L’oboe e la sua dolente malinconia non potevano meglio accompagnare quei tramonti rosati, soffusi di nebbia su quelle piccole isole, miraggi di esistenza, sospese nella laguna silenziosa.
In quello studio, con le vetrate aperte sulla darsena del porticciolo, l’acqua con i riflessi della luce conferiva un’atmosfera particolare alle giornate, e la musica si spandeva leggera, avvolgendo ogni parte del suo corpo. Veronica aveva le linee sinuose e i movimenti delicati degli artisti: il pennello, nelle sue mani dalle lunghe dita, volteggiava leggero nell’aria disegnando magiche, impalpabili figure, catturando ombre e luci di un mondo sconosciuto, ameno.
I suoi quasi quarant’anni erano una sfida al tempo e alle convenzioni che l’avrebbero voluta sposa, madre, donna di casa, signora integrata. Ma lei al ’68 ci aveva creduto. Non aveva giocato, non aveva recitato il copione della pasionaria, aveva continuato a portare gli zoccoli e quei maglioncioni di lana peruviana liberi e caldi, anche quando, superata la bufera, nelle vetrine del Centro erano ricomparse le griffe e una nuova ondata di lusso, esclusività e benessere. Quel sangue in quelle stesse vie del Centro, lei non l’avrebbe mai potuto dimenticare: quel sangue le aveva macchiato lo sguardo di rosso, un rosso acceso come quello che stava usando per quei papaveri persi in un campo di grano ondeggiante come la storia.
I colori che stava usando per quel paesaggio, se ne rendeva conto, erano lei stessa, come lei quell’azzurro intenso di un cielo, dove non c’erano nuvole né voli d’uccelli.
“Pronto Veronica? …sei tu? Veronica come stai? …È da tempo che non ci si sente, mi stavo chiedendo dove ti eri cacciata e come stavi. Lo sai, mi manchi. Mi manchi sulla pelle, negli occhi, mi manchi nelle mani”.
“Si, anche tu, Marcello, ma ho bisogno di riflettere, lavorando ad un quadro a cui tengo in modo particolare. E poi, lo sai, quando lavoro non ho voglia di vedere nessuno, nemmeno te”.
“Ma non starai male, vero? Lì nello studio ci sarà freddo e umidità, siamo quasi a Novembre e le nebbie saranno ormai cominciate, anche se deve essere fantastico, quando il sole apre la nebbia e ti illumina attraverso la vetrata. Come vorrei essere lì con te a parlare, sentire musica, prepararti tazze e tazze di caffè fumante!”.
“Marcello, hai ragione, le nebbie sono cominciate, ma il sole dell’Estate Indiana è quello che amo di più: gli ultimi impulsi, poi la pace, l’inverno, il silenzio e il riposo. Fai il bravo Marcello, ciao, ti chiamerò io, non preoccuparti, per me c’è ancora tempo, lo sento”.
Quando Veronica riattaccò i suoi occhi verdi non poterono non fissarsi un attimo nello specchio e vedere quelle righe che segnavano il fondotinta steso da poco: goccioline che scesero giù fino al collo e perdendosi sul maglioncino chiarissimo.
Un dolore improvviso, le penetrò ogni centimetro del suo ancora energico corpo. Stava morendo. Come la natura andava incontro all’Inverno, ma per lei non ci sarebbe stata una nuova Primavera.
Di lei, non sarebbe rimasto che quel meraviglioso campo assolato di grano con papaveri rossi come il suo amore, con un sole caldo come il suo essere. Ormai non aveva più paura. Le aveva provate tutte, le paure. Quella nera che ti fa urlare e scappare dove non si sa. Quella beige, debole, che ti consuma prima che sia il momento, che ti corrode la pelle del viso con il sale delle lacrime. E quella rossa, accesa di rabbia, perché non è giusto… perché a me… perché… Io che dovevo leggere ancora poesie, ascoltare musiche, conoscere sensazioni, idee, parole… Le sue gambe lunghe, fasciate nei jeans apposta stretti per sentirsi ancora desiderabile, una voglia di giovinezza, di bellezza, erano la voglia di togliersi ogni voglia, anche se nel negozio le altre la fissavano quasi con sdegno, perché “si sa …gli artisti sono tutti un po’ matti e le donne leggere, facili, senz’altro diverse…”. Diverse anche nella morte.
E Veronica aveva scelto di morire lì, in quello studio-palafitta, tra i colori e l’odore salmastro del mare. Lì, dove con Fabio, quattro anni prima, aveva creduto al loro amore “amorale”: i trentasei anni di lei, i venticinque di lui. La lotta contro la famiglia di lui, contro gli amici di lei, contro i calcoli di tutti, non i suoi.
Nella sua visione l’amore non aveva età, né previsioni, né pianificazioni. Non si poteva decidere quando avrebbe bussato alla porta, lei l’avrebbe aperta e l’avrebbe lasciata aperta.
Fabio però l’aveva chiusa alle spalle: i suoi spartiti musicali, la chitarra, i libri di patologia medica se n’erano andati. Era una ragazza di diciannove anni, insicura quanto i quarant’anni di lei, ma con un caschetto biondo d’innocenza che era bastato per portarselo via in una casa con una cucina componibile e un mutuo.
E poi Veronica e Michele, Veronica e Marcello e poi Veronica e il cancro, un ultimo ponte da attraversare per andare al di là della tela, forse dove Fontana voleva andare con i suoi tagli, attraverso il taglio, netto come una ghigliottina sospesa.
Veronica e la sua esistenza disordinata, Veronica e i suoi capelli di paglia di Firenze. Veronica e suo padre che solo ieri, appena quarant’anni prima, la teneva sulle ginocchia e le insegnava a disegnare una casa in prospettiva. Sì, perché lei, da bambina, le case le sapeva solo disegnare in prospettiva. E in prospettiva non aveva più voluto disegnare niente, nemmeno una prospettiva di morte.
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Come citare questo articolo
Patrizia Ghio. “Veronica”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/veronica/