La conoscenza della storia locale, già di per sé piacevole e interessante, può divenire anche fonte didattica, quando si possono trovare curiose analogie fra le situazioni del passato e quelle dei giorni nostri. Per esempio, la scarsità di popolazione e di sacerdoti, aveva già in altri tempi determinato l’unione di più parrocchie, sotto la cura di un unico prete, un pò come sta avvenendo in questi anni nelle piccole comunità rurali. Sei secoli addietro, un’analoga situazione, sia pure dovuta a cause diverse (pestilenze ed inondazioni), aveva ridotto i parrocchiani della chiesa di Santa Maria di Bagnolo e quella dei Santi Giuliano e Gottardo, a poche famiglie, (circa otto, per lo più dedite alla pesca). Motivo per cui l’allora vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, aveva decretato l’unione delle due chiese bagnolesi alla pievana di Trecenta, al cui parroco era quindi affidata la cura d’anime di entrambe le comunità. Ma, nonostante la riorganizzazione ecclesiastica, non è che la situazione pastorale fosse proprio ineccepibile, così almeno appare dal verbale della visita del vescovo Francesco Dal Legname, succeduto nella guida della diocesi di Ferrara al Beato Giovanni Tavelli, a sua volta successore del Boiardi.
Il presule si era presentato col suo seguito presso la parrocchiale di San Giorgio di Trecenta, la domenica mattina del 4 maggio 1449 e, dopo aver celebrato la Messa, fatto il consueto sermone al popolo e amministrata la Cresima ai bambini, avviò l’esame della situazione religiosa nella parrocchia.
Era in quel tempo arciprete di Trecenta Don Francesco Marescalchi, fresco di ordini sacri, ricevuti a Roma poco più di un anno prima (23 dicembre 1447) e subito promosso rettore di questa importante chiesa, in quanto personaggio di spicco della cultura umanistica ferrarese e italiana di quel periodo. Data la simultanea attività di docente presso lo Studio Universitario di Ferrara, è lecito immaginare che la sua presenza in parrocchia fosse alquanto saltuaria e la cura d’anime di fatto delegata ad un cappellano. Ma non era facile trovare fra il clero ferrarese un sostituto fidato e di provata esperienza, disposto a risiedere in una casa canonica de cannis, lontana dalla città, fra paludi e fiumi minacciosi (anche il tetto della chiesa di Bagnolo era coperto di canna).
Una situazione disagiata, dunque, che spiega il motivo per cui la gran parte dei cappellani era di origine forestiera, reclutati per lo più fra gli squattrinati studenti di teologia, che da varie parti d’Italia affluivano presso l’Università Estense. Costoro, motivati dalla necessità di uno stipendio per mantenersi agli studi, più che dall’amore verso il prossimo, finivano per accettare la supplenza nella cura d’anime anche nei luoghi più difficili. Fu così che la parrocchia di San Giorgio di Trecenta e quella unita di Santa Maria di Bagnolo (della chiesa dei Santi Giuliano e Gottardo nel 1449 non v’è più menzione), finirono per essere affidate dal Marescalchi alla cura di un prete “mercenario” di origine abruzzese, Don Nicola da Torino d’Abruzzo.
L’attività pastorale di questo cappellano si rivelò però disastrosa e il vescovo Dal Legname, buon indagatore, se ne accorse già all’inizio della visita: su 432 anime, ben quaranta rifiutavano di fare la comunione, vi erano in paese “multi blesfematores” e don Nicola tollerava senza tanto impensierirsi che certo Manfredus tenesse moglie e concubina, sia pure sotto tetti diversi.
Altre lamentele arrivarono al vescovo dai parrocchiani di Bagnolo, presenti alla visita con una delegazione. In particolare riferirono che il cappellano, adducendo la scusa che nessuno gli portava la pietra sacra dell’altare, non si recava mai alla loro chiesa per celebrare la Messa, abbandonando di fatto la parrocchia sorella a se stessa.
Verificate tutte queste inadempienze, il Vescovo decise perciò di indagare a fondo sul comportamento del cappellano, procedendo all’interrogatorio di alcuni testimoni.
