Quella che ci accingiamo a presentare è una poesia inconsueta, dedicata ad uno degli avvenimenti sociali più importanti e traumatici registrati nel secolo scorso in Polesine: lo sciopero della “boje”.
É di per sè abbastanza inusuale l’utilizzo della forma poetica per tratteggiare concrete vicende o problematiche sociali; ma, nell’ultima parte del XIX secolo, con il progressivo affermarsi delle idee del Positivismo, non mancarono esperienze letterarie volte a raccontare la realtà in versi.
Resta in ogni caso l’originalità del tema -uno sciopero per l’appunto- trattato con i canoni del linguaggio poetico, in grado di conferire al fatto un’atmosfera quasi epica, in cui la voce critica dell’autore tende ad assumere una dimensione corale.
Il testo, datato Settembre 1884, fu scritto da Antonio Pasini, strano personaggio di Solesino, fattosi cantastorie a 48 anni, dopo varie esperienze di lavoro ritenute poco gratificanti, tra cui in particolare quella di maestro elementare e di segretario comunale.
Il brano poetico “Lo sciopero in Polesine” è presentato assieme ad altre poesie dello stesso autore nel n. 2 del periodico “Terra d’Este”, con un saggio introduttivo a cura di Francesco Selmin, al quale ci rifacciamo, rimandando i nostri lettori per eventuali approfondimenti.
Il Pasini nella sua composizione, dopo aver ripercorso la cronistoria dello sciopero, denominato “La boje”, ovvero bolle, a testimonianza della situazione di totale esasperazione vissuta dai contadini, rivolge una dura critica sia al governo che al parlamento, ove perfino Cavallotti e Costa restarono inattivi; fatto questo registrato certamente con disappunto dall’autore, simpatizzante per il movimento socialista.
Lo sciopero nel Polesine
In fra l’Adige e il Po giace un’amena Pianura feracissima ubertosa, Dà scelto grano, frumentone, avena; Ed appartiene a gente danarosa, Ma le popolazioni tristi e grame, Squallide fan pellagra ed irta fame.
Il brano poetico si apre con la descrizione della terra polesana, fertile pianura delimitata dall’Adige e dal Po, dominata dai latifondisti (gente danarosa) e caratterizzata dall’estrema povertà del popolo che soffre pellagra e fame.
Pochi soldi ricevon per salario, Abitan luridi e squallidi casoni; Corre fra i poveri poco divario Dai neri abitator dell’Amazzoni, E la storia lo nota in le sue annalia Sono il vero ludibrio dell’Italia.
Le condizioni degli umili sono di grave indigenza: vivono in squallidi casoni non dissimilmente dagli indios dell’Amazzonia, costituendo un esecrabile scandalo.
Pure un quindici dì solo dell’anno, Nell’epoca che mietessi il frumento, Vivono si può dir con meno affanno Sebben gravati di fatica e stento, Sempre però, ma rara l’occasione, Umano abbia a mostrarsi un po’ il padrone.
Soltanto nel tempo della mietitura è loro concesso di vivere con meno affanno, a patto che il padrone -cosa rara- intenda manifestarsi più umano.
Però tutto compreso una sol lira, o poco più, ricavan di profitto; Ma latente nutriano nel petto l’ira, In quest’anno impugnaro il lor diritto, E tutti d’un pensiero e un sentimento Mieternon vollero men del 30 al cento.
Il profitto dei lavoratori rimane però minimo (una sol lira o poco più). Di qui il moto di ribellione, sfociato nello sciopero con la richiesta unanime di ottenere il 30% del raccolto.
Il Prefetto un avviso die’ paterno, Che pur troppo non fu molto ascoltato; La fiumana montava ed il Governo A riordinare il primitivo stato D’armati mandò là una divisione Ed ottocento e più mise in prigione.
Il tentativo di mediazione del prefetto rimase inascoltato ed il Governo, per ristabilire l’ordine, inviò una divisione di armati, arrestando ottocento scioperanti.
Così si scioglie la question sociale? A me sembra di no, ma pur mi pare Che a mitigare almeno in parte il male, Era molto più ovvio e regolare, Senza dar torto all’una o all’altra parte, Porre un’accordo con prudenza ed arte.
Metodo assurdo quello seguito dallo Stato che avrebbe dovuto cercare un compromesso tra le parti, agendo con prudenza e tatto.
E il Parlamento? questi stette muto, Sebben il caso fosse molto grave; Del motivo per cui si sia taciuto Or brevemente vi darò la chiave: Ove non entra in campo la politica Ogni altra questione svolge sua elittica.
Il Parlamento evitò di intervenire ritenendo la questione di scarso interesse.
