Pubblicità

REPRINTING

Con gli indiani dell’interno

da “Nel cuore delle Ande...” di Luigi Balzan

di Luigi Balzan

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 82–85

La strada nel fango

Partii definitivamente da Santa Gertrudis il 12 aprile 1892 e, per evitare i fanghi di Mururata, presi la via della fabbrica di alcool che va fino a Chijchipa ed è un po’ migliore.

Santa Gertrudis, che lasciavo, è a circa 1350 metri sul mare.

Coróico, paesetto di bastante commercio per la coca, conta, secondo mi dissero, circa mille abitanti. Dista circa 28 leghe da La Paz, è a circa 1750 metri sul mare, a 16° 18’ circa di latitudine Sud ed a 70° 4’ di longitudine Ovest di Parigi. Questi due ultimi dati li presi dal Dicionario geografico del departimento de La Paz del signor M.V. Ballivian, che dà a Coróico un’altezza superiore a quella che indicava il mio barometro.

È male acciottolato, ed ha una piazzetta con una fontana nel mezzo. I giorni di movimento sono le domeniche ed i lunedì, perché arrivano gli indiani da La Paz con provvigioni, e partono con coca.

Tanta è l’infingardaggine degli Yunghegni, che, se mancassero questi indiani, non saprebbero quasi che mangiare.

Lì tutte le donne sono commercianti. Ricche o povere, hanno la loro tiendita, o piccolo negozio, dove vendono liquori, commestibili od altri generi, e tutte col cappellino da uomo, di lana o paglia, in testa.

Partii il 15 aprile da Coróico, con un arriero che mi aveva imposto condizioni assai pesanti. Il cammino è una lodera abbastanza buona fino ad una finca chiamata Santa Barbara, dove riposammo. Si vedono, passando per il piede del picco dell’Uchamachi, indiani che vanno e vengono per le quebradas (letteralmente «rotture, o spaccature», nome che giustamente si può dare ai profondi intervalli senza pianura che restano fra un colle e l’altro), sempre col loro sacchetto di coca ed il coltellaccio per nettare il cammino dalle erbe.

Questi indiani sono in generale grandi camminatori, e portano sulle spalle pesi enormi, alla maniera che notai a La Paz, cioè tenendoli involti nel poncho, e legandosene i due capi liberi sul petto.

Poco dopo passata Santa Barbara e, dopo aver viste al passo le migliori fincas di Yungas, come Miraflores, Capellania, ecc., si trovano, appena passato il ciglio di un colle, las ciénegas; son fanghi continui, che pigliano tutta la strada che va sulla falda delle colline, e per i quali è difficile passare cavalcando la mula, perché il fango duro e tenace fa cadere facilmente l’animale.

Di questi fanghi, a tratti di dieci o quindici metri di estensione, ne trovammo almeno cento! E dicono che questo è un camino real! Cosa che del resto non deve meravigliare, in un paese dove si chiamano señoritas le donne maritate e con figli, e niñas (bambine) tutte le donne da uno a cento anni!

Finalmente finirono i fanghi, e dopo qualche tempo si cominciò a discendere per una stradetta incassata e ripida, un po’ boscosa ai lati, fino ad un torrentello assai pittoresco, che corre incassato, con le rive coperte d’alberi, che mi dicono trasporti molto oro, e che si chiama Peri. Si passa sopra un ponticello, e si comincia l’ascesa un po’ pendente che conduce al villaggio di Coripata.

Come vivono gli indiani

I costumi sono quelli di Coróico: le stesse donne con cappellini da uomo, benché qui ne usino anche secondo la moda: sempre le tienditas, per tutte le donne di qualsiasi classe sociale. Un aspetto pittoresco e curioso presenta la piazza alla domenica, quando si apre il mercato di tutto ciò che portano da La Paz, perché Chulumani, come Coróico, non avrebbe quasi di che mangiare, se non portassero tutto di là.

Sedute per terra molte donne del popolo, cholas, riparate dal sole da grandi ombrelli di seta, e dinanzi a loro canestri con varie frutta: la chirimoya, che ha la corteccia come a squame, ed una polpa bianca, assai aromatica che racchiude le sementi; arance, banane, fichi d’India, pesche, fichi, pacai, specie di legume di un albero simile al siquili, lungo e stretto, che ha i semi racchiusi in una polpa bianca, dolce e fresca; oltre a ciò formaggi, carne secca, indumenti da indiano, ecc.

