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STORIA - TRADIZIONI

La benedizione del Saso

A Valliera, nel giorno in cui si festeggia S. Rocco, si ripete l’antico ed originale rituale

di Paolo Rigoni

Ventaglio Novanta n. 19 1999 pp. 66–69

Intanto c'è da sciogliere l'enigma del nome: Valiera o Valliera?

Nel 1631, il nobile Valier fa erigere, presso un suo casone da pesce, a beneficio dei valligiani, l'oratorio dedicato a S. Rocco e perciò vi è chi vuole Valiera da Valier. Ma in quei luoghi insistevano le valli di Adria per cui se ne ricava Valliera.

E poiché, secondo le parole di un capo indiano, non è stato l'uomo a tessere "la trama della vita", ma l'uomo stesso ne è parte al pari delle pinà frondose e degli scoli sinuosi, istintivamente mi pongo dal lato di Valliera e dei suoi ortesèi sabbiosi, colmati dalle crescimonie, noti per la bontà delle erbe da sempre, delle patate più tardi:

"Massorno tre case e un forno,
Valiera patate bòne,
Belombra basgana bòna,
Paposse a gh'è le done
co’ le gambe grosse,
Panarela i parla pr'el buso dla canèla,
ai Santi, i fa l'amor coi guanti" 1 .

La natura della Valliera, incerta sulla terra e galleggiante sulle onde, mutevole ed oscillante, per bisogno di identità ancorata alle porte certe di Adria, si manifesta ancor oggi nel pranzo di S. Rocco che prepara gnocchi terragni di patate novelle ed anitra arrosto, il volatile che più d'ogni altro contiene acqua e terra.

Secondo un'usanza che si perde nei meandri delle valli, il 16 agosto di ogni anno, i valieranti, uniti a tanti e tanti dei paesi circostanti, si ritrovano a festeggiare il patrono S. Rocco, partecipando alla cerimonia della benedizione del saso, una cordicella colorata che il fedele lega al polso per impetrare il favore e la grazia dal santo. Il saso viene sicuramente da molto lontano; merito del paese è stato quello di aver mantenuto viva la sacra tradizione quale segno dell' appartenenza alle proprie origini e della consapevolezza di un comune destino.

Saso prende nome da "sazum", un anello 2 in uso a pescatori e pescivendoli adriesi, sprochani, con il quale determinare le esatte dimensioni dei pesci che, secondo gli statuti, erano destinati alla salatura. Tale "sazum", che secondo Francesco Antonio Bocchi deriva da esagio, sesta parte dell'oncia 3 , doveva essere necessariamente di misura identica a quello che stava infisso ad una delle colonne del Comune in Castello. Al fine di evitare qualsivoglia equivoco: "Pisces vivi chavedagni 4, scilicet tenchae quae dantur ad salamen tempore salaminis non debeant dari minores sazo Communis, et quod aliquis sporchanus non debeat maiorem sazum tenere praedicto Communis sazo, nec ad alium sazum pisces accipere. […] Item iurati iustitiae, teneantur dare mercatoribus Adriae illam mensuram, ad pisces salandos omni tempore, quo salantur sazum, et mensuram, quae est posita in columnis Domus Communis Castris, et quilibet teneatur habere illam mensuram tam piscator quam sporchanus … " 5 .

Quindi la benedizione del saso coinciderebbe con un'antica festa dei pescatori, durante la quale erano benedette le arti della professione, esito di scadenze precedenti, come i ludi piscatorii che, ai primi di giugno, vedevano il raduno nel Campo di Marte di Roma dei pescatori d'acqua dolce, coloro che, a detta del poeta Ovidio, "raccolgono le umide reti e che nascondono gli ami uncinati sotto la piccola esca" 6 , per una vera e propria gara di pesca con la lenza.

Su questa festa potrebbe essersi innestato il culto di S. Rocco, ovunque venerato come protettore della peste cui i pescatori erano preferenzialmente esposti, sia per l'ambiente acquatico in cui si muovevano sia perché l'attività della pesca era professione marginale, lavoro da "poveri", i sottoalimentati che il contagio più facilmente insidiava. "Homo sine pecunia imago mortis"; il detto latino, se valeva per tutti, si confaceva ancor di più ai pescatori che non avevano greggi ed armenti [pecus], dalla rendita certa, esposti come erano al caso, agli accidenti del tempo e della fortuna, alla possibilità aleatoria di riempire talvolta le reti nelle acque perigliose, sempre paurose.