Se si avesse trattato d’istruzione, Sia liceale che universitaria, O di minaccia dell’istituzione O di setta ribalda e temeraria Bonghi avria detto discorsi tanti Da perder la pazienza infino ai santi.
Ben diversamente si sarebbe comportato se si fosse parlato d’altro argomento, ad esempio di istruzione o di facinorosi.
Se per dimostrazione popolare Proibito fosse stato un drappo rosso, Cosa poi inoqua, eppure non vi pare Che non avrebbe ognun punto e commosso Con pretti accenti e stile alto e gagliardo Cavallotti gentile e austero bardo?
E Cavallotti, il bardo della democrazia, non sarebbe mancato di intervenire per una questione molto più astratta, quale la proibizione di portare un drappo rosso.
Oppur se i socialisti in un congresso Con prudenza in privato anche tenuto Fossero sciolti, quando ch’è permesso Senz’armi unirsi, tale lo Statuto, Indovinando ancora la risposta Interpellato non avrebbe Costa?
Altrettanto Costa avrebbe fatto sentire la sua voce in altre situazioni, come la minaccia di scioglimento del partito.
Ma il contadino che povero ilota, Suda da mane a sera, è un altra cosa, E’ troppo imbecille, non conosce iota, Gent’essere non può pericolosa, Di migliorar per te non c’è maniera […….]a esegua oppure va in galera.
Ma il contadino, che è un povero schiavo, e lavora senza conoscere nulla, non può sperare di migliorare il proprio tenore di vita; l’alternativa è l’obbedienza sottomessa o il carcere.
Cuori gentili che qui m’ascoltate, Perché tanto il villan si l’ituperia? Oh! guardate in quel misero, guardate! Sua pellagra, sua fame, sua miseria, L’intelligenza d’ogni bello priva, Deh! che lavori sì, ma che pur viva.
Perché si vuole degradare tanto il bracciante? A lui appartengono la pellagra, la fame e la miseria, mentre è escluso dal piacere intellettuale. Chiediamogli dunque di lavorare, ma diamogli anche la possibilità di vivere.
Il brano poetico di Antonio Pasini si chiude con una dura invettiva contro la classe politica italiana, insensibile nei confronti dei problemi dei contadini polesani, il cui sciopero fu duramente stroncato.
I versi, scritti a pochissima distanza dall’amara conclusione della “boje”, testimoniano l’interesse del Pasini per le tematiche sociali. “Nel corpus pasiniano -evidenzia Francesco Selmin- sono numerosi i testi legati alla cronaca politica nazionale e internazionale della prima metà degli anni ottanta. Quasi che Pasini volesse piegare la sua attività ad una forma di giornalismo, e farsi cronista dei fatti della società e della politica del suo tempo”.
Particolarmente fecondi furono in questo senso gli anni che vanno dal 1881 all’ 85 in cui l’autore esercitò, con regolare licenza, il mestiere di suonatore e poeta girovago”, spostandosi in varie piazze dell’Italia settentrionale.
La vita del Pasini non era stata tranquilla neppure negli anni precedenti: aveva infatti lasciato il Veneto anche nel 1859, per arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della seconda guerra di indipendenza, insofferente come tanti altri giovani nei confronti del predominio austriaco. E nella nostra regione aveva fatto ritorno solo dopo la conclusione della terza guerra di indipendenza, soggiornando nel nostro Polesine, dove esercitò la professione di maestro elementare prima a Bottrighe, poi a San Pietro, frazione di Castelnovo Bariano, dove si stabilì definitivamente la sua famiglia, e dove fece ritorno lo stesso Pasini dopo l’esperienza di poeta girovago.
Morì nel 1900, passando in qualche modo il testimone ideale alla figlia Guglielma, che aderì al partito socialista, divenendo attivista politica e seguace di Nicola Badaloni con cui si prodigò per l’emancipazione dei braccianti polesani.
Una storia originale dunque quella del poeta girovago di Solesino, che non mancò di lasciare una traccia in Polesine, testimoniando una notevole genialità, sostenuta da un credibile supporto culturale, basato su un’adeguata conoscenza dei classici ed una particolare ammirazione per l’Alighieri, al quale fra l’altro si ispirò per descrivere, sul metro della Divina Commedia, una sua discesa nell’Oltretomba, con la guida dello stesso Dante. Per quanto riguarda la nostra provincia, il suo testo più significativo resta indubbiamente la rievocazione dello sciopero della boje qui riproposto.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La Boje: una edizione in versi del mitico sciopero di fine secolo”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-boje-una-edizione-in-versi-del-mitico-sciopero-di-fine-secolo/