Lo dico subito, per non suscitare fraintendimenti: parlo di una chiesa che non esiste. Parlo di una basilica scomparsa in pieno medioevo. Parlo di una storia senza testimoni autorevoli e accreditati. Ma il paleoalveo che “lambisce” i resti, i selci litologicamente caratterizzati, le colonne monolitiche dalle aspre peculiarità stilistiche e certi antichi rogiti sono una realtà assolutamente evidente da cui non è sconveniente lasciarsi sorprendere e lusingare.
Questi pochi elementi di connotazione storico-architettonica sono lacerti non comuni, anzi rarissimi nel Polesine e, sia pure correndo una certa alea, si può confidare servano da guide per un percorso di ricerca, contribuiscano, in breve, alla sicura identificazione di un ambito chiaramente caratterizzato e giovino alla ricomposizione di una realtà arcaica dispersa.
Il punto di partenza resta comunque, una leggenda, o una storia ripresa con intonazione leggendaria e apologistica, data alle stampe a Venezia nel 1745. Imprevedibilmente però, sia questo racconto “sospetto” e pertanto finora trascurato, sia la novità rappresentata dalle vestigia ritrovate emergono dal vaglio del confronto vicendevole corroborati anche sul piano esegetico.
Unanimemente, nella campagna di Polesella, una fola della tradizione locale tramanda da sempre il barlume di una realtà sfocata dal tempo: una realtà ancestrale sottilmente captata ma relegata, fisicamente, in una qualche sede entrata, poco a poco, nell’oblio ¹. E l’arciprete di Raccano e Polesella, don Domenico Cullatti, in quel trattato che nel 1745 dedicò al suo vescovo G. Soffietti, nel capo ultimo, si diletta a scompigliare i rari elementi dati per certi della storia della pieve di Litiza, fondando il proprio contributo su oscure “Cronache antiche di Ferrara, d’Autor Anonimo”, manoscritte, esibitegli da un “Signore”, che rimane ignoto, suo “singolarissimo amico” ².
In buona sostanza accadde, o meglio sarebbe accaduto, un fatto assolutamente catastrofico connesso alla rotta del Po che si produsse a Ficarolo, nel bel mezzo del XII secolo, e portò l’acqua del fiume, libera dalle arginature, sia pure assecondando l’assetto geomorfologico del territorio, ad aprirsi, letteralmente, nel terreno, un nuovo alveo a settentrione di quello storico ³.
Sulla base di quanto afferma D. Cullatti, l’antico villaggio, che si sarebbe collocato non molto lontano da Raccano, denominato “Villa Litiza”, lambito dal “fiume-canale Littiga” e dotato di una “chiesa parrocchiale”, sarebbe stato spiantato dalla veemenza delle acque vaganti, smantellato e posto in condizione di dover essere abbandonato per sempre da parte dei suoi abitanti, sia pure dopo una strenua, ostinata resistenza 4 .
Secondo le fonti il nuovo ramo del Po (Po della Rotta e, in seguito, Po di Venezia), in lenta formazione, rimase disalveato per decenni, resistendo agli sforzi dei ferraresi che si prodigarono invano per ristabilire l'equilibrio idraulico preesistente. Essi tentarono di sottoporre a regime le portate, incalzati dalla preoccupazione per la sensibile riduzione della quantità d'acqua fluente nei due vecchi rami navigabili di Volano e Primaro.
Non vi può essere dubbio, pertanto, che dalla catastrofica alluvione restarono completamente sconvolti il tessuto socio economico come pure il sistema insediativo dell' area più impegnata dal fenomeno, corrispondente, grossomodo, all'invaso posto a sud del Tartaro (Canal Bianco) 5 .
In tale contesto storico e geografico, dominato da stagnante penuria di certezze, il fatto nuovo è rappresentato, dunque, dalla scoperta di alcuni resti monumentali, d'apparenza particolarmente arcaica, avvenuta nel 1987 in un sito non lontano da Raccano, in circostanze che, come sembra prediligere la consuetudine in questi speciali casi, si rivelarono accidentali ed inattese 6 .