Ma saso può esser passato a comprendere, per somiglianza, quel laccio che si annodava al polso al fine di prevenire la cosiddetta vèrta: "Quando vi erano lavori particolarmente pesanti come lo sfalcio del fieno, la mietitura, il far zocca, andavo dalla Vècia Tòpa, che mi legava un sulo rosso attorno al polso, perché io non ero tanto robusto e avevo paura che mi venisse la vèrta. Prendeva uno spago fra altri che aveva lei, diceva le sue preghiere e poi me lo stringeva. Così ero salvo e potevo finire la mia medanda altrimenti mi lasciavano a casa. E non voleva mai niente. Mi diceva: Va là, va pure che sei solo tu che lavori e devi mantenere la tua famiglia … " 7 . La vèrta, sorta di rigonfiamento provocato da un sovracarico di lavoro, è documentata pure da Pio Mazzucchi nel secolo scorso: "Per guarire occorre farsi cingere il polso stesso da una cordicella di color rosso: ma questa semplice operazione vuole esser fatta da persona che eserciti l'ufficio di capo-boaro, altrimenti non avrà buon effetto" 8 . Anche in questo caso si tratterebbe della cristianizzazione di una serie di atti simpatetici su cui si fondavano tanti rimedi, non solo popolari. Se il polso gonfiandosi dà l'impressione di aprirsi, tale credo il significato di vèrta (né Mazzucchi, né Beggio ne riportano la spiegazione), allora si ricorre al laccio che, con il proprio nodo, chiude gli orifizi, impedisce al male di entrare o al contrario ne scioglie i nodi e ne favorisce l'uscita, secondo simbologie archetipiche presenti in tutte le culture.

L'uso di fili colorati per affatturare e legare persone e cose è variamente presente anche in autori classici. Apuleio, nella sua opera "Apologia", con la quale deve difendersi dall'accusa di aver plagiato allo scopo di matrimonio una ricca e piacente vedova, si giustifica dicendo di non aver mai introdotto nella casa di lei, "licia discolora", fili di vario colore 9 .

Ancor più esplicito Ovidio quando nelle "Metamorfosi" narra della nascita di Eracle. Alcmena, la madre, è presa dalle doglie, ma la gelosa Era invia Ilizia, dea del parto, perché impedisca la venuta alla luce del semidio. Ilizia si pone davanti alla casa della partoriente, sedendo con le ginocchia accavallate e le dita delle mani intrecciate a pettine 10 . L'ancella Galantide, che per questo sarà trasformata in donnola, [piccola donna], accortasi del maleficio, esce ed inganna la dea annunciandole che il bambino è nato. Ilizia scioglie mani e ginocchia e solo così Alcmena può sgravarsi.

Si pensi ad analoghe credenze della tradizione polesana sulla gravidanza: la donna incinta doveva evitare di accavallare le gambe, di indossare sciarpe, di portare collane, altrimenti il cordone ombelicale si sarebbe attorcigliato al collo del nascituro strozzandolo. Oppure ai gròpi, grumi di piume, di cartocci di granturco a forma di ghirlanda o di croce, che si credeva di rinvenire nei cavessai e nei paiùn di chi era stato mortalmente stregato. E ancora alle varie modalità per segnare i vermi, riconoscerli ed identificarli, quindi esorcizzarli, per mezzo di pezzi di spago annodato e di groppi degli steli di frumento.

Anche l'anello nuziale rientrerebbe in tale tipologia. A Roma, lo sposo infilava un anello 11 al dito della mano sinistra della sposa intendendo così imprigionare e legare a sé, soltanto a se stesso, l'amore della donna a motivo che dal dito, posto tra il mignolo ed il medio, per ciò chiamato anulare, si riteneva partisse un nervo sottile collegato al cuore, secondo quanto affermava anche Aulo Gellio: "Quando si apre il corpo umano, come fanno gli egiziani, e si operan le dissezioni [ … ], si trova un nervo molto sottile, che parte dall' anulare ed arriva al cuore. Si ritiene opportuno dare l'onore di portare l'anello a questo dito piuttosto che ad altri, per la stretta connessione, per quel certo legame che lo unisce all'organo principale" 12 .

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Come citare questo articolo

Paolo Rigoni. “La benedizione del Saso”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-benedizione-del-saso/

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