Da un’altra parte stanno indiani, pure seduti per terra, in fila, esponendo i pacchi nei quali vengono da La Paz le frutta, ecc.

E per la piazza va circolando una folla composta di indiane e negre con sottane a vivaci colori; una specie di manta fatta di un tessuto di lanetta di circa cinquanta centimetri di larghezza, di smaglianti colori, con un orlo di raso, spesso a fiorami, gettata sulle spalle e fissata su una di esse; oltre a ciò il solito cappellino: indiani della pampa o puna, con i pantaloni aperti dietro la gamba dal ginocchio in giù, ed il poncho sulle spalle: indiani dei dintorni, coi calzoni neri stretti alla pelle, che arrivano solo al ginocchio, avvolti in una manta a righe di vivaci colori col famoso cappello duro e coi capelli lunghi e legati stretti sulla nuca con una cordicella, ecc., ecc.

La domenica di Pentecoste, 17 maggio, vidi sulla piazza varie compagnie d’indiani che venivano ad accompagnare le loro croci.

Alcuni, coi pantaloni neri aperti al ginocchio, gilet e giubba corta, neri, portavano sopra di questa una specie di corazza di cuoio di jaguar: cappello basso adornato di colori vivi e liste dorate e con un adorno che pendeva di dietro e nel quale era incastonato uno specchietto; altri portavano piume sul cappello; alla cintura, una sottana bianca, lunga fino ai piedi, aperta dinanzi, a piccole pieghe longitudinali e su di una spalla, cadente sul davanti e sul dorso una banda formata di piume di pappagallo e di altri uccelli, assai ben disposte.

È notevole la passione che hanno per queste piume: le comprano carissime, ciò che prova la scarsità di quegli animali nella provincia, ed un paio di araras, che vengono dal Beni o da Cochabamba, costa fino a 60 pesos, cioè 150 lire circa. Perciò se ne mantengono affine di levar loro di quando in quando le piume.

Costì vestiti, gli indiani vanno girando per la piazza, suonando la quena, specie di piffero di canna, ed accompagnati da un tamburino, vestito in costume più dimesso: girano, si fermano in circolo, salterellano e finiscono con pigliarsi una cotta solenne, e sempre suonando per ore e giorni e sempre le stesse note! Li chiamano empollerados (con sottane) o quena-quena dal nome dello strumento che suonano.

Alcuni altri, chiamati aqui-aqui (in aimará: vecchio-vecchio), si vestono da vecchi, con maschere dal naso lungo e lunghe barbe bianche, suonano pure il piffero con accompagnamento di tamburo: in testa portano cappelloni fenomenali.

Altri ancora vanno suonando una zampogna di varie dimensioni tenuta con la mano sinistra, e con la destra percuotono un tamburo appeso al braccio sinistro, girando e correndo a piccoli passi: altri fingono una battaglia di tori, ecc.

Dissi già che in questo modo accompagnano le loro croci: le portano nella chiesa dove stanno a sentire una messa, non senza aver pagato un diritto al parroco, diritto che varia secondo la grandezza della croce.

E queste feste, che durano vari giorni, durante i quali non si lavora, si ripetono spesso.

Di notte generalmente non si può dormire: gruppi di tunantes (sfaccendati) girano la città, suonando il charango, piccola chitarra di dodici corde, e cantando una cantilena abbastanza noiosa, nella quale si ripete ad ogni momento la parola: – Palomitaaaaa!

È assai comune, anche fra la gente civile, il vizio di ubriacarsi: lo fanno spesso con la chicha, bibita acidetta, fermentata, di frumentone. La chicha si fa anche col frutto del cacao ed è assai buona, ma molto indigesta. Il guarapo è un’altra bevanda che si estrae dalla canna da zucchero.

Lì tutte le feste, o messe, sono accompagnate da un gran consumo di piccole racchette, a grande consolazione dei ragazzi e spavento dei cani.

È assai curioso il modo con il quale gli indiani provvedono ai funerali. Avvolgono i morti in un panno nero, li legano sopra due legni che due di loro prendono sulle spalle, e via così all’ultima dimora.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Luigi Balzan. “Con gli indiani dell’interno”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/con-gli-indiani-dellinterno/

Pubblicità