Entrai nell’appartamento incuriosita da quell’odore particolare di cui erano impregnate le stanze buie. Ogni cosa è vestita di un impalpabile effluvio che la caratterizza, e quella sensazione olfattiva, anche se intensa, non mi riuscì sgradevole: sapevo che presto quell’aria umida e sconosciuta che riempiva i muri freddi, mi sarebbe divenuta familiare.
Procedevo lungo il corridoio, soddisfatta di come ero riuscita ad arredare l’appartamento: un po’ di mobili prestatimi dai miei genitori e dagli zii, e tanta fantasia per dare un tocco di colore che personalizzasse quelle stanze ancora anonime e squallide. Aprii la porta della mia nuova camera: l’ampio copriletto a larghi fiori variopinti, si accordava con il grande foulard che copriva il vecchio divano ormai fuori moda; i morbidi cuscini sparsi qua e là, richiamavano il pareo orientaleggiante che pendeva da una parete; stampe, posters e pannelli, rivitalizzavano la stanza mettendomi perfettamente a mio agio. Spensi la luce e sollevai le persiane: restando alla finestra, stetti qualche minuto ad osservare il giardino circostante che dividevo con i miei vicini. Fino a poco tempo prima, quel ristretto spazio verde, era stato “dimora” di un vecchio pastore tedesco; la morte lo aveva stroncato da breve, e l’erba incolta portava ancora le tracce delle sue corse. Pensavo alla fortuna di essermi sistemata lì, in quello stabile che conteneva tre appartamenti. Dividevo infatti la casa con un’anziana signora che occupava la parte sottostante; di lato viveva una famiglia composta di tre persone: una donna sui trentacinque anni, il marito poco più anziano di lei, e la giovane figlia, Lara, non ancora dodicenne. Ma la mia convinzione di aver avuto tanta fortuna, si spense sul nascere: una visione mi raggelò lasciandomi impietrita.
Vidi la ragazzina camminare in giardino con una coperta fra le braccia; nascondeva qualcosa che sembrava ribellarsi alla sgradevole condizione. Dopo qualche secondo, con un ultimo sforzo indominabile, spuntò dalla coperta il musetto di un gatto nero. Perché la bambina lo stringeva in quel modo fra le braccia impedendogli quasi di respirare? Assistevo alla scena che aveva completamente rapito la mia attenzione. Vidi Lara appoggiare la bestiola, e subito dopo le sue mani dall’apparenza delicata e fragile, impugnavano un badile che penetrava il terreno con forza inaspettata. In breve tempo ne ricavò una buca non troppo profonda; dopo averci girato attorno, getto la vanga e riprese il gatto accingendosi a porlo sulla “fossa” accuratamente preparata. Si guardò rapidamente in giro, come dovesse compiere un rito solo da lei conosciuto ma, non appena sembrò tranquilla, gettò un ultimo sguardo che colpì la mia finestra; mi scorse, immobile, nell’atto di osservarla. Entrambe avemmo un momento di indecisione sul da farsi; tutte e due si sentivamo scoperte: sia io che Lara, avevamo visto qualcosa di troppo.
Dal canto mio, avevo potuto riscontrare in lei qualcosa di anormale, un comportamento sospetto ed alquanto riprovevole; la ragazzina però mi aveva sorpresa nell’osservarla; questo fatto mi rendeva nervosa, quasi mi impauriva. Come avrebbe reagito dopo essere stata colta in flagrante? Dopo avermi fissata per qualche secondo con occhi sorpresi e pieni di rabbia, ebbe un sobbalzo quasi impercettibile; poi strinse a sè il gatto e scappò via.
Mi buttai sul divano cercando di riflettere e di razionalizzare. Forse avrei dovuto parlarle, o magari chiedere ai suoi genitori perché quella bambina se la prendeva cinicamente con una bestiola indifesa ed inerme; ma non conoscevo nessun membro della famiglia e decisi di rimandare la conversazione; magari, essendo appena arrivata, incuriosita dall’ambiente nuovo e dalle persone sconosciute che mi circondavano, avevo abusato della mia fantasia, costruendo ipotesi inverosimili. Mi convinsi che Lasa stesse semplicemente giocando, e che la buca ed il gatto, non avessero alcun legame.
Decisi di eclissare l’intera faccenda e di continuare la mia vita tranquilla ed indipendente dai vicini. Mi era capitato raramente di incrociare la bambina o i genitori e, quando accadeva, non si andava mai oltre un freddo saluto; quindi, constatai che la decisione di “badare semplicemente ai fatti miei”, era la miglior condotta da tenere.
Ma un giorno, scendendo le scale, vidi il gatto nero che camminava lentamente sull’erba. Mi voltava le spalle, ma da come trascinava le zampe, capii che era piuttosto malandato.
D’istinto lo chiamai; lui si girò: rabbrividii constatando che gli mancava un occhio. Mi bloccai sulle scale non sapendo se retrocedere o avanzare, ma l’animale risolse il mio dubbio andandosene.