La necessità di operare un modesto intervento edilizio su di un cadente edificio rustico (inconsueto a dire il vero sul piano tipologico, per aspetto e accostamenti di masse ma non per questo passibile del sospetto di celare nelle proprie strutture alcunché di speciale), comportò la temporanea rimozione di sciatte superfetazioni.
Tanto bastò per consentire la scoperta di uno straordinario colonnato, composto di cinque colonne e due pilastri quadrati, di testata, collocati alle estremità opposte.
Motivi di stupore e di sorpresa sono il prodotto della manifestazione spiccata di contrasto che oppone i vari elementi qualificanti il sito ambientale, sia sul piano concreto che su quello ideale. Non è facile intravedere quale attinenza possa stabilirsi, infatti, tra un ambito decisamente rurale caratterizzato da esigua densità insediativa (fino dal XIII secolo relegato agli estremi margini delle aree di influenza dei principali nuclei di popolamento) e la presenza di strutture monumentali uniche, per tanti aspetti: da quello puramente dimensionale a quello fisico a quello estetico, a quello storico 7 .
A questo punto, tuttavia, appare vincolante tentare di rendere ragione della presenza, fra le strutture di un complesso rusticale sperduto tra i campi, in un territorio oggi svilito dall'isolamento, dalla subordinazione rispetto ad ogni forma di sviluppo socio ambientale, di testimonianze qualificanti di un passato di impronta affatto opposta. In particolare, poi, di quelle colonne monolitiche, pesanti ciascuna oltre tremilacinquecento kg., alte circa cinque metri, ricavate con tecnica arcaica, tuttora osservabile, nel calcare biancogiallognolo o pietra dolce dei Monti Berici 8 .
Altrettanto evidente emerge la contrapposizione dal confronto tra le caratteristiche peculiari degli elementi riportati in evidenza nel sito e quelle espresse in numerosi esempi di edifici antichi, ascrivibili al periodo compreso fra i secoli XVI-XVIII, che si possono osservare numerosi nelle aree adiacenti di Polesella e Fratta Polesine, lambite dalla Fossa Polesella e dal Canale Scortico 9 .
Il fattore caratterizzante appare, soprattutto, la monoliticità dei fusti delle colonne, in deciso contrasto con l'essenzialità, la sobrietà e, volendo, pure con la modestia dell'uso generalizzato, nella tradizione polesana, dell'isodomica muratura di mattoni curvi o, talora, con l'impiego comunque più comodo ed economico di colonne a rocchi sovrapposti riscontrabili nelle principali espressioni architettoniche civili e religiose.
Si osserva, inoltre, nel sito in esame – quasi a rendere più straordinario il caso, l'assenza singolarissima, curiosa, un po' inquietante del fattore che costituisce il comune denominatore di ogni antico insediamento della terra polesana, sia di tipo isolato, rappresentato dalla villa, che di tipo demico. Non esiste infatti nei pressi del sito un corso d'acqua, meglio, il corso d'acqua, che con il suo dosso rilevato sul piano latistante, molto spesso di natura paludosa, avrebbe dovuto garantire, un qualche grado di protezione dalle inondazioni, non solo, ma senza il quale diventa impossibile motivare la stessa presenza dei monoliti. Fino ai primi decenni del XX secolo, infatti, fiumi e canali costituirono le infrastrutture essenziali al trasporto per mezzo di zattere e barconi, col sistema dell'alaggio, di derrate, merci ed elementi da costruzione di notevole massa.
Il recente contributo offerto dalla aerofotogrammetria e dalla interpretazione della foto aerea nel suo complesso applicate alla analisi in chiave geomorfologica e paleotopografica del territorio ha consentito un imprevedibile sviluppo delle conoscenze di settore. Le ricostruzioni paleoidrografiche individuano, in particolare, presso i resti ritrovati, i segni di un paleoalveo procedente dagli antichissimi terrazzamenti del Tartaro-Canal Bianco con andamento meridiano. Potrebbe trattarsi, dunque, del fiume-canale la cui esistenza, prevista in linea teorica, è menzionata da D. Cullatti, di quel percorso d'acqua cioè che lambiva la villa e dentro il cui alveo sarebbero state trascinate dall'impeto delle acque della rotta, le macerie della pieve 10 .