Il primo a rispondere fu Giovanni Rognoni, parrocchiano di Trecenta, che però non si sbottonò più di tanto, aggiungendo solamente che il cappellano era “tardus ad infirmos” e che ogni tanto si faceva una bevutina all’osteria “et vadit ad bibendum ad tabernam aliquando”.
Ugualmente, le informazioni non erano rassicuranti e per il Vescovo si rendeva necessario l’esame di un secondo testimone. Interrogato certo Domenico Marchesi, questi non solo confermava, ma rincarava le accuse: a suo giudizio don Nicola era rozzo, pigro nel confessare e nel visitare gli infermi e, in quanto al vizio del bere, “vadit ad tabernam ad bibendum et aliquando ebriatur et est superbus homo”. Si delineava dunque l’immagine di un prete che, oltre a trascurare le mansioni religiose, era assiduo frequentatore delle osterie, ogni tanto si ubriacava e, come se non bastasse, era altezzoso verso il prossimo. Sicuramente, una brutta faccenda.
Ma il giudizio di una o due persone a volte può essere influenzato dalle dicerie o da contrasti personali, perciò il Vescovo chiese di interrogare un terzo testimone. E venne il turno del sarto Antonio Chirighino, il quale: “dixit quod capellanus est multum piger circa infirmos et est rudis et vadit ad tabernam et ebriatur quasi omni obdomeda”. Dunque, era tutto vero: il cappellano era pigro nelle opere di carità, ma anche rozzo nei modi e nel parlare e si faceva una sbronza quasi ogni settimana, come certe mode dei nostri tempi.
Il povero vescovo ne aveva sentite tante durante la visita pastorale: preti dalla cultura vacillante o semianalfabeti, preti concubini con tanto di compagna e figli a carico. Preti usurpatori dei beni parrocchiali erano all’ordine del giorno in quei tempi, ma l’evidenza di un prete rozzo, superbo e ubriacone gli era del tutto nuova. Ed anche violento, come appare dalla deposizione dell’ultimo testimone, Antonio Carrari, detto “Capuzo”, sentito per scrupolo estremo: “dixit quod capellanus est furiosus et superbus et piger circa infirmos et vadit ad tabernam et aliquando ebriatur”.
Ce n’era abbastanza per un’ammonizione ufficiale: da quel momento in poi e per nessun motivo Don Nicola “vadat ad tabernam” e dovrà essere “humanus et solicitus circa infirmos”, in quanto all’officiatura nella chiesa di Bagnolo, “monuit… ut aliquando celebret in dicta ecclesia”, lo ammonì di celebrarvi almeno una messa ognitanto, altrimenti il Vescovo “contra eum procedet iuris remediis”, procederà contro di lui con le punizioni di legge.
Tutto sommato, a Don Nicola poteva anche andare peggio; a suo favore aveva giocato la paterna comprensione per una condizione di vita in un ambiente difficile, ma il vescovo gli faceva chiaramente capire che non avrebbe tollerato oltre una tale condotta disdicevole. A buon intenditor… e le prigioni della curia vescovile non avevano certo una buona fama.
Ma come spesso succede ai personaggi troppo aderenti al Vangelo, a finire in prigione sarà invece lo scomodo vescovo riformatore Francesco Dal Legname. Egli infatti non si limitò a riprendere i suoi sottoposti, ma indirizzò le sue critiche anche verso il comportamento corrotto di Casa d’Este. Per aver osato tanto finirà per essere ingiustamente rinchiuso dal duca Borso, nei terribili sotterranei del castello di Ferrara, finché nel 1458 sarà sollevato dall’incarico e trasferito alla più tranquilla diocesi di Feltre e Belluno (dove però non potrà risiedere per l’opposizione del Senato Veneto, preoccupato anche questo dall’intransigenza morale del neo eletto).
Peggior sorte toccherà sul finire del secolo (1498), ad un altro ferrarese in controtendenza, che rispondeva al nome di Frà Girolamo Savonarola.
Insegnamento della storia: accogliamo con riconoscenza l’opera di apostolato dei nostri parroci, anche quando può sembrarci non del tutto perfetta, a causa di impegni pastorali in più comunità. Di fronte ad analoghe situazioni del passato, noi possiamo ancora dirci fortunati.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “Uno strano prete a Trecenta”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/uno-strano-prete-a-trecenta/