Rispettivamente ad ovest e ad est della statale n. 16 che congiunge Rovigo a Ferrara, sorgono Canaro e la sua frazione Garofolo.
È abbastanza accertato che l’etimologia del toponimo Canario – poi Canaro – sia legata alla caratteristica del territorio, il quale già in epoca romana, doveva essere invaso da paludi e canneti. Un luogo di canne d’acqua, da cui “Vico Canario” figurante nel livello del 1082, probabile vico romano lungo un tracciato stradale che collegava la fascia romagnola con i territori polesani passando per la “Valle Fraxineta”.
Il citato documento del 1082 riguarda una concessione a livello (ovvero contratto agrario) del vescovo Graziano di Ferrara e tal Gerardo di Adamo sui fondi di tre “casali” situati nel medesimo vico di Canaro, i quali confinavano con i diritti di Santa Sofia di Canaro, un gorgo – forse il lago di Cuortagliato – e una “mediam Pelestrinam” un corso d’acque, identificabile con una Pestrina proveniente da Gaiba con un percorso Zampine, Stienta, Ospedaletto, Fiesso, Capitello, “La Crosara”, Raccano.
Il secondo podere, tra i confinanti vari, rivela la presenza dei marchesi da Este nel territorio, con i fondi di “Azo Marchio”, ovvero Alberto Azzo II capostipite della dinastia estense, il quale, dopo aver contratto matrimonio con Cunegonda d’Altorf della famiglia bavarese dei “Gulfi”, entrò in possesso dei cospicui beni compresi nella copiosa dote della moglie, tra i quali figuravano alcuni fondi in Canaro.
Anche i monaci di Pomposa avevano dei possessi a Canaro. E ciò è confermato da un diploma dell’anno 1178, con il quale l’imperatore Federico Barbarossa concede all’abbazia di Pomposa il diritto di condurre un fondo in Canaro, tutt’ora ubicabile verso Garofolo, dove esiste una campagna detta “Frattina”.
La chiesa odierna di Canaro, dedicata a S. Sofia, venne eretta nel 1440 ad opera del beato Giovanni da Tossignano vescovo di Ferrara.
Nel ’700 fu in varie parti restaurata e ricostruita. Va segnalato come degno di nota al suo interno un bassorilievo marmoreo, adornante l’altare maggiore che raffigura l’ultima cena.
A Paviole, frazione di Canaro sul Po, si trovava una vasta tenuta di Niccolò III, duca di Ferrara: dovrebbe trattarsi del medesimo fondo del suo antenato Azzo II, il quale fondo, andrà infine ceduto alla diocesi di Ravenna con il vescovo Tommaso Perendoli, insieme alle mandrie di bovini e le pertinenze di Garofolo e Canaro, con diritto di riscuotere la “decima” sul ricavo annuo di tutto il possedimento, l’esenzione da qualsiasi gravame imperiale e la libera gestione dell’osteria.
Per quanto riguarda Garofolo, frazione di Canaro, le sue radici toponomastiche sono estraibili da un documento relativo a “la Villa di Brazzorotto”. Detta Villa viene investita a feudo dal vescovo di Adria di origine lendinarese Bonagiunta a certo “dominum Garofallum draperium”, commerciante ferrarese venditore di “drappi” e stoffe varie. Costui dovette, in seguito a questa investitura del citato vescovo, imporre il suo nome alla “Villa di Brazzorotto”.
Il documento, stilato in Rovigo il 24 di agosto del 1286, nella chiesa di Santa Maria dei Sabbioni, ora presso il cimitero di Rovigo, presenta altri spunti interessanti: nella descrizione dei confini, si legge “ab utroque latere flumen Padi”, che sta per “circondata da entrambi i lati dal fiume Po”: è chiaro che la Villa di Brazzorotto era sita entro uno stretto meandro del Po, in seguito eliminato dopo un raccorcio apportato al fiume. La Villa aveva come unico confinante un certo “dominus Sicherius de Frata”, cognome a noi familiare spettante ai contemporanei moderni Sicchiero, diffusi a tutt’oggi sia in Fratta che dalle parti di Canaro.
Nel “Trattato” del Bocchi, p. 248, si fa menzione del nostro “Sicherius de Frata” in qualità di vassallo-massaro di Obizzo d’Este (proprio in data del documento poc’anzi citato) avente tra i vari uffici da svolgere, l’incarico della custodia sulla “Litiga”, corso d’acqua navigabile tra Adigetto, Filistina e Po, e la riscossione della gabella sulla navigazione tra il porto della Litiga, “portus Litigae et domus Selvaticae”, località tra Frassinelle e Polesella, fino al castello della Fratta, “jus colligendi dacium ad catenam Fratae”. I terreni polesani degli Estensi si estendevano infatti in una vasta area “in terra Fratae, Gognani, Ville Marzanae, Costae, Ramedelli, Litigae, Racani, Garofoli et Brazzorotto in Polesella…”.
Nell’ultimo documento, che chiude questa rassegna medievale su Canaro e Garofolo, si arriva all’inventario del 1340 della chiesa di S. Margherita di Garofolo, a cui fanno capo diversi beni consistenti in un casamento “vineatum” e “ortivum” oltre a uno spazio seminativo a 5 stari di raccolto, entro il quale fu eretta la chiesa. Quindi un manso (20 campi) di terra in parte arativa e in parte “valiva” (paludosa), oltre a due parti divise in spazio arativo e seminativo con 20 stari di raccolto e il rimanente in area acquitrinosa sfruttabile a “piscatione”.
I confini della nuova villa di Garofolo si presentano diversi presso il Po, non più circondato “ab utroque latere”, come nel caso della “villa di Brazzorotto”, tanto da indurci a credere che il meandro accennato sia già stato tolto di mezzo, poiché figurano anche altri lati confinati con una “valis” e da altri due lati il signor “Rivazollus de Ferraria”.
Si specifica la riscossione del quartese sui raccolti di Garofolo e di “Guardate” (Guarda veneta?), segue infine una lista di suppellettili e ornamenti religiosi di cui la chiesa è dotata.
Con l’occasione ricordiamo che il personaggio più illustre di Garofolo fu certamente il pittore Benvenuto Tisi, che ivi nacque nel 1481, divenendo poi uno dei principali rappresentanti della scuola ferrarese del XVI sec., particolarmente caro agli Estensi.
La dimora di Benvenuto Tisi da Garofolo era ancora ben conservata alla fine del ’800 secondo giudizio del Bocchi, seppur mancante di una lapide che commemorasse la gloria dell’artista; la casa del famoso pittore polesano, a tutt’oggi si presenta in ottimo stato, con tanto di lapide: il Bocchi è stato dunque esaudito!
Riguardo invece ad un pregevole dipinto raffigurante un “ecce homo” che dapprima si conservava nella chiesa di S. Margherita di Garofolo, in seguito asportato in quella del Gesù di Ferrara, il nostro storico di Adria continuerà a rigirarsi nella tomba.
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Come citare questo articolo
Paolo Mischiatti. “Canaro e Garofolo”. Ventaglio Novanta, n. 4, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/canaro-e-garofolo/