Logica deduzione vuole che il rimando riguardi un antico scolmatore navigabile, canale o taglio per trasversum secondo l'usanza etrusca e romana, sostituito, nel medioevo con l'escavo dell'attigua Fossa Polesella, dal Tartaro al Po della Rotta, ottenuta collegando fra loro i bassifondi di paludi e valli adiacenti 11 .
I lacerti di fabbrica, individuati nel 1987, comprendono oltre al colonnato rivolto ad oriente, in direzione est, 36° sud, un selciato rialzato di circa 50 cm rispetto alla base delle colonne. Questo risulta composto da elementi di trachite euganea, accuratamente riquadrati e levigati in superficie, irregolari nella faccia interrata, posati a calce in fasce parallele.
Anche il selciato appartiene ad un livello qualitativo superiore e quindi sensibilmente estraneo alla tipologia costruttiva dell'edificio rurale di cui ora è parzialmente parte integrante.
Le caratteristiche litologiche di tale copia di selci richiamano, fra i tipi alcalicalcici delle trachiti euganee, quello tratto dalle cave del Monte Lispida, che si eleva nei pressi di Battaglia Terme (PD). Il fatto non rivestirebbe importanza speciale se non fosse per un avvenimento estraneo alla storia del Polesine: la coltivazione delle cave di Lispida fu abbandonata verso la fine del XII secolo in relazione e in concomitanza con l'escavo del Canale di Battaglia fra i territori di Monselice e di Padova 12.
Per ciò che concerne gli elementi del colonnato appare essenziale rilevare il fatto che essi sono costituiti ciascuno da tre componenti: il fusto liscio monolitico, che in altezza misura circa 437 cm, il capitello dorico e la base tuscanica, con il relativo plinto 13 .
Lo strano rapporto che regola le proporzioni di questi elementi strutturali imposta una forma difficilmente definibile: non tozza e non slanciata, scevra da interferenze e predominanze sia in senso basipeto che acropeto, dotata di una sua particolare, insolita euritmia, ostica per coloro che, per una più naturale e facile frequentazione, hanno sviluppato una sensibilità formata al gusto e allo spirito del Rinascimento e della Maniera.
I fusti lisci delle colonne sono lievemente rastremati secondo un profilo rettilineo. Quelli dei due pilastri conservano, correttamente, uniformità di sezione.
I capitelli, sia torniti che quadrati, mantengono identico profilo. Perfetti nel rigore stilistico, nelle sequenze delle modanature come nella fattura, rivelano alcune curiose variazioni nelle proporzioni dei particolari decorativi rispetto alle forme doriche/tuscaniche proprie delle convenzioni classicistiche, ovviamente scelte, per comodità, come termine di comparazione.
L'ovolo dell'echino, ad esempio, appoggia regolarmente sopra tre listelli sporgenti, gli anuletti, ma si contrappone alle regole canoniche per le sue limitate dimensioni. Gli anuletti, al contrario, presentano uno sviluppo superiore a quanto sarebbe coerente attendersi.
Il collarino, sguarnito di arricchimenti, risalta per l'insolita ampiezza che gli consente di impegnare oltre la metà dell'altezza complessiva del capitello.
Allo stesso modo i rapporti di proporzione tra l'astragalo sottostante il collarino e il listello del sommoscapo del fusto, come pure tra le diverse modanature dell'abaco si discostano decisamente dai canoni classici degli ordini architettonici.
Colonne e pilastri, infine, presentano un ritmo di spaziatura moderatamente serrato, di tipo diastilo. L'intercolunnio misura, infatti, cm 257 all'interasse. Ragione per cui, pure mancando ogni traccia di trabeazione, si può comunque desumere l'impiego, da parte dei realizzatori, del sistema costruttivo architravato ed escludere, invece, l'impiego di quello archivoltato.
