La brutta storia d’la fiola che l’è stà ciapà dal diavolo
A gh’ièra ’na signora co’ ’na fiòla, la ièra sensa padre ’sta fiòla, la ièra tanto vissià ’sta fiòla, la ’n ’ndaséa nè a messa, nè da nissuna parte, nè a messa nè a funsion. La ’ndaséa sempre a balare e la catava i mèjo ragassi del balo.
Orca miseria, fiòl d’un can, a vien ca se gh’inamora un bèl ragasso… E ’na bèla sira ciapa su, ’sto ragasso el l’acompagna a casa e lì insuma i ha fato i spigassi éla la s’è inamorà e i ha róto i piati! Benón!
La fiòla la ga cedù e dopo, quando chi ha fnì, el fiòlo el ga dà sète pugnalà sul pèto… Sète pugnalà sul pèto… el s’éa fato… el demonio el ièra el ragazzo…, el ragasso el ièra el demonio!
Madòscara d’un can, el ga dà sète pugnalà! E éla mortalmente s’è ciapà su e l’è ’nda casa. In casa c’l’è sta’ a gh’ièra i só servi: – Ah mamma del Signorre…
Elora cari dal Signore l’è ’ndà in casa. E la dise la só serva: – Ah Gesù Maria che cosa è mai successo? –. Alora éla la ga dito: – Presto, presto, vammi a chiamare il curato –.
Elora iè ’ndà a ciamare el prete e el prete, ch’el l’ha vista acsica mortalmente ferita, el l’ha confessà. Ela la s’ha confessà cristianamente e ’sà là sta morendo.
El dise el prete: – ’Spèta ca vaga tore i sacramenti –, l’osti, insuma, in canonica. E difati la s’ha pacificà.
Ma lu, el demonio in spirito, el se ga fato ancora arènte, el s’è butà vissìn de éla, e el ga dito: – Fa’ d’manco d’ tore el prete, sa che lu el t’manda al’inferno… Fa’ d’manco d’ tóre la particola c’la te fa murire! –.
Ela l’è sta’ convinta acsica tanto bèn su ’na fata maniera e viene el prete par darghe la particola: – Nooo… nooo… –.
La ’sirava la testa da parte e ’st’altra e insumma el prete el n’è bòn da darghe la benedission e lu, el demonio in spirito, el s’éa scónto in t’un cantón.
Elora là in te ’sto cantón el prete el n’lo vede brisa, l’è un spirito maligno el n’ po brisa védarlo, e l’ha sparso l’acqua santa col spèrgisse in tuti i cantùn e el demonio obligato el s’è ciapà su e l’è ’ndà fó ra.
Elora éla, la ragassa, la n’el vedéa mina più, la só anima la ièra incorporà ormai col demonio e la s’ met’ a sigare: – Dove sei Verooo…? –. E Vero el ga risposto: – Fuori di camera che ti aspetooo…! –.
El prete ancora l’insiste par darghe la comunión, el vede ch’el n’è bòn da dargla, elora una voce dal cielo la dise: – O sacerdote sacro viene fuori di lì –.
Elora lui prese i suoi sacramenti in man e l’è ’ndà fóra dala porta. E, apena ch’è stato fuori da quella porta, urli, tuoni e fulmini si sentiva e l’anima che spirava in braci ai demoni se ne andava.
Lei, prima di spirare, è andata trovare la madre in camereta e molti pugni in facia gli donava e gli diceva: – O madre mia, sei maledeta, tu mi vendesti l’anima mia da fanciuletta. Ora, se per me il demonio vuol venire, venga, che pur alegra io lo aspeto; ora, se per me l’anima vuole ingiotire, venga, che sono qui preparata –.
(Archivio del Centro Etnografico Adriese. Fonte: Aronne Puozzo, defunto, Casa di Riposo di Papozze)
’Fati sta morendo, è ’gnù Satana e Lucifero e i l’ha ciapà anima e corpo e i s’ha portà co’ lui all’Inferno.
Abilissimo nei travestimenti, il diavolo era sempre in agguato
Eh sì, un tempo bisognava essere costantemente vigili perché il diavolo era abilissimo nei travestimenti e non lasciava nulla di intentato pur di raggiungere i propri obiettivi. La sua malizia era tale, che architettava persino di sostituirsi ai curati per iniziare al culto di santi inesistenti, facendo leva sulla sempliciotta credulità dei fedeli: “C’era un paese che era abitato da gente indrio che non sapeva distinguere la panòcia dala mélega² e il diavolo pensò che lì avrebbe trovato da far bene. Così decise di prendere l’aspetto del parroco, tanto i paesani non si sarebbero accorti di nulla.
Una domenica, salito sul pulpito a predicare, prese a dire: “Cari fratelli, oggi celebreremo la festa di San Pavàn³, un santo che ancora voi non conoscete. San Pavàn è un grande santo, che fa molti miracoli, che vuol bene a tutti coloro che lo invocano, che vuol bene alla povera gente come voi…”.
E avanti così come se fosse un vero prete. E poi: “Se io voglio posso chiedere un miracolo anche in questo preciso momento a San Pavàn. Ora io apro questa scatola…”. Mostrò una scatoletta di latta che conteneva un garavlón⁴ e soggiunse: “Libererò il calabrone e voi erigerete un altare nel punto preciso in cui si fermerà”. E, casse!, il calabrone cominciò a ronzare di qua e di là, avanti, indietro come fanno quegli insetti, e tutti ’sti organi a seguirlo con gli occhi sbarrati in attesa dell’evento.
