L’itinerario che proponiamo – inferiore ai trenta chilometri e quindi percorribile tranquillamente in bicicletta in un pomeriggio – prende l’avvio da Trecenta, da cui ci porteremo a Sariano, per poi puntare su Ceneselli e Calto, dove inizieremo la via del ritorno seguendo la strada arginale del Po, per raggiungere Salara e chiudere l’anello a Sariano, ritornando quindi al punto di partenza.
L’appuntamento è fissato dunque a Trecenta, presso il “Palazzon”, ovvero villa Pepoli-Spalletti. Il maestoso edificio fu eretto alla fine del XVI sec. a dominare la corte omonima, da cui però oggigiorno risulta separato da una strada tracciata proprio davanti alla grande costruzione.
La nobiliare residenza, il cui stile si richiama a modelli di architettura militare emiliana, è attualmente in fase di restauro; intervento resosi necessario a causa del grave degrado, conseguente ad una condizione di quasi totale abbandono, al punto tale che le aristocratiche sale del palazzo sono state per lunghi anni destinate ad essicatoi di tabacco o deposito di concimi chimici. Il restauro, avviato dalla Regione Veneto, è conseguente alla donazione fatta dalla famiglia Spalletti alla Regione. L’immobile, caratterizzato da due corpi avanzati rispetto al resto della facciata, è abbellito all’interno da una scenografica scala a chiocciola che dal piano terra porta ai piani superiori.
Dal “Palazzon” iniziamo il nostro itinerario ciclistico, imboccando la strada dei gorghi, laghetti di origine alluvionale, alimentati da acque sorgive.
Superato il gorgo della Bottazza, ci fermeremo ad ammirare il gorgo della Gaspara, sulla cui riva sorge l’omonima corte, dominata da un edificio rurale munito di torretta che, con un bell’effetto estetico, si riflette nello specchio lacustre. “Non vi è forse maggior sintesi del Polesine di questo luogo – ha scritto a questo proposito Giuseppe Marangoni nel suo libro “Polesine Delta del Po” – una corte ben costruita e tuttora abitata che si affaccia sul gorgo sottostante, uno spazio acqueo che conserva intatta la sua naturalità, e che testimonia un passato di alluvioni e di terre aventi grande promiscuità con l’acqua”.
Fatta una breve sosta, riprendiamo quindi a pedalare verso il gorgo della Sposa, il più ampio dei laghetti di Trecenta, noto anche per la leggenda che fa derivare il nome dello specchio d’acqua dalla tragica decisione di una giovane: costei, per non tradire il suo romantico sogno d’amore contrastato dalla famiglia, proprio nel giorno fissato per il matrimonio, già vestita con l’abito nuziale, immolò la sua giovane esistenza nelle acque che ne perpetuano il ricordo. La leggenda ci induce ad osservare con maggior attenzione i dolci aspetti naturalistici del luogo, ambiente umido tra i più suggestivi dell’alto Polesine.
Scattate alcune fotografie, il nostro itinerario riprende alla volta di Sariano, frazione di Trecenta, per sostare presso Casa Pepoli-Spalletti (stessa proprietà della villa da dove siamo partiti) risalente al ’500, detta “il castello” per le due torri di diversa altezza incorporate rispettivamente nella casa e nell’attiguo rustico: trattasi dei resti di un antico castello estense risalente al ’300 ed inseriti, con un effetto molto singolare, nella successiva costruzione. Sull’antistante prato sorge un bel pozzo, un tocco pittorico che ingentilisce e completa l’armonia dell’insieme.
Passando davanti alla chiesa di Sariano, la cui facciata non è priva di eleganza, ci dirigiamo verso Ceneselli (distante poco più di Km. 5), ove visiteremo la chiesa parrocchiale, con importanti dipinti di Benvenuto Tisi da Garofolo, che realizzò anche gli affreschi della vicina Villa Paretti, appartenuta alla famiglia di papa Sisto V.
Ricordiamo tra l’altro che a Ceneselli, a metà del mese di Luglio si disputa “Il filò delle contrade”, una festa popolare che vede la partecipazione degli abitanti impegnati in un’attività di drammatizzazione e recupero delle tradizioni della civiltà contadina.
