Non è facile sentir parlare di ideali, di questi tempi. Ci sono stati anni in cui era fortemente sentita la necessità di vivere e battersi per essi, ma oggi tutto è rimesso in discussione, e la crisi sembra aver coinvolto anche il mondo dei valori che troppo spesso sembrano ancorati ad un passato lontano. Cosa spinge, allora, un gruppo di 120 giovani, a percorrere la strada che dall'Ungheria, l'Austria, la Germania, la Croazia, la Slovenia, il Friuli V.G., il Trentino, la Lombardia, ed il Veneto, li ha portati sino a Gorino Sullam, un villaggio di pescatori in un estremo lembo del Delta del Po? Possibile che un Campo per la Pace attivato in piena estate abbia ottenuto tanti consensi?
Il 1° Agosto io ero all'Ostello Parco Rifugio Delta del Po ad aspettarli quei ragazzi, dopo giorni, mesi di preparativi, per condividere con loro la speranza di poter concretizzare il progetto "educare alla Pace" che Alpe Adria, da tre anni, sta promuovendo.
Ero tra gli animatori del Campo: il nostro compito consisteva nel fornire un supporto tecnico articolato in diverse iniziative, alle quali i ragazzi hanno partecipato con entusiasmo. Ecco le principali attività: c'erano laboratori in cui si lavorava l'argilla, si dipingeva, laboratori di musica, lingua, attività sportive e di scoperta dell'ambiente tramite escursioni in bici o a piedi nei dintorni, in battello dalla foce al mare, ed una visita a Venezia.
Cosa differenziava questa esperienza da una qualsiasi vacanza per giovani? Una forte consapevolezza di doversi impegnare per un obiettivo di collaborazione e accettazione reciproca.
Tra noi c’era la sensazione di essere al campo per concretizzare un progetto ambito e difficile: vivere, tra giovani appartenenti a popoli di etnia, lingua, abitudini diverse; trascorrere con disponibilità un periodo di condivisione, di aiuto, di scoperta reciproca. Ci si adattava a modelli di comportamento diversi, si condividevano le esperienze, gli alloggi, gli oggetti. Si sono vissuti momenti di dolore e gioia, di spensieratezza e tensione, si è VISSUTO un campo PACE.
Tra noi c’erano anche giovani provenienti dalla Bosnia: per loro il difficile compito di parlare di pace, avendo vissuto in zone in cui la guerra non è un’ipotesi, ma è una truce realtà. Con la loro testimonianza hanno messo in comune sentimenti ai quali ci è stato dato accesso, pur sapendo che, chi non ha vissuto le atrocità a loro inflitte, non ha la possibilità di comprendere.
Un giorno, tornando da un’escursione al mare, abbiamo saputo che il telegiornale aveva dato l’annuncio dell’entrata in guerra della Croazia. Le giovani provenienti da quella terra hanno cercato di mettersi in contatto con le famiglie, e tutti abbiamo pensato come ci si può sentire, lontani dai propri affetti, in un momento così tremendo.
“Quando la gioia o il dolore diventano grandi il mondo diventa piccolo”.
Come tornare, dopo questi avvenimenti, a parlare di pace?
Grazie al canto-grido “SAMBALA” degli African Brothers, un eccezionale gruppo di percussionisti, alcuni polesani ed altri provenienti da diversi stati dell’Africa, che ci hanno fatto ballare dopo aver preparato per noi un succulento piatto senegalese: Sambala significa ARMONIA e questa canzone ci ha comunicato una immediata sensazione del significato della parola PACE.
Di Pace ci hanno parlato Don Guido, la professoressa Donata Pavini, il Dott. Antonio Rossin, che hanno affrontato questo tema, durante una tavola rotonda.
Forte è stata la testimonianza di Mirela, arrivata con il marito Sven dalla Bosnia, che ci ha chiesto di scrivere ai bimbi che sono soffocati dalla guerra, per comunicargli la nostra vicinanza nell’affetto, nei pensieri.
Questo gesto semplice, è un veicolo di pace, grazie al quale non si abbandona chi soffre, sfuggendo al dramma per rifugiarsi nel privato, nel nostro quotidiano. Per questo ho scritto poche righe su questa esperienza.
Dieci giorni così intensi non sono semplici da riassumere, e io non sono una giornalista, non so essere impersonale.
Forse una semplice cronaca degli avvenimenti avrebbe fatto meglio capire ai lettori del Ventaglio cosa s’è fatto per educare alla Pace. Ma io ho sentito il desiderio di soffermarmi su alcuni momenti vissuti.
La pace è un ideale che non si può teorizzare, ma che bisogna costruire, rinsaldare, apprezzarne il valore ricordandosi che è un insieme di equilibri delicati, un dono che bisogna vivere.
È per questo che di questa esperienza ho proposto dei flash, delle istantanee: una bella foto di studio, che riassumesse tutto, non avrebbe potuto animarsi e vivere, e farvi vivere ciò che è successo a Gorino dove si è accesa la speranza di Pace.
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Come citare questo articolo
Giulia Zuolo. “Vivere la pace”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/vivere-la-pace/