Centocinquanta anni fa, in una golena del Delta del Po, si ebbe a verificare uno dei fatti più tristi della storia del Risorgimento italiano: la fucilazione di Angelo Brunetti, dei figli e di altri compagni che, cercando di fuggire alle vedette austriache che perlustravano l'Adriatico, avevano trovato riparo in terra basso polesana.
Ma chi era Angelo Brunetti detto il Ciceruacchio?
Uomo del popolo, galvanizzato dalla figura trascinatrice di Garibaldi, era nato a Roma il 27 settembre del 1800, nel rione popolare di Campo Marzio, da una famiglia di umili origini. La madre, la "sora" Cecilia, vedendo nascere quel bel bambino bianco e rosso, grasso e pieno di salute si compiaceva di farlo ammirare alle comari del vicinato: “guardate che ciruacchiotto diviene questo mio Angelo". Se lo stringeva fra le braccia e se lo baciava quell'angioletto, le cui forme rotondeggianti richiamavano quelle degli angeli del Bernini che sono ai piedi dell'altare di San Pietro. Con il passare degli anni quel nomignolo non gli si addiceva più e così da amici e conoscenti venne cambiato in Ciceruacchio.
Molto presto, dopo aver imparato le più elementari nozioni dai Padri Carissimi, ai quali il padre Lorenzo per toglierlo dalla strada lo aveva affidato, il giovane Angelo si indirizzò all'attività del carrettiere.
Anche quando diventò benestante, e raggiunse una certa celebrità e autorità, vestiva sempre modestamente, ma non senza una certa eleganza, indossando il costume del popolano romano: giacca corta, per lo più di velluto, un panciotto corto, pantaloni stretti al ginocchio che si allargavano a campana sul collo del piede; attorno alla vita una larga sciarpa di seta, fazzoletto di seta a fiori attorno al collo e sempre il cappello nero in testa. Angelo Brunetti aveva un bel volto, solare, che ispirava simpatia.
Vi era in lui quella fierezza, disinvoltura, alterigia e nobiltà di mosse ed atteggiamenti, di cui parla il d'Azeglio (tipica degli antichi romani), non disgiunta da una tendenza naturale alla giovialità. Sempre pronto a difendere i più deboli e a ribellarsi alle prepotenze ed alle ingiustizie, spesso si trovava coinvolto in risse.
Parlava alla buona, quasi sempre in dialetto, ma in presenza di gente più colta di lui la sua modestia ed il sentimento della propria inferiorità lo rendevano timido ed impacciato.
Cordiale, leale, compassionevole, soccorrevole, generoso fin quasi alla prodigalità, era amante delle allegre compagnie, delle cene e del vino. Mai si dimostrò ambizioso. Uomo alla mano, affabile ma ingenuo, fu soggetto all’influenza e al condizionamento di coloro i quali, sapendone più di lui, approfittavano della sua fiducia e della sua benevolenza.
Quando Pio IX, nel 1846, concesse l’amnistia ai prigionieri ed agli esiliati politici, Ciceruacchio diventava il più grande estimatore del nuovo Pontefice, verso il quale aveva una cieca devozione che rasentava il fanatismo. In cuor suo coltivava l’ambizione che Pio IX volesse veramente l’unità d’Italia e neanche la famosa allocuzione del 29 aprile 1848 potè convincerlo che il suo idolo abbandonava la causa italiana.
Tanta ostinata devozione doveva solo arrendersi un anno dopo, il 30 aprile 1849, quando i cannoni delle batterie francesi del generale Oudinot tuonarono a Porta Angelica e a Porta Cavalleggeri. Fu soltanto allora (2 luglio), caduta di Roma, che Ciceruacchio con i due figli Luigi (aveva assassinato Pellegrino Rossi) e Lorenzo partì sulla via di Tivoli, al seguito di Garibaldi, il quale aveva lanciato l’accorato appello: “Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto, ma nel cuore, mi segua”.
Il piccolo esercito garibaldino, arrivato nelle vicinanze di Arezzo, trovò le porte chiuse della città. Fu quindi costretto a rifugiarsi nella Repubblica di San Marino dove il Generale lo sciolse.
