In genere si pensa che ricerca archeologica significhi scavare per rimettere in luce le tracce di civiltà del passato. Talvolta però, quando i depositi sedimentari sono esigui, le lavorazioni agricole del terreno sono sufficienti a riportare in superficie i reperti archeologici. È il caso di vaste aree del Polesine, territorio in cui, a zone caratterizzate da spessi sedimenti alluvionali, si alternano zone che, divenute paludose, hanno coperto i resti antichi di sottili strati.
Così è, per esempio, nella zona di Villadose, territorio anticamente occupato da una centuriazione romana ed abitato da coloni dediti alla coltivazione. Questi coloni avevano costruito, sparse su tutto il territorio, una quantità di fattorie utilizzando tra l’altro laterizi e pietre come la trachite. Armandosi di pazienza e girando per le campagne ci si può imbattere nei resti di queste antiche fattorie, portati alla luce dall’aratro.
Per alcuni anni la domenica mattina di buon’ora un gruppo di soci del Gruppo Archeologico di Villadose si è avventurato per i campi arati per una lunga camminata con l’intento di individuare questi siti archeologici.
La stagione più propizia per questo tipo di intervento è l’Autunno, quando il terreno, ormai raccolti i prodotti, si presenta libero e disponibile ad essere studiato. Dopo aver raggiunto la località da esplorare, si indossano stivali o scarponi e, dotati di bastone, carte topografiche, macchina fotografica e zaino, ci si avvia. Ci si divide e si cammina paralleli a 30-40 metri l’uno dall’altro, lungo le scoline, le carreggiate, i fossi di questa nostra piatta ed ormai spoglia pianura polesana. Ormai gli alberi presenti sono pochissimi e continuano a ridursi anno dopo anno. Ogni tanto piccole difficoltà ravvivano la camminata: saltare un fosso, aggirare una recinzione od un acquitrino. Se si è fortunati si possono vedere esemplari della rada fauna locale come lepri che fuggono al sopraggiungere dei ricercatori o qualche trampoliere che si alza in volo. Quando si individuano tane di volpe, spesso scavate in terreni sabbiosi con l’entrata nascosta nel fondo di una scolina, si va ad osservare il terreno portato all’esterno dai profondi cunicoli sotterranei con la speranza di trovare tracce di reperti archeologici.
È un riappropriarsi dell’ambiente locale e della natura, della flora e della fauna. La scoperta di un fosso dai bordi completamente fioriti anche se siamo in novembre, raduna il piccolo gruppo. Si scattano fotografie, si documenta. Ci si aggiorna sulle coltivazioni, sui metodi e sulle fasi di lavorazione agricola del terreno, sulla geologia. Si impara a riconoscere i paleoalvei di fiumi estinti che hanno lasciato strisce di terreno sabbioso dove le colture crescono con più difficoltà.
Ed infine la scoperta archeologica: camminando si ha la possibilità di notare piccoli frammenti di laterizio, prima molto radi. L’attenzione dell’esploratore aumenta, ci si guarda intorno in tutte le direzioni continuando a camminare più lentamente. Ecco un pezzo di mattone; ci si ferma per analizzarlo e per vedere, dalla forma e dall’impasto dell’argilla, se può essere di epoca romana.
Si, non c’è dubbio, è romano, ce ne devono essere altri nelle vicinanze e, continuando a camminare, i frammenti di laterizi aumentano finchè il terreno arato non è coperto da una pietraia dove si distinguono i frammenti di tegoloni romani con le tipiche alette, di mattoni, di coppi. Si alzano le braccia e si richiama l’attenzione degli altri: un nuovo sito archeologico!
Tutti si radunano sul posto e comincia una ricerca meticolosa di reperti utili alla datazione.
Ecco un frammento di ceramica: è di un vaso in terra sigillata, siamo nel I secolo d.C., ecco una moneta, è un asse imperiale, ecco un puntale di anfora vinaria. Nel frattempo i "topografi" del gruppo misurano l’estensione del sito e lo situano precisamente sulla carta al 10.000 usata durante le uscite. Dopo circa una mezz’ora si raduna tutto il materiale raccolto e si riprende l’esplorazione recuperando le direttrici stabilite per ognuno. Il sito è identificato ed il materiale raccolto permetterà poi agli studiosi di risalire a molteplici informazioni relative alla vita dei coloni vissuti in quella remota fattoria nella centuriazione di Adria.
Ma ecco, continuando il cammino, ben evidenti su una zona di terreno chiaro argilloso, due tracce parallele di terra scura poste a 7-8 metri l’una dall’altra. Ci fermiamo ad osservarle, ne studiamo l’orientamento e, dopo un confronto con la carta topografica, siamo sicuri: si tratta della traccia lasciata dai due fossati che costeggiavano una strada della centuriazione: l’orientamento da est ad ovest ci dice che è un decumano.
I residui organici caduti anticamente all’interno del fosso (erba, piante, ecc.) hanno infatti conferito al terreno, che ha successivamente ricoperto la struttura, la caratteristica di trattenere meglio l’umidità e di assumere così un colore più scuro, colore che diventa evidente nelle zone di attraversamento di terreni chiari. La terra ha mantenuto dopo secoli e secoli, come su una lastra fotografica, la memoria dell’antica divisione agraria e si provano forti emozioni nel rileggere queste tracce che ci stanno permettendo di ricostruire l’antica storia di un intero territorio.
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Come citare questo articolo
Enrico Maragno. “Il fascino della ricerca archeologica”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-fascino-della-ricerca-archeologica/