L'evidenza non può certo essere negata, come pure non può essere trascurato il valore estrinseco di lacerti monumentali di rango elevato, sia sotto l'aspetto qualitativo che dal punto di vista storico. Parimenti non può essere lasciata infeltrire una scoperta che, oltre tutto, sottende una appendice sillogistica.
Vi sono ragionevoli possibilità, a questo punto, di ritenere che i resti rinvenuti siano veramente appartenuti all'antica, leggendaria chiesa plebana della Villa Litiza o Litiga " sorella dell'esistente chiesa parrocchiale di Raccano" 14 . Questo ritrovamento rende possibili, per la prima volta, operazioni successive ed alternative a quelle finora sperimentate, quali l'analisi componenziale di semiotica e morfologia architettonica, la valutazione e l'interpretazione di simboli ed elementi di articolazione stilistica, capaci, nondimeno, di fornire risposte paragonabili, per valore probante, a testimonianze documentarie.
Le fonti storiche più antiche, d'altro canto, indagate nel recente passato, non hanno saputo chiarire in modo decisivo ed esauriente alcuno dei lati oscuri del problema dell'esistenza di Villa Litiza, neppure in relazione alle caratteristiche ed alla natura dell'insediamento ed al suo ruolo territoriale di entità strutturata di vita sociale.
Le notizie e i dati più remoti pervengono dalle cancellerie dei due poli del potere medievale, papato e impero. Ma le testimonianze sono così infrequenti e scarne che finiscono per rivelarsi di nessuna utilità pratica.
Una apprezzabile quantità di documenti scritti – che propongono antichi strumenti notarili quali ratifiche, deleghe, collazioni e investiture – non risale la barriera temporale della metà del XIII secolo, risultando quindi posteriore di circa un secolo alla catastrofica alluvione cui fa riferimento la vicenda leggendaria della Villa Litiza.
Se per tutto il medioevo la ricostruzione dei processi insediativi dei due poli della dialettica territoriale, città e campagna, appare facilitata per la grande città da una cospicua documentazione, non altrettanto si può dire per la comunità di più modeste dimensioni e, ovviamente, per le comunità rurali. Se non è documentata esplicitamente l'esistenza della chiesa plebana di S. Maria di Litiza cui fa ampi riferimenti don D. Culatti, tuttavia un dato è certo: il territorio in cui si sarebbe trovata Villa Litiza apparteneva alla diocesi di Adria ma era soggetto, in gran parte, al monastero di Pomposa che era subentrato a quello ravennate di S. Maria in Xenodochio 15.
Seguendo a ritroso questa traccia, si apprende da un documento del 1342 che l'abate Andrea del monastero di Pomposa investì del diritto perpetuo di livello i fratelli Obizzo e Nicolò di Casa d'Este sopra tutti i beni di cui fino ad allora erano stati investiti i fratelli Sicherio e Galvano di Fratta 16 , e cioè "Litiga, Rachanum, medium policinum Guargatae, totum policinum Puvignani situm in contracta quae dicitur Litiga". Altri strumenti notarili risalenti al marzo del 1288 testimoniano la reinvestitura a feudo da parte del vescovo di Adria Bonagiunta 17 dei fratelli Sicchiero, Nicolao e Genovese, figli del fu Galvano da Fratta di "pezze e chiusure di terra, casamenti" con tutte le loro decime, posti in "Villa Cornea" (Fratta), oltre al polesine Raccano della diocesi di Adria, con tutte le sue decime, già tenuti a feudo dal loro padre 18.
Il 24 marzo 1300 fu siglato un accordo a conclusione di una "lite" tra il vescovo Bonazonta e Nicolò della Fratta, figlio di Galvano, enfiteuta di Litiza. L'accordo chiariva e sanciva i rispettivi privilegi, del presule (che sosteneva di avere personalmente posto la prima pietra della erigenda chiesa di Litiga) e del nobile di Fratta, il quale con forza ascriveva ai propri avi il vanto e il merito della costruzione della stessa, rivendicando alla sua famiglia il diritto sancito da tempo immemorabile di presentare al vescovo di Adria il nuovo rettore affinchè ricevesse la nomina 19.
