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STORIA - TRADIZIONI

San Valentino

Un tempo a Occhiobello il giorno del santo era festa grande

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 80–81

San Valentino nel passato a Occhiobello era festa grande: e per me era la possibilità di godermi i nonni e due tavolate di parenti della mamma, personaggi allegri e tanto diversi dai parenti di mio papà anch'essi agricoltori, ma più seri e "composti". È noto che solo in tempi recentissimi a S. Valentino si attribuisce la protezione degli innamorati, da sempre invece è il riferimento agli ammalati di mille mali strani, tra cui l'epilessia; ma a me piace ricordare il quadretto della piazza come doveva essere nel passato.

…Ecco, prima ancora dell'alba, carri e carretti giungevano da ogni dove, animando gli argini del Po ancora infreddolito, perché una volta la primavera era molto più lontana…Chi veniva dal mantovano e chi dall'altra sponda, alcuni dai. colli, altri dal mare e, accaparrata, dietro il pagamento di un balzello, una porzione pur piccola di piazza, si aprivano banconi improvvisati di legno annerito dal tempo o si stendeva su lunghi teli di juta, mercanzia di ogni tipo: piccoli attrezzi da lavoro, abiti e calzature da festa, ottoni e cose ramate, cesti, gràmole, reti e…arance, tante arance.

Ma non mancavano mai i palloncini, nè infilate di baracche così simili – ma pur diverse – con lo zucchero filato, i croccanti, le carrube, le castagne secche e la liquirizia…con lunghe trecce di pasta dolce dai mille colori, odorosa ed attaccaticcia…il tutto condito da un vociare animato nell'odore acre dei fritti, le urla di gioia ed il cigolìo delle giostrine, quella coi cavallucci ed il trenino per i piccoli, la famigerata "calcinculo" per i più spericolati…

C'era anche il fotografo con la grande macchina sul treppiede, il cappellone e le pistole finte, pronto a fare di ogni bambino un cow-boy, sulla sella del cavallo bianco di legno, con una vecchia pelle di mucca per sfondo!

Nella golena, invece, legati ai pali per divisorie di corda, le bestie del mercato, anch'esse giunte da ogni dove e spesso a piedi, con camminate che erano durate gran parte della notte. Erano manze e giovenche bianchissime, cavalli di ogni taglia e per ogni uso, mucche mantovane e tori di razza…galline, colombi, conigli e perfino cani da caccia. In disparte: semi, viti da trapianto, piante da frutto.

Per tutto il giorno le campane suonavano e le messe si susseguivano nel luccichìo delle candele e nel profumo dell'incenso, fino alla Messa cantata delle 11, poi fervorose prediche e benedizione agli ammalati (del cui aspetto fisico, io da bambino, avevo spesso paura).

A mezzogiorno la gente ritornava a casa, la piazza si spopolava e gli ospiti si riunivano a gruppi sull'argine per mangiare le strane cose che s' erano portati, a cui si aggiungevano le arance piccole e sanguigne, dolcissime e a buon mercato.

Il pomeriggio era un andirivieni tra le bancarelle e un contrattare le varie mercanzie, fino alla sera, quando un imponente processione -carabinieri in alta uniforme e bandiere delle varie associazioni- chiudeva con la benedizione delle reliquie la festa solenne e finalmente ancora tutti in piazza con la Banda.

Qualche volta, tempo permettendo, c’era anche la cuccagna…e spesso qualcuno appariva affacciandosi dai pergolati delle case di piazza per guardare giù, ma senza avere più la voglia di scendere…

Poi, i fuochi d'artificio, che ogni anno aumentavano e di spettacolarità e di numero, ed erano sempre più simili a quelli del cinema ed ancora più belli, ma impaurivano le bestie: erano pacifiche "bombe", ma la gente era contenta; di tutto si faceva per dimenticare la guerra…

A notte ormai, ognuno riprendeva la strada del ritorno e le vie si ridisegnavano nel buio, le lanterne ondeggiavano sotto i carri… c'era chi si ritrovava qualche soldo in più in tasca e nel cuore la gioia della vendita sperata, chi aveva sul cassone una nuova bestia da aggiungere alla stalla o nuovi finimenti, o un puledro scontento di aver cambiato padrone…Qualcuno sonnecchiando, appoggiato alla mamma, stringeva forte un nuovo giocattolo, qualcun altro riportava alla sofferenza di ogni giorno il suo male, con la consolazione di aver pregato il Santo, la certezza di una fiammella sulla candelina offerta e la speranza di chissà quale augurio…

E così sono passati gli anni, tanti anni…C'è ancora un 14 febbraio anche ad Occhiobello, un paese che è cambiato; c'è ancora la stessa statua, lo stesso odore di incenso, oggi…le stesse bancarelle, soltanto esternamente più moderne, c'è la giostra, ma c'è altra gente…

E nessuno si è accorto che è scappato da una manina pasciuta di un bambino viziato e sazio di tutto, un palloncino verde. Per caso l'ho scoperto e riesco appena con il pensiero a legare a quel filo la mia speranza, perché lo porti lontano, e in tasca incontro un foglietto di carta: cosa sarà?

Ah, sì… è il santino di San Valentino!

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “San Valentino”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-valentino/

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