costruito a cavallo tra Sette e Ottocento.

Fondamentali notizie sulla chiesa ci sono offerte dallo splendido volume di Alberino Gabrielli “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria e Rovigo”, edito da Ciscra Edizioni. Un punto fermo per tutti i cultori di Storia locale, e in particolare di coloro che cercano di scavare nelle vicende edificatorie e decorative delle parrocchiali polesane. Proprio da questo libro mi accingo pertanto ad estrapolare alcune notizie storiche quali introduzione di quello che è stato il risveglio della facciata incompiuta della Chiesa di San Leonardo Abate e la contestualizzazione del suo sagrato, inserendolo nel riordino urbano del Centro di Villadose.

Partiamo dal nome del paese, che trova le sue radici in età Medioevale quando il Polesine era ancora una terra di confine tra lo Stato Estense e la Serenissima Repubblica di Venezia. In alcuni documenti dei primi anni del 1300 compare con l’appellativo di “Villa Ducis” che viene tradotto dalla lingua Latina in centro rurale (Villa ovvero – podere, casa di campagna, fattoria…) del Duca (Ducis – Dux ovvero duca, duce, capo, guida, condottiero, principe…) riferendosi ai Signori di Ferrara. Con l’espansione della Serenissima nell’entroterra e l’arrivo in Polesine delle più importanti e influenti famiglie della Repubblica, il termine Ducis si modificò in Dose con pieno riferimento al Doge di Venezia.

A Villadose fu più volte rifatta la chiesa eretta in onore di San Leonardo Abate. L’incuria del tempo, le continue e persistenti alluvioni che configuravano il territorio ad un aspetto più palustre che agricolo, i capovolgimenti “di fronte” e dei confini da parte delle Signorie, che obbligavano ad uno spostamento repentino la popolazione con il conseguente spopolamento alternante della Villa, portarono a un susseguirsi di abbandoni e successive ricostruzioni del luogo sacro, anche con la perdita della funzione di Parrocchia.

Ma alla fine, con lo stabile controllo del territorio da parte della Serenissima e le consistenti operazioni di bonifica, tutta l’area raggiunse una soddisfacente sicurezza che favorì la nascita delle grandi corti rurali e l’arrivo di molti braccianti nella zona.

La costruzione di una nuova ampia chiesa si manifestò pertanto un’esigenza molto sentita e più volte sottolineata.

Il passo fondamentale fu fatto il 28 agosto 1778 quando, grazie a una supplica portata avanti dai nobili Veneziani, possidenti di numerose proprietà in loco, a nome loro e per i coloni oriundi, il Vescovo reggente firmò la bolla per la fondazione della nuova Parrocchia. Ma fu soltanto nell’anno 1790 che venne posata la prima pietra della nuova chiesa grazie al “coraggio, al puntiglio e il sacrificio del parroco Don Luigi Cittadella e all’apporto delle numerose persone che contribuirono alla realizzazione. Durarono 25 anni i lavori per l’edificazione del sacro edificio, che fu aperto al culto nel 1815, anche se le opere di decoro continuarono per altri 15 anni.

L’interno della chiesa si presenta pulito ed essenziale nelle sue architetture e nella decorazione quasi neoclassica. Spicca l’originalità del disegno di definizione del coro, diviso, nel suo alzato dal presbiterio, da un elegante intercolunnio di chiara ispirazione classicheggiante. Se gli altari delle cappelle laterali ricordano il passato stilistico e decorativo delle vecchie parrocchiali, la decorazione pittorica, eseguita in diversi periodi, è decisamente in gusto ottocentesco e novecentesco.

Incompiuta invece è la facciata: il paramento murario in mattoni a vista, che progettualmente costituiva il supporto per l’ancoraggio della “pelle” finale, da realizzarsi con un materiale più nobile come il marmo, ne ha preso il posto nella cultura visiva paesana, identificando storicamente l’alzato compositivo dell’ingresso alla chiesa.

Quando sono stato chiamato dal Parroco Mons. Guido Lucchiari a impostare il progetto per il suo restauro conservativo, lo stato in cui versava era decisamente complesso. Orientata a nord, la facciata era stata per troppi anni in balia dall’incuria del tempo, e priva di una costante manutenzione, indispensabile alla salvaguardia degli edifici storici.

L’aggressività della vegetazione, cresciuta sui cornicioni, il guano dei numerosi piccioni, che abitavano all’interno dei fori pontai², avevano offuscato la cromia del laterizio ricoprendola di una patina verde marrone che opacizzava e incupiva il suo aspetto semplice ma seriale. La forte umidità di risalita, che aveva sgretolato buona parte dei mattoni controterra, completava un quadro patologico abbastanza ampio.

L’intervento di restauro si presentava pertanto abbastanza complesso: oltre all’eliminazione del degrado materico, biologico e meccanico, che interessava l’alzato, il progetto si doveva soffermare su alcune scelte forti per il ripristino del profilo originario della facciata: l’eliminazione del “ponticello” di collegamento tra la Casa Canonica e la Chiesa, realizzato a metà del ‘900, e l’asporto del vecchio scheletro lapideo dell’orologio incastonato nel timpano.

Dopo avere effettuato le analisi di laboratorio su prelievi di laterizio e malta di allettamento, per definire la loro composizione materia, ma soprattutto per capire la tipologia e l’intensità del degrado biologico e vegetativo presente, si è deciso di effettuare un intervento prettamente di carattere conservativo. Si è proceduto al lavaggio con acqua in pressione dei conci di laterizio con successiva bruscatura a mano per eliminare le patine più aggressive.

Candeggiata e messa a nudo la facciata, si è passati alla sostituzione di tutti quei mattoni, visibilmente degradati per rottura o polverizzazione materica, utilizzando mattoni simili per dimensione, costituzione e colore scelti fra numerosi campioni proposti dalla Ditta appaltatrice.

Compiuta la sistemazione, con tecnica cuci e scuci del paramento murario, questo è stato trattato con “biocida” in soluzione acquosa al fine di eliminare tutte le forme batteriche che aggredivano la muratura. L’integrazione successiva della malta di allettamento, risultata dalle analisi composta da calce aerea, ha completato tecnicamente l’intervento. Al fine di impedire ai piccioni di nidificare nuovamente nei fori pontai e aggredire con il loro guano la facciata, si è provveduto ad installare reti di rame trattato all’interno degli stessi.

L’intervento trova nel ridisegno del sagrato l’elemento di arredo urbano che completa e arricchisce il riordino dei percorsi pedonali della pubblica via frontista del canale, contestualmente elevando e mettendo in risalto, per contrapposizione di materiali e tecniche compositive, la facciata della chiesa.

L’area definita e delimitata da fioriere era inizialmente semplicemente asfaltata con una contropendenza che, invece di allontanare le acque meteoriche dalla facciata, le convogliava aumentando il fenomeno di risalita dell’umidità. Per ovviare a questa negativa situazione di fatto, si è pensato di realizzare, mediante l’impiego di fasce di trachite disegnate a ventaglio, contropendenze tali da convogliare le acque meteoriche lontano dalla facciata. E nel contempo si è proceduto a posizionare un ulivo all’interno della pavimentazione per creare quell’elemento di rottura alla prospettiva e all’uniformità materica e cromatica della trachite e del porfido utilizzato quale finitura.

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Come citare questo articolo

Massimiliano Furini. “San Leonardo di Villadose”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-leonardo-di-villadose/

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