È questo l'unico articolato anche se ambiguo riferimento, per ora rinvenibile nelle fonti, alla chiesa plebana di S. Maria di Litiza.
Il documento citato non consente di chiarire esplicitamente la natura formale o sostanziale del fraintendimento da cui trasse origine la lite, tuttavia, costituisce una prova di disordine ideologico sintomatico dell'oblio che, in pochi decenni, deve avere coperto la "villa" e la sua chiesa dopo l'abbandono.
Evidentemente i due contendenti si riferivano a due realtà distinte: la pieve di Litiza da un lato, scomparsa, e la vicina pieve di Raccano, superstite e in via di rinnovamento, dall'altro, le quali, secondo la storia senza prove del Culatti, da oltre un secolo erano state unificate dal vescovo dell'epoca (forse Isaac I, menzionato nel 1154) e i loro titoli riuniti in "S. Maria di Litiga ovvero S. Margherita, in Raccano" 20 .
Eloquente è il fatto che il vescovo Bonazonta finì col riconoscere i diritti di Nicolò da Fratta e confermò il patronato laico. Nello stesso giorno conferì al chierico Giacomo il beneficio ecclesiastico della pieve di S. Maria "de la Litiga" 21 .
La testimonianza rappresentata dalla lite è pure un riferimento storico al fenomeno altomedioevale di nicolaismo e simonia, determinati dalla parte rappresentata dai laici nella distribuzione delle cariche ecclesiastiche tanto tenacemente contrastate dalla riforma gregoriana 22 . Nell'XI secolo tutte le chiese erano in mano ai laici. Le parrocchie rurali erano in mano alle famiglie cavalleresche i cui antenati avevano fondato i santuari stessi. Le chiese parrocchiali venivano sfruttate dai signori secolari come gli altri elementi del loro patrimonio; ad essi spettavano, infatti, la maggior parte delle decime, le rendite ricavate dai servizi religiosi ed inoltre il patronato, cioè il diritto di nominare il rettore 23.
Aveva dunque ragione Nicolò da Fratta, sicuro nelle sue pretese sulla pieve di Litiza. Non si sbagliava il vescovo di Adria certo di avere fatto ricostruire l'edificio sacro di Raccano.
Agli Estensi, che avvicendarono i "della Fratta" nelle investiture concesse dall' abate di Pomposa, successero nel XV secolo gli Strozzi di Ferrara 24 . Da alcuni rogiti relativi a investiture a livello concessi a questa famiglia e risalenti agli anni 1497 e 1536 25 , risulta un canale Litiga non ancora del tutto obliterato. Viene menzionato più volte nell'elenco dei confini di vari appezzamenti di terreno. Esso è chiaramente individuato a nord di Raccano e descritto parallelo alla Fossa Polesella.
Gli Strozzi bonificarono terreni posti sia ad occidente che ad oriente del Canale – " ….. già da tempo inondati e abbandonati, completamente vallivi". Ciò avvalora quanto risaputo sul destino di quei luoghi e al tempo stesso conferma direttamente che nessun edificio dotato di qualche valore architettonico può essere stato eretto nel periodo di tempo compreso fra la "rotta di Ficarolo" e prima delle parziali e ancora precarie bonifiche del XV secolo.
NOTE
1 A Polesella la memoria collettiva, particolarmente fra i più anziani degli abitanti, tramanda la storia di una chiesa vecchia di mille anni. Una storia da filò. Durante le veglie socializzanti nel tepore della stalla si faceva a gara nel raccontare cose vane, ad effetto, e storie inverosimili, almeno apparentemente ma che, in realtà potevano contenere rimasugli di verità.