Ad un certo punto il calabrone fu attirato da un uomo con un lungo e grosso naso e ci si posò sopra. E il parroco: “Qui allora costruirete l’altare per il vosto nuovo santo!”. “No, no, no, per carità, non voglio questo”, urlò l’uomo con la canòpia e scappò fuori di chiesa. Così tutti si misero a ridere e, per quella volta, i paesani la passarono liscia”⁵.
Ma era il ballo il luogo topico nel quale il demonio tendeva i suoi agguati più subdoli alle giovani indifese, celandosi sotto le spoglie di amoroso galante e gentile, piacente e simpatico⁶. D’altronde tutti lo sapevano: “La dòna ca va ala festa la ga el diavolo par la testa”. “Quando ballavano dalla Rosa Caputina capitò un fatto. Una ragazza fu presa su da un foresto con cui ballò per tutta la sera. Ma nessuno lo aveva mai visto prima o sapeva chi fosse. Ad un certo punto le amiche si accorsero che il ballerino, bellissimo ed elegantemente vestito, aveva i piedi da cavrón e perciò cominciarono a fissarlo. Il giovane, sentendosi osservato, alla chetichella sparì, lasciando la compagna che stravedeva per lui con un palmo di naso. Da allora raccomandavano alle ragazze di non ballare con chi non conoscevano”⁷.
Esecrata la pessima usanza di celebrare con pubbliche feste danzanti le ricorrenze religiose, e incapace di estirpare il riprovevole costume, la chiesa stessa dovette ad un certo punto arrendersi, chiedendo che gli strumenti tacessero almeno durante le funzioni vespertine⁸, dal momento che gli intrattenimenti iniziavano nel primo pomeriggio e duravano fino a tarda ora⁹.
Le ragazze per bene, a scanso di equivoci, assistevano alle danze dal termine del vespero sino all’ora di cena e poi filavano in fretta: “Quando eravamo fio/ate, prima andavamo alle funzioni e poi ci fermavamo a ballare fino alle otto circa, al termine della prima impresa, che così si diceva. Poi gli orchestrali si riposavano per cenare e alle nove cominciava la seconda impresa. La mamma voleva che fossimo a casa prima del buio, perché non era bene rimanere alla seconda impresa e poi si potevano fare brutti incontri per strada…”¹⁰.
E non solo al ritorno dal ballo, pure dopo il filò terrificanti visioni potevano atterrire gli incauti: “Una notte, sarà stato un bòto, un bòto e mèso, mentre tornavo a casa attraverso i campi dopo essere stato a filò da Barbarossa, mi si alzò di colpo la figura gigantesca di un essere spaventoso che brandiva nella mano destra una spada fiammeggiante. Rimasi esterefatto perché non pensavo mai di imbattermi in un fenòmeno del genere. E piàn, piàn, pieno di paura, senza fiatare e senza voltarmi indietro, riuscii a portarmi a casa. Nei giorni seguenti andavo chiedendo agli èvi cosa potesse essere… Ma furono sempre evasivi: “Non pensarci… Magna e bivi!”¹¹.
Era la preoccupazione di narcotizzare il timore, certamente e soprattutto il tentativo di esorcizzare quel diavolo vivo e tremendo, la cui figura tenebrosa era alimentata ed amplificata dai sermoni recitati a tinte troppo realistiche dai pulpiti e riecheggiati nei filò, dai drammi rappresentati nelle chiese.
Il Diavolo al Ballo si configura come una “moralità”, uno dei topos della drammaturgia sacra, il cui canovaccio attingeva alla omiletica e alla letteratura penitenziale. Nelle “moralità” il diavolo è spesso presente sulla scena o, acquattato tra le quinte, pronto a far sentire la sua voce da fuori campo (è il nostro caso) o a mostrare la coda non appena fosse stato nominato¹² “a t’ parli del diavolo e a g’ spunta la côa”.
La ragazza, senza la guida sicura del padre (la madre, si sa, spesso è connivente con i capricci delle figlie), si propone subito come vittima predestinata nel preferire, all’irto e ripido cammino della salvezza, il movimento orizzontale, circolare e ciclico del ballo nelle cui spire totalmente s’abbandona sedotta com’è da basse e terrene passioni che, appena accennano a smorzarsi, subito si rinforzano e risorgono proprio come i passi di una manfrina. Tutto ciò perché fin da bambina, dalla madre è stata ceduta al diavolo¹³ ed ora per lei non c’è più la possibilità di ritornare indietro; non vuole e non può quindi ricevere la comunione¹⁴ e per timore di capitolare invoca in soccorso Vero, il suo personale protettore infero¹⁵ perché l’aiuti a discendere nel regno per lei preparato. E infatti giungono solerti Lucifero, il principe del male, e Satana, il suo messaggero¹⁶, che la conducono nell’eterna oscurità.
Così pure ammonivano i predicatori delle missioni popolari che puntavano, nelle giornate iniziali, ad incutere nell’uditorio sbigottito terrore, per mostrare e far comprendere, a conclusione del ciclo penitenziale, quanto più vantaggiosa fosse la via della virtù che valeva la pena di seguire altrimenti il baratro avrebbe spalancato le fauci.
Dell’inferno “tutti i predicatori ne trattano, e non crederebbero di aver svolto il loro ministero se non parlassero di questo tema terribile”¹⁷.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il diavolo al ballo”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-diavolo-al-ballo/