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ARTEOGGI

Le sculture di Gaetano Samoggia

Un felice connubio tra aspirazioni di marca rinascimentale e raffinato decorativismo viennese.

di Gianfranco Scarpari

Ventaglio Novanta n. 5 1992 pp. 132–133

Il nome di Gaetano Samoggia è noto in Polesine a quanti amano le arti figurative. Egli infatti ha lasciato importanti testimonianze della sua vena artistica ad Adria, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza conclusasi nel 1951.

Era nato nel 1871 in provincia di Bologna a Sasso Marconi; anzi “al Sasso”, come egli stesso soleva dire, prima che quella località avesse aggiunto alla propria denominazione il cognome del celebre inventore della radio. E lassù nel Preappennino emiliano, ove scorre il torrente che pure si chiama Samoggia, gli era rimasta, fino agli ultimi anni, una sorella nubile dalla quale ogni tanto si recava quando era preso dal desiderio di gustare un abbondante piatto di ravioli o di tagliatelle asciutte. Vi andava in bicicletta – una vecchia Rudge che l’aveva accompagnato tutta la vita – partendo da Bologna e fermandosi lungo la strada a dissetarsi con un bicchiere di lambrusco in una di quelle vecchie trattorie che la nostra smania di cambiamento ha fatto scomparire anche dalle contrade più remote.

Asciutto nella figura, completamente calvo, Gaetano Samoggia recava, negli umidi occhi leggermente sporgenti, un’espressione di candore quasi fanciullesco.

Aveva cominciato da ragazzino a lavorare come cementista in un cantiere di suoi congiunti, a Bologna in via Solferino, ma il fascino delle arti figurative lo attrasse immediatamente e lo indusse a frequentare, nelle ore libere dal lavoro, l’Accademia di Belle Arti nel settore della decorazione e della scultura.

E fu appunto alla decorazione che egli dedicò tutta la prima fase della sua attività. Lavori e stucco su pareti e soffitti, rielaborati da motivi settecenteschi o ispirati alla moda imperante del liberty, vennero da lui eseguiti in ville e palazzi signorili dell’Emilia e della Lombardia fino a quando la sua fama varcò i confini e fu chiamato a decorare saloni e teatri in Francia e a Montecarlo (Casino e Hotel de Paris).

Le digressioni all’estero erano alternate ad impegni nella sua città, e a Bologna, negli anni venti, incontrò l’architetto Giambattista Scarpari che vi lavorava per quella Soprintendenza ai monumenti. Si stabilì tra loro un rapporto di amicizia e collaborazione che sfociò, nella città felsinea, in alcune interessanti operare: il restauro della fontana del Nettuno, la grande lanterna situata in via Rizzoli, i muraglioni e i parapetti della Montagnola.

Il passo tra la decorazione (che nelle sue manifestazioni più evolute sfocia nel bassorilievo) e la scultura vera e propria fu assai breve e del resto il Samoggia si era già dedicato alla ritrattistica e ad opere su temi religiosi per privati e chiese dell’Emilia Romagna.

Contando su queste qualità fu invitato dall’architetto Scarpari ad Adria, dove eseguì le grandiose sculture bronzee della chiesa di San Nicola trasformata in monumento ai Caduti: la statua della Vittoria e i due stupendi leoni che fiancheggiano il portale.

E ad Adria trascorse molta parte dell’ultimo periodo della sua vita eseguendovi altri importanti lavori. Tra questi il grande fregio a due figure che sovrasta il palcoscenico del Teatro Comunale, la statua votiva in bronzo con candelabro in fianco all’altare della Madonna nella Cattedrale, il battesimo di Gesù e i bassorilievi con i quattro Evangelisti nella Chiesa di San Giovanni, la statua in marmo di figura femminile al centro della fontana nei giardini Scarpari. E ancora, in località vicine, i bassorilievi in bronzo a celebrazione dei Caduti sulla facciata del vecchio municipio di Contarina, le decorazioni a stucco in villa Nichetti a Taglio di Po.

L’arte di Samoggia ha rappresentato un felice connubio tra aspirazioni di marca rinascimentale (la sua cultura più sensitiva che letteraria sui fatti d’arte era sorretta da una rara memoria visiva) e le influenze di un raffinato decorativismo di derivazione viennese. I momenti nei quali tali due componenti si equilibrarono in modo armonico furono senza dubbio i più felici della sua lunga attività artistica.

Morì in povertà in un ospizio. “Non sono stato una formica – mi disse l’ultima volta che l’incontrai – perché ho vissuto come una cicala. Ma le cicale cantano”.

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Come citare questo articolo

Gianfranco Scarpari. “Le sculture di Gaetano Samoggia”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-sculture-di-gaetano-samoggia/

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