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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Santa Sofia di Lendinara

Ricorre quest’anno il duecentesimo anniversario della consacrazione. Ricco il patrimonio artistico conservato nel tempio.

di Nicola Ferroni

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 32–39

“Edificò parimenti Antenore altri templi, come quello a Giunone, argomentato tale da eruditi investigatori di cose antiche per una statuetta con i suoi caratteri, vestita alla frigia…”

Così si legge in un documento dell’Accademia letteraria degli Incomposti, datato 1708, in cui si suppone che la statuetta, tolta all’antico tempio, si fosse conservata sopra la facciata del duomo stesso, mentre successivamente sarebbe stata murata nelle fondamenta della torre campanaria. Se dunque di questo idolo non vi sono più tracce, non si sono però perse del tutto le testimonianze dell’antica storia di questo luogo: nella parete esterna del tempio, sul lato settentrionale, si conservano due pietre, ricordate anche dal Bronziero e dall’Alessi, con testi latini risalenti alla dominazione romana del Polesine.

La tradizione fa risalire al Medioevo l’origine di Santa Sofia.

Nell’epoca in cui la potente famiglia veronese dei Cattaneo possedeva il borgo di Lendinara, Alberico costruì un oratorio (1070), che fu poi ampliato in chiesa e dedicato a Santa Sofia per la devozione che alla santa portava la feudataria, moglie di Obizzo d’Este. In quest’epoca la chiesa fu sede di parrocchia e, dall’inizio del Trecento, fu anche cattedra vescovile.

I Vescovi dimorarono periodicamente a Lendinara per tre secoli e mezzo, e nella tribuna del duomo, nonostante le opposizioni mosse dal Capitolo di Adria, si continuò a tenere la “cattedra” vescovile.

Oggi si può vedere in via S. Giuseppe la casa presso cui saltuariamente viveva il Vescovo: sulla facciata è una lapide con lo stemma del Vescovo Biagio Novello (1460), ed un busto della Vergine in cotto (attr. ai Canozi).

Del Quattrocento sono la tomba di Filiasio Leopardi, cardinale, che si trova nell’atrio a sinistra (1404), ed un leggìo sostenuto da un putto ligneo, conservato nel coro, probabile opera di scuola canoziana.

Nel Cinquecento la chiesa fu ampliata, ma l’assetto definitivo fu dato solo alla fine del Settecento, quando assunse la cura della parrocchia il lendinarese Domenico Scipioni, fondatore dell’archivio parrocchiale, il quale fra l’altro, “per por fine alla contesa con Adria circa la cattedra vescovile summenzionata, provvide alla sua costruzione in marmo, infigendola nel muro”. (Cappellini).

Nel 1786 fu ultimata la fabbrica, nel 1792 il tempio, ancora incompleto, fu consacrato, mentre solo nel 1798 erano compiuti i lavori di pavimentazione, e decorazione con statue e pitture. La sola facciata subì ancora modifiche: l’attuale risale al 1910.

L’interno è a tre navate, con transetto, cupola ed abside. Il veronese Giorgio Anselmi, allievo del Balestra ed attivo anche a Mantova (S. Andrea) ed a Vienna (Schoenbrunn), affrescò la cupola con il Trionfo della Chiesa, le vele della volta del transetto con i Dottori della Chiesa (S. Gregorio, S. Girolamo, S. Ambrogio e S. Agostino), l’abside con la Transfigurazione di Cristo ed il soffitto della cappella di S. Lorenzo. E proprio in questo tempio, in cui profuse la sua maestria, l’Anselmi trovò la morte nel 1797 cadendo da un’impalcatura.

Le decorazioni recenti furono eseguite dai fratelli Poloni di Bergamo nel 1941 su cartoni del prof. Casanova.

Nel 1783 furono collocate numerose statue dovute allo scultore veronese Gaetano Muttoni.

In Lendinara era fiorente l’arte della lavorazione del legno la cui tradizione risale ai Canozi, celebri intarsiatori rinascimentali. Tra le pregevoli opere presenti a S. Sofia vanno ricordati due Crocifissi (famoso è quello detto “del pellicano”) e gli Armadi della Sagrestia, opera di Giovanni Ponziacqua, attivo nel Settecento.

