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NARRATIVA

Verso i lidi dei sette mari

di Raffaele Peretto

Ventaglio Novanta n. 4 1991 pp. 113–116

È un tiepido giorno di aprile dell'anno 741 ab Urbe condita. Siamo agli albori dell'impero romano: da 17 anni Augusto governa la sensibile espansione territoriale di Roma¹.

Una nave, una cosiddetta sutilis navis² sta percorrendo sottocosta l'Adriatico, là dove l'Eridano diramandosi forma suggestivi apparati deltizi tra lidi, valli, boschi.

Il natante, lungo 85 piedi, per una larghezza massima di 20, ha il fondo quasi piatto; è adatto per il cabotaggio marittimo ed anche per la navigazione interna fluviale. Zavorrato nella stiva con ghiaie, trasporta oltre 100 lingotti di piombo, dalle 60 alle 127 libbre l'uno³, provenienti dalle miniere iberiche di proprietà di Marcus Agrippa, genero di Augusto. Il carico comprende anche una trentina di tronchi di bosco, lunghi tutti poco più di un passo, accatastati in due parti e coperti da stuoie: sono destinati a valenti artigiani per farne piccole statue e decorazioni. Nella stiva abbondano anche le anfore, contenenti vino pregiato delle isole greche, olio, salse a base di pesce, olive, miele e altre derrate alimentari, come attestano le scritte impresse su alcune di esse. Oltre all'occorrente per la vita di bordo, come vassoi, piatti, tegami, scodelle, bicchieri, brocche, mestoli, cesti in vimini, lucerne, tra la merce vi sono raffinati tempietti votivi fusi in piombo, da appendere nei larari domestici di benestanti famiglie della Padania.

Siamo in aprile, come detto, e questa nave, di nome Fortuna maris, è diretta al non distante scalo portuale di Hadriani: ancora il tempo di due giorni di navigazione, forse meno se i venti saranno favorevoli⁴.

Ai marinai, Blandius (il comandante), Priscus, Placidus, Hymnus, Cnaeus, si sono aggiunti due passeggeri a Ravenna: Ancharius e Servilia. Lui è un valido agrimensore, un tecnico che ha l'incarico di esaminare e rilevare parte dell'agro adriese per progettarvi una estesa centuriazione, compito arduo se si considerano i problemi ambientali legati alle diramazioni del Po in prossimità della foce⁵. Porta con sé la sua giovane compagna, una schiava alla quale è riuscito a concedere la libertà. Ci sono anche Apicius ed Evaristus, il primo da qualche anno commerciante di cavalli e animali da traino, l'altro proprietario di avviate fornaci di laterizi poste lungo il Volano.

L'equipaggio ha consumato il pasto come al solito a poppa, attorno ad un fuoco delimitato da pietre refrattarie, ha mangiato carne fresca di maiale integrata con pesce catturato in mattinata e cotto su una graticola. Gli avanzi del pasto hanno fatto felice anche il cane di bordo. Le scorte di viveri sono ancora abbondanti: carne salata di ovini e bovini, quarti di maiale, acquistati da poco, ma anche pollame, molluschi e non manca certo il pesce.

Il cibo di Hymnus è stato sistemato nello scaldavivande, essendo impegnato nel turno al timone che non ha potuto abbandonare per il vento ultimamente più intenso, a vantaggio comunque della navigazione.

Tutto procede regolarmente, la nave scivola a gonfie vele…

Ma Blandius non si sente tranquillo, l'esperienza gli fa percepire l'arrivo di un temporale, di quelli improvvisi che caratterizzano la primavera… è all'erta fino a quando nota all'orizzonte il profilarsi della minaccia: un'esile, ma ostile fascia scura tra mare e cielo…

Gli uomini si preparano, come in altre simili occasioni, ad affrontare la burrasca, provvedendo al riparo di quanto si trova sul ponte ed organizzandosi per la sicurezza loro e della nave.

Il vento progressivamente si fa sempre più impetuoso, il cielo più cupo, il moto ondoso aumenta. I marinai abbassano le vele, cercano di tenere sotto controllo il timone, in due poi in tre. La situazione peggiora in breve tempo, le onde si fanno gioco dell'imbarcazione: non è più controllabile, si stacca il timone, l'albero si spezza. La spiaggia non è distante, istintivamente tutti si gettano in mare, nel tentativo di raggiungere a fatica il lido costiero.

La tempesta continua, gli uomini dalla spiaggia seguono con lo sguardo disperato la loro Fortuna maris sballottata dalle onde… poi l'oscurità del temporale, la fitta piogga, il calare della sera impediscono di vedere il destino del relitto.

“Dove sono Ancharius e Servilia?” chiede Evaristus, notando la loro assenza. In tutti c'è un attimo di sgomento che si aggiunge alla tensione per le sorti legate alla Fortuna maris… I pensieri cercano di fissare istanti nella lotta appena sostenuta, solo Cnaeus riferisce di averli visti aggrappati all'albero della nave con Ancharius che cercava di tenere stretta la sua compagna disperata. La pioggia è incessante e a nulla serve chiamarli… non resta che il tormento di un'ultima speranza, la stessa per loro e per la nave: rivederli, ritrovarli alle prime luci del nuovo giorno.

Si cerca riparo nel vicino bosco tra i lecci. Gli uomini si trovano lungo una via: è la Popillia, poco oltre notano un rustico dove sono ospitati da un veterano, Lucius, ex centurione dell'esercito di Roma.

I marinai affranti, dopo aver descritto la loro disavventura tra lo scoppiettio di un benefico fuoco, sono costretti a sentire le gloriose imprese del militare, delle sue campagne di guerra, delle terre in cui ora vive coltivando un fertile podere nei pressi delle dune. Sono informati di quei luoghi, di un'antica e fiorente città costruita dagli Etruschi: Spina, ora ridotta ad un modesto villaggio⁶.

Nel frattempo la tempesta sembra cessare, ma dopo una breve quiete riprende un forte vento, accompagnato da pioggia battente fino a tarda notte.

Blandius e i suoi compagni non possono dormire ed è ancora buio quando tra gli spiragli delle nubi diradate si intravede una pallida luna. Si decide di tornare sulla spiaggia, ma è troppo presto e il debole chiarore della luna non consente di notare qualche indizio, qualche seppur debole riscontro.

È l'alba a mostrare il cielo terso, cristallino, e poi il sole ad illuminare le valli di un verde intenso.

I marinai lungo la spiaggia vanno alla ricerca della nave: nel mare calmo nessuna traccia… non sarà da loro più ritrovata.

Si notano solo sulla spiaggia, in parte cancellate dal rifluire delle onde, le impronte di piedi scalzi: sono di due persone che vicine, appaiate si sono incamminate verso tramontana. “Mi auguro che siano quelle di Ancharius e Servilia – dice Blandius – …spero che gli dei abbiano loro riservato una sorte migliore di quella concessa alla mia Fortuna maris…”.

Ma la nave non affondò. Dopo aver vagato in mare venne spinta, durante la notte, dal vento e dalle correnti verso il litorale deltizio dove si arenò, subendo danneggiamenti alla fiancata sinistra. Rimase lì adagiata sul basso fondale, presso la foce del Sagis, non distante da Spina. Era già parzialmente insabbiata dalla violenta mareggiata, custodendo ancora nella stiva buona parte del suo carico.

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Come citare questo articolo

Raffaele Peretto. “Verso i lidi dei sette mari”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/verso-i-lidi-dei-sette-mari/

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