Le zone rivierasche dell’ampio arco costiero, che chiude a settentrione l’Adriatico delimitando la grande insenatura marina denominata golfo di Venezia, si caratterizzano per la loro ricchezza ambientale tra le più interessanti del Mediterraneo. È infatti questa una terra “anfibia” nata dai sedimenti dei grandi fiumi italiani (Po, Adige, Brenta, Piave e Tagliamento) che qui hanno la loro foce. Nell’ampio golfo le acque dolci si mescolano con quelle salate, in un moto perenne e cangiante, disegnando scanni, barene e velme ed originando lagune e valli salmastre.
È questo un parto della natura che mai ha fine, influenzato da molteplici elementi, quali l’alternarsi delle maree, l’impeto dei venti, la consistenza degli apporti alluvionali dei fiumi e la presenza dei fenomeni di subsidenza sempre presenti nelle zone costiere. Di conseguenza il territorio non appare mai del tutto stabile, e la sua fragilità in tempi recenti (anni ’50-’70) è stata purtroppo acuita da nefasti interventi dell’uomo che, con l’estrazione massiccia di metano ed acqua dal sottosuolo, ha contribuito ad accentuare gravemente il bradisismo naturale. Si sono così originati pericolosi abbassamenti di ampie zone, spofondate in alcuni casi (ad es. Porto Viro) di ben tre metri sotto il livello del mare.
È dunque questa un’area che ha bisogno di grande attenzione da parte dell’uomo, il quale deve ispirare i suoi interventi considerando da una parte le problematiche di tipo idrogeologico e dall’altra il prezioso patrimonio naturalistico che contraddistingue la grande “zona umida”, a buon diritto considerata tra le più significative a livello europeo.
In questo grande arco costiero, che si estende dalla foce del Reno fino alla laguna di Venezia e di Grado, il delta del Po funge da baricentro e catalizzatore di tutte le problematiche ambientali. È questo infatti un territorio dove la natura si esalta, e dove, parimenti, l'uomo ha apportato fin dall'antichità significativi mutamenti. Si pensi ad esempio ai canali scavati nell' antichità dagli Etruschi prima e dai Romani poi, per dar sfogo alle acque stagnanti, favorendo nel contempo la navigazione endolagunare. E che dire della grande opera di ingegneria idraulica realizzata dalla Repubblica Veneta nel 1604, con il famoso taglio di Porto Viro? Un intervento di grande rilievo nella storia del delta, voluto dalla Serenissima per scongiurare pericoli di interramento della Laguna di Venezia, che si concretizzò deviando a sud il principale ramo del grande fiume con l'effetto di originare l'attuale configurazione del delta.
Nessuno disconosce l'utilità di queste opere, in larga misura compatibili con le caratteristiche ambientali, dal cui esito non si può non concludere con l'osservazione che il delta del Po nasce da un connubio tra il volere della natura e quello dell'uomo.
Ma non sempre gli interventi antropici si sono rivelati positivi per l'ambiente: tra le realizzazioni del tutto inconciliabili col fragile paesaggio costiero, possiamo citare la creazione in tempi recenti di una grande centrale termoelettrica proprio sugli estremi lembi del delta padano o la nascita del grande polo industriale di Marghera prospiciente la laguna di Venezia.
Fortunatamente da qualche tempo sembra però farsi strada una linea di azione più rispettosa dell'ambiente, grazie all' avvio di alcune iniziative interessate a valorizzare le risorse originali, mediante interventi mirati ad aiutare la natura a riprendere un ciclo forzatamente interrotto. Da citare, fra le altre, le opere di difesa a mare che dagli anni '70 hanno interessato tutto il delta e, nell'ultimo biennio, l'isola di Pellestrina presso Chioggia, nella quale è stato creato un lungo cordone di spiaggia a difesa dei murazzi. Una realizzazione questa che non ha mancato di divenire un positivo richiamo per la balneazione e la ulteriore valorizzazione turistica dell'isola dalle antiche origini.
Non vanno poi dimenticati i lavori di vivificazione delle lagune, realizzati allo scopo di favorire la rinascita degli specchi di acqua salmastra che caratterizzano le coste dell’alto Adriatico. Negli anni ’80 le lagune di Venezia e del Delta sembravano infatti condannate a divenire stagni putrescenti, luogo di morte per migliaia di pesci impossibilitati a lasciare queste insenature dai bassi fondali. Un disastro ambientale dovuto all’intensificarsi del fenomeno dell’eutrofizzazione, ovvero dell’eccessiva presenza nelle acque di sostanze favorevoli alla proliferazione di macroalghe, dalla cui successiva putrefazione si origina il micidiale acido solfidrico, sterminatore della fauna ittica, e si attuano fenomeni di anossia (ovvero di grave depauperazione di ossigeno dalle acque) trasformando le lagune in inospitali paludi.