La sera del primo agosto Garibaldi, con una piccola parte di soldati fedelissimi, prese il mare da Cesenatico, utilizzando alcuni bragozzi, salpati alla volta di Venezia. Una squadra navale austriaca in prossimità di Comacchio avvistava la piccola flotta e in poco tempo la bloccavano. Gli equipaggi furono tradotti nelle carceri di Pola.
Alcune barche riuscirono però a sfuggire all'inseguimento per approdare in prossimità di Magnavacca, nel Delta del Po. Una volta giunti a terra Garibaldi con Anita febbricitante si diresse verso Ravenna mentre Ciceruacchio, con i figli e pochi compagni, proseguì in direzione di Venezia.
Il drappello guidato dal Ciceruacchio varcò a Goro il confine dell'ex stato pontificio arrivando al Po di Gnocca, precisamente a Presa Veniera. Girovagando per quei luoghi sconosciuti incontrarono un tale Domenico Chierighin, detto Pelli, muratore di Contarina, il quale, appena saputo che provenivano dall'altra sponda del Po e che erano garibaldini, mentre indicava loro la strada per Venezia, si precipitava a denunciarli agli austriaci.
Le pattuglie austriache, guidate dallo stesso Chierighin, non perdettero tempo a mettersi sulle tracce dei patrioti che nel frattempo avevano trovato ospitalità nella casa di certi fratelli Giollo di Bosco Mora. Uno di questi però, temendo ritorsioni da parte degli austriaci per aver ospitato i fuggiaschi, corse anch'egli a denunciarli all'autorità locale di Ca' Tiepolo.
I fuggiaschi passarono la notte del 9 agosto nascosti in prossimità di una località denominata Argine di Mare. Fatto giorno, transitò nei paraggi il cursore comunale di San Nicolò (ora Porto Tolle) Sante Pizo che, vedendo nella vicina valle degli estranei, corse subito a segnalare la presenza agli austriaci.
Il gruppo di patrioti, braccato da più parti, avendo nel frattempo perduta la speranza di veder ritornare l'uomo al quale avevano donato cento scudi per essere guidati in un luogo più sicuro, uscirono dalla valle e si avviarono verso Donzella. Giunti alle prime case del paese chiesero di un'osteria; fu loro indicata quella di un tale Fortunato Chiarelli detto Capitin, e dopo poco che erano entrati, furono sorpresi, arrestati e condotti al Corpo di Guardia austriaco (attuale sede municipale) di Porto Tolle.
Il distaccamento austriaco di Ca' Tiepolo era comandato dal primo tenente Luca Rokavina, croato, uomo privo di qualsiasi sentimento di umanità e giustizia. Una volta interrogati gli arrestati, mediante l'interprete Pietro Marchesi agente comunale, ordinò che venissero, senza perdita di tempo, immediatamente fucilati.
Furono inutili le preghiere del Marchesi che chiedeva il ritiro dell'assurda sentenza di morte, furono inutili quelle di Luigi Mantovani fattore della famiglia Papadopoli e perfino quelle del fratello di Rokavina, sottotenente dello stesso Corpo, alle sue dipendenze.
Chi più di ogni altro toccava il cuore e muoveva la compassione di tutti era Lorenzo, il figlio tredicenne di Ciceruacchio, distrutto dalla fatica e dagli stenti sofferti. Per lui specialmente implorò la grazia il Marchesi: inginocchiato e lacrimante promise di tenerlo con sè come un figlio. Il croato rispose ordinando di requisire alcuni uomini per scavare le otto fosse che avrebbero accolto i corpi dei patrioti.
Alla mezzanotte del 10 agosto 1849, in golena del Po di Venezia in prossimità del luogo dove sarebbe poi sorto lo zuccherificio, fu compiuto l'atroce misfatto. Mentre era in fila Ciceruacchio strappò dagli occhi suoi e del piccolo Lorenzo la benda esclamando: "Lorenzo mio, coraggio, guarda il cielo, viva l'Italia, muori da romano".
Questa fu la fine di Ciceruacchio, dei suoi figli e dei suoi compagni. Questo fu il martirio di una delle più belle figure del nostro Risorgimento di cui proprio quest'anno ricordiamo il 150° anniversario.
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Come citare questo articolo
Claudio Modena. “Angelo Brunetti detto il Ciceruacchio”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelo-brunetti-detto-il-ciceruacchio/