Riprendiamo il percorso per Calto, il cui centro sorge a ridosso dell’argine del Po. Sull’ampia piazza si erge la settecentesca chiesa parrocchiale, accanto alla quale trovasi la canonica di impianto rinascimentale, coeva all’antistante porticato. Di fronte alla parrocchiale sorge il municipio (risale al ’600, ma è stato più volte rimaneggiato) sulla cui facciata è infissa una lapide ricordante il concittadino Costantino Munari: nel 1821 il patriota fu processato a Venezia come carbonaro, assieme al conte Fortunato Oroboni di Fratta e ad altri affiliati all’associazione segreta, che nel Polesine aveva messo radici destinate a dare linfa allo spirito patriottico con figure di grande prestigio, tra cui ricordiamo i coniugi lendinaresi Albero Mario e Jessie White.
Nelle vicinanze della piazza, di interesse è villa Fioravanti, la cui architettura (come villa Pepoli di Trecenta) risente l’influenza emiliana, ed è caratterizzata dai due corpi laterali sporgenti rispetto alla parte centrale della facciata.
Raggiunto l’argine del Po, è d’obbligo portarsi all’interno della fitta vegetazione golenale fino alle acque del fiume dove, presso un improvvisato porticciolo, sostano piccoli natanti.
Tornati sulla strada arginale, iniziamo il tragitto di ritorno, muovendoci in sintonia col flusso delle acque: sarà piacevole ammirare sulla destra la placida corrente del Po solcata di quando in quando da chiatte e motoscafi, e alla sinistra la ricca campagna polesana.
Percorsi altri cinque chilometri, scendiamo un’altra volta dall’argine per esplorare la vasta golena, conosciuta come “Bosco Papino”, ex enclave mantovana, in quanto il territorio è stato fino al secolo scorso sotto la giurisdizione di Mantova. Un tempo la golena era infatti un’isola, divenuta nel XVI sec. di propreità di G.B. Papini, e a tutti gli effetti compresa all’interno del territorio mantovano. A causa dell’interramento naturale del ramo del Po verso il Polesine, l’isola si è trasformata in golena polesana, restando però ancora nel novero delle terre mantovane, causando comprensibili e prolungati conflitti.
Solo nel 1847, con la redazione del nuovo catasto austriaco, il territorio golenale del Bosco Papino fu incorporato anche amministrativamente nel Polesine.
Raggiungiamo quindi Salara. Nel piccolo paese, conosciuto oltre i confini della provincia per l’annuale Fiera della Fragola che si svolge a Maggio, sostiamo presso il palazzo del municipio e la chiesa parrocchiale che risale alla seconda metà del XVI secolo.
Fuori del centro sorge una ampia costruzione, fino all’occupazione napoleonica sede del Convento di Santa Croce attivo dal XVII secolo. L’edificio attuale, gravemente manomesso e deteriorato, risale al 1696. Esiste un dettagliato inventario dell’epoca, che ne testimonia l’ottimo arredamento e la presenza di ben 22 grandi carte geografiche. Da ciò è facile dedurre come il monastero fosse un importante punto di sosta per pellegrini provenienti dal nord (Padova, Belluno) in viaggio verso il sud (Roma, Ravenna), o per via fluviale da est (Venezia) verso ovest (Mantova).
A decretare la fine della vita conventuale, oltre alle requisizioni napoleoniche, furono due disastrose rotte del Po e del Mincio verificatesi nel 1801, che ridussero sul lastrico i residenti: fu infatti deciso di mettere all’asta i beni del monastero e di distribuire il ricavato alla travagliata popolazione. Anche l’edificio fu allora frazionato in varie proprietà, cosicché presenta ancora oggi un aspetto tutt’altro che omogeneo, che però non ha completamente cancellato le tracce dell’iniziale destinazione. Pensare ad un intervento di recupero almeno parziale è istintivo anche se un po’ utopistico.
Con una sensazione di malinconia, derivante dallo stato di decadenza del fabbricato, che nei secoli scorsi dovette rappresentare un importante punto di riferimento non solo sotto il profilo religioso, ma anche sociale, e fulcro di molteplici rapporti politici e culturali, ci accingiamo a completare il nostro itinerario alla volta di Sariano.
Avremo così chiuso il cercio, per poi ritornare a Trecenta al punto di partenza, paghi dell’interessante escursione all’aria aperta, arricchiti di nuove consapevolezze sull’originalità territoriale e storica della zona.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Un itinerario nell’Alto Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-itinerario-nellalto-polesine/