L’equilibio biologico degli specchi lagunari del delta padano alcuni anni fa sembrava dunque irrimediabilmente minato. All’allarme seguiva la ricerca delle cause, identificate in una sommatoria negativa di aggressioni ambientali, di cui due risultavano determinanti: prima fra tutte l’apporto per via fluviale di sostanze organiche scaricate nel Po e nell’Adige da allevamenti, con l’effetto di favorire nelle lagune costiere una abnorme proliferazione delle alghe; in secondo luogo l’accentuarsi della subsidenza con lo snaturamento della morfologia delle lagune, sconvolte da fenomeni di interrimento per l’assottigliarsi delle naturali difese a mare rappresentate dagli scanni.
Le aree lagunari polesane e veneziane rischiavano dunque di trasformarsi in veri e propri deserti biologici, influenzando negativamente anche le retrostanti valli da pesca, che proprio dalle lagune attingono l’acqua. Se pertanto i pescatori e gli itticoltori erano i primi a risentire gli effetti negativi del fenomeno, era chiaro che le ripercussioni del grave degrado ambientale iniziavano a riverberarsi negativamente anche su altri comparti economici, penalizzando innanzitutto le iniziative di visitazione turistica, scoraggiate dai miasmi provenienti dalle lagune putrescenti.
Il complesso intervento dell’uomo per rivivificare le lagune del Delta è stato illustrato ampiamente nel corso di un apposito convegno promosso dalla Regione Veneto e dal Consorzio di Bonifica Delta Po-Adige, tenutosi lo scorso maggio nel cuore del delta presso il Museo delle Bonifiche di Ca’ Vendramin, in cui si è sottolineata la necessità di provvedere ad un costante governo del territorio deltizio e costiero, tutelando l’originale paesaggio e la sua riconosciuta ricchezza naturale, e salvaguardando nel contempo le attività più intimamente connesse con l’ambiente, prime fra tutte la pesca e la fruizione turistica.
In sostanza si è agito con l’obiettivo di migliorare la qualità delle acque e di favorirne la circolazione nelle lagune. Sono stati pertanto studiati e realizzati una serie di interventi, il cui finanziamento è rientrato nei piani comunitari dei P.I.M. (Programmi Integrati Mediterranei), attuati nel delta polesano dal Consorzio Delta PoAdige, e nella laguna di Venezia dal Consorzio Venezia Nuova.
Il consuntivo dei grandi lavori di vivificazione delle lagune appare del tutto convincente, dato che gli interventi hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, testimoniati da un immediato aumento della fauna ittica e il risollevamento dell'economia locale fondata sulla pesca.
I lavori si sono concretizzati nello scavo di canali interni alle lagune per favorire il ricambio dell'acqua con il mare, assecondando il moto delle maree. La terra di riporto degli scavi è stata utilizzata per costruire velme e barene, naturalizzate con l'introduzione di specie vegetali tipiche della zona, utili sia per il consolidamento del territorio che per gli effetti di fitodepurazione.
Gli interventi finora eseguiti nel Delta, per un ammontare di 60 miliardi, hanno interessato soprattutto le lagune di Caleri, Vallona, Barbamarco e la sacca di Scardovari. In tutti i casi si è avuto un rapido ripristino dell'idrodinamica lagunare, con la ripresa del flusso e del ricambio delle acque, particolarmente significativo proprio in prossimità dei sifoni e delle chiaviche delle valli da pesca. Rapido è stato l'attecchimento della vegetazione nelle nuove barene, delle quali in breve ha preso possesso l'avifauna del delta.
La vivificazione delle lagune si qualifica pertanto come un riuscito intervento dell' uomo, volto alla conservazione e alla valorizzazione dell'originale patrimonio ambientale del delta e delle coste del Veneto. Uno sforzo questo che non va interrotto, ma continuato nel tempo con una manutenzione costante, pena la vanificazione degli stessi grandi lavori. Infatti, già nella scorsa estate, a causa del caldo afoso e della mancanza di vento si sono notate le prime difficoltà nel ricambio delle acque delle lagune del delta, con morie di molluschi (cozze e vongole) specie nella Sacca di Scardovari.
Occorre dunque la consapevolezza che la manutenzione ed il governo delle acque, attuati in un'ottica di salvaguardia ambientale, sono essenziali per bloccare processi involutivi. Lo dimostrano i lavori finora realizzati che, a buon diritto, possono essere additati come significativo esempio di valida cooperazione tra l'uomo e la natura.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Rinascono le lagune”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/rinascono-le-lagune/