A Silvio Soà, altro artista lendinarese, si devono il Coro (1803) ed il modellino del campanile, contemporaneamente al quale, nel 1857, fu realizzato il grande angelo girevole (ora ricostruito in bronzo dopo che un fulmine ne provocò l’incendio).

Nella Chiesa sono presenti opere di notevole valore, fra cui va senz’altro ricordata la Madonna in trono con Bambino di Domenico Mancini, 1511, olio su tavola, originariamente in un’altra chiesa (S. Francesco, soppressa nel 1709) ed ora conservata in un ambiente climatizzato nella navata sinistra, di fronte alla porta d’entrata laterale. Il tema riprende quello della parte centrale della pala di San Zaccaria del Giambellino. Sembrerebbe da studi recenti che la figura dell’angelo che suona il liuto sia stata aggiunta o rielaborata in un diverso periodo: il Trevisani avanza l’ipotesi che sia presente la mano di Dosso Dossi. Questa tavola faceva parte di un trittico, le cui ali laterali raffiguranti S. Giovanni, S. Giacomo, S. Girolamo ed un altro santo sono andate disperse nel secolo scorso. Faceva coronamento al trittico un Padre Eterno di cui si conserva una copia seicentesca (sagrestia).

Di Francesco di Vettore Bissolo (trevigiano attivo nella prima metà del XVI sec.) è la Madonna in trono con il Bambino tra San Lorenzo e Sant’Antonio, olio su tavola, datato approssimativamente agli anni trenta sulla base di elementi che richiamano l’interesse dell’artista per Palma il Vecchio e Giorgione (paesaggio sullo sfondo); l’opera, restaurata, è collocata nell’ambiente climatizzato.

Unica testimonianza dell’opera del pittore lendinarese Giovambattista Albrizzi (seconda metà del XVII sec.) è l’olio su tela conservato nel secondo altare a sinistra “Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina”, che sembra si trovasse precedentemente nella chiesa di S. Giuseppe (anticamente Maria Vergine del Rosario, chiesa cinquecentesca sede della confraternita dei Flagellanti, divenuta poi battistero del duomo).

Altre opere degne d’esser almeno citate sono l’Ecce Homo di Domenico Fetti (Roma 1588-89 / Venezia 1623), olio su tela che si conserva nell’ambiente climatizzato; le Scene della vita di San Costanzo, olio su tela di B. Litterini (Venezia 1669-1745 ca.); di Antonio Zanchi (Este 1631 – Venezia 1722) sono la “Vergine con il Bambino in gloria e le Anime purganti” e “Santi Apostoli Pietro e Giacomo (Allegoria del Papato)”, due olii su tela centinata conservati rispettivamente nel primo e nel terzo altare a destra.

Nella sagrestia si conservano due tele di Pietro Muttoni detto Pietro della Vecchia (Venezia, 1603-1678) raffiguranti S. Lazzaro e S. Francesco.

Parlando di Santa Sofia non si può tacere l’importanza in cui fu tenuta la musica sacra, che ebbe cultori anche di prestigio, ultimo dei quali fu Don Pietro Socal, veneziano di nascita, organista e compositore del nostro secolo, il quale promosse la riforma della musica e dell’organo in chiesa, ottenendo la costruzione nel 1912 di un grande strumento ad opera della ditta Malvestio. Questo intervento comportò purtroppo la demolizione del precedente strumento. Nell’archivio parrocchiale è documentata sino al Cinquecento la vita musicale nel duomo, con i registri che attestano il pagamento di strumentisti ed organista, oltre agli interventi di riparazione degli organi. Sarebbe auspicabile una raccolta organica dei dati disponibili, in modo da tracciare la storia musicale della Cappella del Duomo.

Un’ultima importante annotazione: nella facciata interna è murata una lapide che ricorda la data della consacrazione del tempio, avvenuta il 30 settembre 1792. Ricorre pertanto quest’anno il duecentesimo anniversario, che sarà celebrato con iniziative sia in campo culturale che nell’ambito della vita parrocchiale. Si cercherà così di valorizzare il ricco patrimonio artistico e musicale, eredità della Chiesa, attivamente operante anche nella realtà sociale del presente.

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Come citare questo articolo

Nicola Ferroni. “Santa Sofia di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/santa-sofia-di-lendinara/

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