2 D. CULLATTI, Breve trattato storico e cronologico dell'origine delle parrocchie, Venezia 1745, p. 34 e seg. A p. 36: "La Villa Littizza con la sua Chiesa Parrocchiale era vicina al detto fiume Littiga, e che esisteva avanti la detta rotta (di Ficarolo), cioè avanti l'anno 1150. E per questo può congetturarsi non molto lontana dalla Parrocchia di S. Margarita d'Orcano (Raccano), il quale era al di sotto, e per fianco della Villa Littizza verso al settentrione non molto lontano, anzi vicino a Poazzo". Il Culatti fonda le proprie asserzioni oltre che su letture di autori tanto noti quanto inattendibili, anche ed in particolare, sopra antiche cronache di Ferrara, manoscritte ed anonime che non sembrano potersi identificare con la celebre Cronica Parva ferrariensis, manoscritto anonimo attribuito al notaio ferrarese Riccobaldo (1245 -post 1318). La sua testimonianza, dunque, non presenta ufficialmente alcun valore. Sorprendono tuttavia, a posteriori, le numerose concordanze precise ed i riscontri, sia pure inconsapevoli, tra l'ubicazione del sito individuato, posto a nord-ovest e a non più di 1000 metri in linea d'aria dal centro di Raccano, lo stato delle rovine e quanto riportato con suprema dovizia di particolari alle pp. 36-37-38.
5 M. FELISATTI, Storia di Ferrara, Milano 1986, p. 44. Molti dei luoghi religiosi più antichi e significativi dell' area polesana furono travolti dall'impeto delle acque e diroccati; il permanente ristagno paludoso vanificò, per di più, ogni tentativo di ricostruzione immediata, e a lungo termine, ogni speranza di recupero. Il monastero di S. Pietro in Maone, sorto nel X secolo, non lontano da Pontecchio Polesine, in cui operavano i benedettini fu abbandonato in quelle circostanze. La medesima sorte toccò pure all'antichissimo monastero benedettino di Gavello risalente, secondo alcuni al VI secolo.
6 Autori del ritrovamento sono: Piergiorgio Astolfi, Enrico Maragno e Sandro Maragno; (G.A.V. – Gruppo Archeologico di Villadose).
7 A. CASTAGNETTI, L'organizzazione del territorio rurale nel medioevo, Bologna, 1982, p. 258. S. PATITUCCI UGGERI, Le vie d’acqua del territorio ferrarese nel XVI secolo, in "Atti del VI Convegno di Studi promosso dal CPSSAE" "Portualità e traffici nel Delta Padano dalla preistoria al medioevo", pp. 15 e 19. Sulla scorta della Chronica Parva ferrariensis si rileva come i luoghi interessati dal Po della Rotta, ancora nel XIII secolo non potevano, normalmente, essere raggiunti seguendo un itinerario terrestre, ma soltanto per via fluviale. I pochi itinerari terrestri potevano essere percorsi sia a piedi che a cavallo ma non da carri. Un itinerario commerciale terrestre pure di minore importanza rispetto alle strade Ferrara-Bologna e Ferrara-Ravenna, poneva in comunicazione, secondo più autori, Ferrara con Padova per Lagoscuro o Francolino, più a valle, e quindi Paviole, Litiza, Arquà, Grignano, Rovigo e Monselice.
8 Le colonne non sono di provenienza erratica essendo tutte perfettamente uguali e complete. Ad esse, inoltre, si uniformano i due pilastri quadrati. Il tipo di pietra dalla quale sono state tratte riporta ai Monti Berici dai quali fino dalla più remota antichità si poteva sicuramente navigare almeno sino al Tartaro, attraverso i territori di Lozzo d'Este, Carmignano, Vescovana, Badia Polesine, Lendinara, Fratta. Vedasi C. CORRAIN, I villaggi scomparsi, in: Territorio e popolamento in Bassa Padovana. Stanghella, 1984, pp. 99-101. Ed anche AA.VV. Brenta Vecchia Nova Novissimo, Venezia 1980, pp. 27-29.