Avviandomi alla fermata dell’autobus, due ipotesi opposte si scontravano senza lasciar spazio ad altri pensieri: si trattava di una coincidenza, o quella strana ragazzina all’apparenza schiva e riservata nascondeva qualcosa che esternava con la violenza sugli animali? Preferii adattarmi alla prima soluzione, perché mi faceva comodo pensare che tutto fosse nella norma, ma questa volta non riuscii a segregare il dubbio in qualche angolo remoto del mio cervello, perché esso continuava purtroppo ad affiorare nella mia mente. Decisi di parlarle al mio ritorno. Affrontai Lara a quattr’occhi e, nonostante un’iniziale ritrosia, la convinsi ad instaurare un dialogo. Mi accorsi immediatamente che Lara era bisognosa di uno sfogo, infatti non esitò a lungo prima di raccontarmi la sua incredibile storia: “Quel gatto non è un comune animale: mi perseguita ovunque. Di notte, nel buio della mia stanza, mi appare il suo occhio come una perla luminosa che si accende nell’oscurità. Poi improvvisamente scompare. Io lo so che vuole qualcosa da me, lo sento ed ho paura. Ora che te ne sto parlando, sicuramente troverà il modo per punirmi. È una specie di maledizione che è scesa su questa casa, ma di cui solo io sono consapevole.
Non volevo parlarne con nessuno perché temevo che, rivelando ad altri il segreto che mi perseguita, questa condanna potesse estendersi”. Le parole della bambina mi lasciarono esterrefatta, ma non volevo credere ad una simile storia.
Approfittando del mio silenzio, proseguì il racconto. “Quel giorno, in giardino, beh…. avevo veramente deciso di liberarmi di lui una volta per tutte, anche se sapevo perfettamente che sarebbe stato inutile, perché non mi lascerà mai; non permetterà ai terribili incubi che rompono la tranquillità della notte di cessare. Nell’appartamento occupato dalla mia famiglia, viveva l’anziana sorella della signora che abita qui accanto e… non ci crederai, ma ne conservo ancora il ritratto che la raffigura seduta su un’elegante poltrona accanto alla quale troneggia un imponente gatto nero; sono sicura che è lui. Sono certa che si tratta dello stesso animale, se così lo si può definire, che ogni giorno dalla mia venuta in questo posto mi appare in perfetto silenzio spetandomi incredibilmente”.
Questa volte la bloccai e presi la parola prima che potesse proseguire. Un brivido gelido di paura percorse il mio corpo, ma decisi di non farmi sopraffare dai racconti fantasiosi di una ragazzina dodicenne. Un storia di quel tipo non era certo verosimile, e cercai di dimostrarmi superiore tranquillizzandola e tornandomene nel mio appartamento. In realtà il racconto mi aveva turbata e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio.
Rilessi la prima riga del terzo capitolo dell’antologia almeno un centinaio di volte senza riuscire a concentrarmi nel contenuto.
Decisi di lasciar perdere: chiusi il libro ed accesi la TV per distendermi, tentando di mandare giù un boccone. Ridendo contro voglia alle battute spiritose dello schow, cercavo disperatamente di ingannare il tempo, indagando dentro di me per cogliere gli stimoli del sonno che non arrivava. Andai a dormire esitando più volte prima di trovare il coraggio di premere l’interruttore della luce.
Mi decisi. L’oscurità avvolgeva ogni oggetto della camera, facendomi perdere l’orientamento in quello spazio senza confini. I miei occhi, ancora sbarrati, tentavano di cogliere tra il buio impenetrabile, qualche oggetto che mi fosse familiare, che mi potesse infondere sicurezza. Il mio letto sembrava risucchiato da una spirale incontrollabile che mi aveva calato in una dimensione sconosciuta e completamente isolata dal mondo che conoscevo.
Tesi perfino le orecchie nella ricerca di un suono tipico, di un rumore “amico”, ma il silenzio più totale incombeva nella stanza. Non riuscivo a percepire neppure quell’odore ormai tanto familiare, che aveva il particolare potere di comunicarmi una piacevole sensazione di confortevole tepore domestico. Avevo perso la cognizione del tempo: ero sdraiata da un minuto o da un’ora? Mi voltai di scatto verso la sveglia, ma un bagliore mi accecò impedendomi di raggiungere il mio scopo.
Era lui, l’occhio del gatto che brillava nella notte. L’essere a conoscenza dello sconcertante segreto mi aveva resa vittima della stessa maledizione. Non riuscivo a trovare l’interruttore della luce; sudavo.
E fu proprio in quello stato che mi risveglia la mattina seguente, con la pelle freddissima ed ancora umida. Mi ritrovai infatti completamente senza coperte, segno di quanto mi ero rivoltata su quel materasso divenutomi nemico. “È stato un incubo! Un terribile incubo! Che assurdità farmi influenzare in questo modo da una ragazzina!”. Dopo essermi tranquillizzata andai a rinfrescarmi.
Tornando in camera per vestirmi, gettai lo sguardo sulla scrivania dove nel sogno mi era apparso il felino. La boccetta di china nera, usata il giorno prima per ripassare alcuni disegni, era rovesciata sul tavolo, e il foglio bianco portava alcune nitidissime tracce delle zampe di un gatto.
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Come citare questo articolo
Viviana Segantin. “L’occhio del gatto”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/locchio-del-gatto/