Un secolo e mezzo fa, attorno a Bottrighe altro non vi era che terra fertile a dar lavoro ai suoi abitanti, poiché mancando i sistemi meccanici di lavoro agricolo, buona parte della popolazione traeva dalla terra i mezzi di sostentamento. Le culture che davano maggiore reddito ed il maggior lavoro erano il grano, il foraggio, il granoturco e gli estesissimi vigneti (alla produzione di uva sembra risalire il nome di Bottrighe) allora immuni dagli attacchi della sconosciuta filossera (insetto emittero che arreca gravissimi danni alla vite) e peronospora (fungo microscopico parassita della vite).
I campi, fertilissimi per la loro stessa formazione, erano ulteriormente concimati da ciclici straripamenti del fiume che, se durante l’inondazione portava carestia, miseria e dolori, abbandonava però limo ricco di humus e sostanze organiche, in grado di riportare l’antica fertilità, compensando con abbondanti raccolti il danno delle alluvioni.
Altre famiglie di Bottrighe erano dedite alla pesca fluviale. Alcuni abitanti si distinsero come eccellenti marinai, pescatori di professione, e dilettanti abilissimi della lenza, altri si dedicarono infine con successo all’artigianato ed in particolare alla lavorazione del ferro battuto.
Ma l’agricoltura restò pur sempre la principale fonte di reddito, divenendo via via più razionale e produttiva con l’impiego di nuovi sistemi, concimi e macchine. E proprio dall’agricoltura prese il via il progetto dello zuccherificio, che cambiò corso alla vita del paese aumentando notevolmente prosperità e numero di abitanti.
Nel 1912 una società belga pose mano alla costruzione in Bottrighe di un impianto grandioso, che venne terminato nel 1914, anno in cui si effettuerà la prima campagna saccarifera con la direzione del sig. Bergher il quale rimase alla guida della struttura industriale sino al 1920, potenziando con macchinari nuovi il sistema e la resa. Al primo direttore succederà l’ing. Delaut, sempre del gruppo italo-belga, mentre nel 1931 la società passerà ad un gruppo finanziario italiano con direttore il dott. Davanzo che resse con intelligenza e amore lo stabilimento sino al 1944.
Negli anni sessanta l’impianto bottrighese batteva il primato italiano sia per la produzione quantitativa che qualitativa; meta questa conseguita sotto la guida sapiente dei direttori che si succedettero: il Dott. Piombo, il dott. Foti e l’Ing. Busatto.
Negli anni ottanta, dopo varie vicissitudini e cambiamenti societari (dal Gruppo Montesi dell’I.S.I. Agroindustriale), la fabbrica viene ristrutturata e potenziata sino a raggiungere una capacità di ottantamila quintali di barbabietole lavorate al giorno.
Si avvicina ormai l’epilogo per lo zuccherificio bassopolesano: nel corso del 1991 la società I.S.I. passa all’Eridania del gruppo Ferruzzi che nell’ottobre dello stesso anno ne decreterà la chiusura, probabilmente per le strette vicinanze dello zuccherificio di Contarina.
Un clima malinconico grava ora sul glorioso stabilimento saccarifero di Bottrighe, degradato a magazzino di zucchero, sughi, melassi e polpe provenienti da altri stabilimenti italiani. E l’aria di disattivazione che si respira fa pensare che una pagina di realtà vissuta stia già tramutandosi in storia.
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Come citare questo articolo
Roberto Marangoni. “Storia di uno zuccherificio”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/storia-di-uno-zuccherificio/