Vi voglio raccontare una stuzzicante storiella che è in realtà la cronaca di un fatterello accaduto la fine del secolo scorso, la cui trama si rifà senza volerlo alle più famose novelle raccolte con arguzia dal Boccaccio.
È assodato che nulla accade senza qualche ragione palese o arcana, per cui le vicende umane, anche le più insignificanti e spicciole, sono figlie fedeli della cultura e della società del loro tempo, ed è curioso scoprire come i nostri avi, senza la pseudo-cultura massificata d’oggi, riuscissero in acrobatici giochi di fantasia oggi impossibili.
Ma veniamo al dunque. Smorzati gli squilli patriottici del Risorgimento, che ebbero in Polesine con Alberto Mario vasta eco, l’Italietta di Crispi, per provare a se stessa e al mondo di aver raggiunto lo “status” di grande potenza, si era lanciata con un secolo di ritardo nella avventura Africana. Arrivati per ultimi ci toccò di rosicchiare l’osso più duro, l’Etiopia di Menelik, col risultato di finire sconfitti e scornati ad Adua per mano dei “selvaggi mori” del Negus Abissino che intendevamo civilizzare.
Di questi gravi argomenti e dei lutti che ne seguirono si parlava al calduccio nelle stalle nell’inverno del 1896. Gli uomini confezionando cesti di vimini e legacci di piante palustri, le donne filando la canapa e facendo calze e manezze (guanti), i bimbi con gli occhi sgranati ad ascoltare. Per scacciare la cupezza della tragedia nazionale, che aveva colpito anche diverse famiglie nostrane con la irreparabile perdita di qualche figlio sotto le armi, ogni tanto Menego, un furbacchione matricolato, inframezzava nei discorsi delle amene storielle che stuzzicavano i sensi più reconditi. Era costui una celebrità locale conteso alle feste e nei filò a suon di palanche (denari), una specie di cantastorie per suo diletto che sapeva intrattenere con l’arte del ciarlatano e l’eloquenza dell’avvocato, facendo parere credibile anche l’inverosimile.
Diceva Menego al suo uditorio, fatto di gente umile e di mucche indifferenti, che nelle nostre campagne, presso i roveti e lungo i fossati, si aggirasse una bestia nera ed inavvicinabile, ma che aveva il grandissimo pregio, una volta catturata e messa allo spiedo, di assicurare una figliolanza numerosa e robusta a chi si fosse cibato delle sue saporite carni.
“E come se chiameressela?” saltò su un tale, la cui precipitazione nel chiedere tradiva che l’argomento era per lui di estremo interesse. Costui, di discrete condizioni economiche, un piccolo podere e diversi animali, portava dentro di sè il cruccio di non aver avuto figli dalla moglie, talchè dalle malelingue era subito stato bollato con epiteti poco gratificanti quali: mulo, bò (bue), capon (cappone) …insomma animali sterili per antonomasia.
Menego non aspettava altro: “La se ciama, ma bisogna dirlo pianin che no la ne senta, la se ciama MARMACOLA e par ciaparla bisogna essare intesi come i Carbonari, ziti come le mosche e decisi come S. Paolo al patibolo; bisogna ca faga tanto fredo e de note senza luna”.
Gigioto, questo era il nome del postulante, un tantino intimorito chiese: “Ma xe-la granda e cativa sta bestia? Gala onge e denti ca taca?”.
“Ma va là – riprese Menego – la xe na bestiola grossa come on spuzzolo (puzzola) e po ghe son mi, ghe semo noantri (ammiccando ai compari) ste’ sicuro ca la ciaparemo e ve faremo on bel servizio”.
Stregato tutto il pubblico presente, Menego andava delucidando il piano onde catturare la mitica bestia, in prossimità delle feste di Natale, quando più acuto sarebbe stato il freddo: “Noantri bataremo le rive per farla scapar fora e lu, sior Gigioto, a cavalo del fosso co on saco verto, el spetarà che la ghe cora in brazo: Come che la marmacola la se impirarà (infilerà) in tel saco, ghe farà on gropo che no la scapa… Vegnaria mi ca son pratico, ma cade (bisogna) che la penitenza el la porta lu sior Gigioto”.
Rassicurato dalle parole degli “amici”, el sior Gigioto, quando venne il momento concordato, si inoltrò nei campi e si mise in trepidante attesa a cavalcioni di un fosso con un saccone di canapa aperto, mentre il freddo gli intorpidiva le mani e la paura gli logorava il cervello.
Gli altri burloni, condotti da Menego, battevano con lunghi bastoni le rive fingendo di scovare il diabolico animale, ed intanto si allontanavano sempre di più, finché, giunti fuori vista e tiro di voce, quatti quatti si precipitarono nella stalla più vicina a bere insieme “on goto de nero” e ridere a crepapelle della burla giocata a Gigioto, lasciato solo tra i boschi coi suoi terrori e le sue oniriche speranze.
Intanto le ore passavano senza alcun segno di vita; solo il sibilio del vento tra i rovi faceva rabbrividire Gigioto; gli sembrava di sentire la voce dei morti che lo chiamavano: “Vvuuaauuvv… te magno”.
Il freddo raggiunse il suo acme e lui sempre là, in mezzo alla campagna boscosa, col sacco pronto e le gambe allargate sopra il fosso, in attesa di una preda che non sarebbe mai sbucata.
I dubbi cominciarono a torturarlo sul far della mattina; quindi, furente e vergognoso per non poter confessare la sua dabbenaggine, si avviò più morto che vivo verso casa, mentre alcuni bovai, recantisi all’alba alle stalle per accudire gli animali, lo scambiarono per un ladro e lo inseguirono coi forconi da fieno.
Giunto ansimante a casa, dove la moglie lo aveva atteso in ansia tutta la notte, raccontò di essersi fermato presso dei conoscenti per aiutarli, visto che erano alle prese con un parto difficilissimo di una loro mucca.
La MARMACOLA nessuno ebbe il privilegio di pigliarla, però sortì egualmente l’effetto sperato: a Gigioto nacque una figlia (segno di non grande fortuna per gente dei campi), e lì ognuno ci ricamò sopra il suo personale romanzo. Dove si ritrovarono tutti d’accordo fu nel definire la piccola nata, come figlia della marmacola.
Qualche anno ancora, poi, agli albori del nuovo secolo, Gigioto e la sua famiglia fecero fagotto interrompendo i rapporti con i paesani, tanto che nessuno seppe più nulla di loro.
Gigioto, giustamente preoccupato per l’avvenire della fanciulla, cambiò aria perchè nei piccoli paesi la malignità miete più vittime del colera, e non v’era antidoto allora per combatterla se non con la fuga. Già… chi si sarebbe mai arrischiato di chiedere in moglie la figlia della MARMACOLA?
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “La marmacola”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-marmacola/