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UN RICORDO

Anselmo Girotti, partigiano tagliolese

Rievocati da Giovanni Girotti i terribili momenti della Resistenza e della cattura del fratello, morto nel campo di sterminio di Dachau

di Patrizia Ghio

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 96–97

Nei piccoli paesi di provincia la storia con i suoi avvenimenti appare così lontana, sospesa come se dei suoi cambiamenti non ci fosse traccia, se non per quella struggente nostalgia che ci avvolge non appena ci fermiamo a parlare con gli anziani che “allora” c’erano che con i loro sguardi “di ragazzi” hanno visto, sofferto, vissuto in prima persona ciò che non è mai stato scritto.

A Taglio di Po il suo nome ritorna alla memoria non appena si percorre la via del Cimitero: via Anselmo Girotti, il ricordo di un uomo di valore che morì nel campo di sterminio di Dachau.

Dei suoi fratelli, quattro sono ancora vivi, ed è con Giovanni Girotti di 78 anni, presente al momento della cattura, che iniziò a parlare di quando con Anselmo “si faceva la resistenza” nei lontani giorni del 1943.

“Con l'armistizio dell'8 Settembre 1943 si era creato un clima di disordine e smarrimento – ricorda Giovanni Girotti –: soldati che fuggivano per tornarsene a casa, altri che catturati dai Tedeschi venivano deportati nei campi di concentramento in Germania.

Nei paesi tra le compagnie di amici, nascevano tristi fratture dovute a scelte diverse. C’era chi passava con le forze della Repubblica Sociale Italiana alleata con i Tedeschi, chi invece si dava “alla macchia” per non rispondere ai bandi di chiamata della Repubblica di Salò, chi invece sceglieva di iniziare la lotta armata come partigiano.

Io e Anselmo, scappati dal Montenegro, eravamo dei cosiddetti “sbandati” ovvero dei disertori, renitenti alle armi, con la paura quotidiana di essere riconosciuti e denunciati.

Lavoravamo giù nella “marina”, nelle valli di Bacucco che avevamo in gestione: si raccoglievano le canne, si pescava e di nascosto si tenevano i collegamenti con i partigiani. Molti altri sbandati ferraresi e romagnoli si nascondevano da noi, tra i canneti e gli scanni raggiungibili solo in barca.

A Taglio di Po intanto le cose cominciarono a peggiorare. Infatti nella Caserma dei Carabinieri si era insediato un Comando Tedesco mentre l'VIII compagnia della 19ª B.N. Polesana operava con compiti di polizia e servizio d’ordine.

Erano giorni di paura: perquisizioni, arresti, requisizioni di apparecchi radio, qualche deportazione in Germania come il giovane Nello Fabbri di soli 18 anni.

E proprio per reagire a questo “stato di coprifuoco” nel marzo 1944 si formò la Brigata Partigiana Autonoma “Sivio Trentin” comandata da Dino Docenti e da Anselmo Girotti in qualità di Vice Comandante. Credo sia stato il periodo più intenso della nostra Resistenza Bassopolesana”.

A questo punto gli occhi di Giovanni si fanno tristi e la voce tradisce commozione e sofferenza.

“Non posso non ricordare gli episodi che portarono alla cattura di mio fratello. La mattina del 7 giugno 1944 Anselmo con Dino Nocenti attaccò una pattuglia della G.N.R., giunta nella Valle di Bacucco per un’ispezione. Vi fu una violenta sparatoria che costrinse i Repubblichini alla ritirata. La notte del 3 luglio attaccammo il faro di Gorino Ferrarese e ne sabotammo gli impianti. Sempre nello stesso mese, la “Compagnia della Valle Busoni” attaccò la Caserma di Finanza di IVICA (frazione di Porto Tolle), prendendo tutte le armi, le munizioni e arruolando nelle proprie file tre guardie che erano state fatte prigioniere. Quella fu l’ultima azione realizzata con mio fratello, prima della sua cattura, il 9 settembre de ’44”.

“Forse se il giorno della sua cattura avessi sparato… – continua Giovanni –. Mi ero accorto che i Tedeschi stavano arrivando in barca lungo il canale. “Dai Anselmo scappiamo o prepariamoci a sparare: vengono per catturarci” – dissi a mio fratello.

Mi buttai in acqua nuotando verso l’altra riva, lui invece rimase là, sicuro che l’avrebbero lasciato libero. “Cercano i giovani non i vecchi” furono le ultime parole che mi disse. E invece lo presero con il cugino Marco.

Prima li portarono a Goro, poi a Mesola nel Castello, dove si trovava la Gestapo e il comando della Brigata Nera. Ricorderò sempre quando, nascosto tra le canne con le armi in mano, lo vidi passare tra 4 tedeschi e 3 brigatisti neri.

Avrei dovuto sparare, ma qualcosa me lo ha impedito forse il fatto che per un tedesco ammazzavano dieci italiani. Non so, in certi momenti è difficile decidere, solo dalla televisione, nei film sembra facile uccidere.

Passate alcune ore progettai un piano per farlo fuggire: volevo aspettare le camionette a Bosco Mesola e sparare, ma non trovai nessuno disposto a seguirmi e ad aiutarmi. E sì che Anselmo ne aveva aiutata di gente! Da quel giorno non ho mai più visto mio fratello. Quando la guerra finì ricevemmo la telefonata di un militare di Ariano Polesine che aveva incontrato mio fratello a Dachau.

Ci raccontò che nel campo i prigionieri militari erano divisi da quelli politici che venivano trattati con molta più durezza. Il militare grazie ad uno della cucina riusciva ad avere qualche patata in più che portava ad Anselmo. Ma, infestato da pidocchi, venne sorpreso mentre si faceva una doccia senza permesso. Uscito dall’isolamento durato alcune settimane venne a sapere che Anselmo era morto pochi giorni prima, il 31 marzo ’45. Sarebbe bastato resistere un altro mese: la liberazione era così vicina!”

Gli occhi di Giovanni a stento trattengono le lacrime, poi mi confessa: «quando in televisione vedo certi documentari sui campi di sterminio, quei volti scarni e desolati, quegli sguardi disperati, mi alzo e spengo. Gli occhi di Anselmo erano così grandi e vivi: così li voglio ricordare. Gli occhi di un uomo che ha creduto in un sogno di libertà».

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Come citare questo articolo

Patrizia Ghio. “Anselmo Girotti, partigiano tagliolese”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/anselmo-girotti-partigiano-tagliolese/

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