9 A. CANOVA, Ville del Polesine, Rovigo 1971. C. SEMENZATO, Le ville del Polesine, Vicenza 1975, p. 16. Fra tali ville spicca Villa Badoer, detta "la Badoera", eretta verso il 1560 a Fratta Polesine sul sito di un antico castello di confine ferrarese del XII secolo, in riva allo Scortico, opera indiscussa di Andrea Palladio. Al centro della facciata si apre un pronao esastilo ionico in mattoni intonacati. R. CEVESE Ville della provincia di Vicenza, Milano, 1980. In ambito agricolo esistevano sicuramente insediamenti demici in forma di case coloniche raggruppate o isolate, ma prevalentemente erano composte da strutture lignee, di cui ogni traccia è perduta. Nel Veneto, oltre il fiume Adige soltanto dai primi decenni del Quattrocento, con l'annessione alla Serenissima, le case coloniche si infittirono e, assumendo consistenza muraria elaborarono una tipologia prevalentemente fissa. standardizzata in funzione della conduzione del fondo. Nel vicentino, luogo antonomastico delle "ville venete" le prime residenze di campagna definibile come tali sorsero tra il quinto decennio e la fine del Quattrocento. Fra Tartaro e Po il "tempo delle residenze di campagna" deve sicuramente essere posdatato di circa un secolo.
10 D. CULLATTI, Cit., p. 37.
11 S. PATITUCCI UGGERI, Cit., pp. 21, 24, 25. L. ALBERTI, Evoluzione fisica del territorio in "Territorio e popolamento in Bassa Padovana", Stanghella, 1984, pp. 17-18.
12 Le cave del Monte Lispida (Colli Euganei) erano attive in età romana; un porto fluviale assicurava la possibilità del carico e del trasporto del materiale estratto. L'attività delle cave cessò all'incirca nel 1199 a causa dell'escavo del Canale di Battaglia che finì con l'isolarle. Questa rappresenta dunque la data ante quem. Le trachiti del Monte Lispida sono venate, chiare e porose e si distinguono facilmente da quelle di Monselice (Rocca e Monte Ricco) che appaiono più scure, uniformi e micacee. I selci che in grande quantità si trovano presso le colonne presentano un modulo fisso in larghezza ed uno variabile in lunghezza e sono quindi adatte per una disposizione "a correre". AA.VV., Brenta Vecchia Nova Novissimo, Venezia 1980, pp. 27-29.
13 Si vedano elaborati grafici n. 1-2-3.
15 Gli xenodochia erano alloggi per forestieri-pellegrini allestiti dalla Chiesa. Accessibili anche ai vecchi, orfani e malati, furono, dunque, ospizi e ospedali affidati a ordini religiosi.
16 A. FRANCESCHINI, Trascrizione e sintesi dei Tabularii Pomposiani Benedictini Index Novissimus curante Hieronymo Arcario, inedito, rif. H7, c. 28 v.
17 Bonazonta o Bonagiunta, frate domenicano, vescovo di Adria dal 1286 al 1304 circa.
18 A. ZAMBONI, L'inventario dei beni della Diocesi di Adria e 56 documenti del Vescovo Bonazonta (1286-1300), tratti dal Catasticum Episcopatus Adriae. Tesi di laurea A.A. 1985/86, pp. 269-271.
19 A. MAZZETTI, Cinque chiese una comunità. Conselve 1987, pp. 14-15. Fra i documenti ivi riportati vedasi: Instrumentum pactorum ecclesie Litige, da Catasticum Episcopatus Adriae, c. 19, Monaco di Baviera, Biblioteca Nazionale, cod. 27312, p. 93. Cfr. sopra, nota 5, p. 38. Nel XII secolo era invalso l'uso di fare carte false di tutti i tipi per accampare diritti o legittimare privilegi talora usurpati, talora anche consolidati ma non comprovabili. Questo deve mettere in guardia da conclusioni troppo semplicistiche. A.A. SETTIA, Chiese strade e fortezze nell'Italia medievale in "Italia Sacra", Roma 1991, pp. 4-5-6.
20 Cfr. sopra, nota 2 S. Maria di Litiga, non più di Litiza. A p. 37: "essendo stata ritrovata la statua del Titolare della medesima chiesa diroccata, il quale era di S. Maria di Littizza scolpita col Bambino nelle braccia in un Quadrato di pietra dolce … Fu trasportata la detta Statua di Maria Vergine nella Chiesa d'Orcano. la quale in tale occasione s'adottò il Titolo, come il più degno di S. Maria, non più di Littizza, ma di Littiga; ed il motivo fu perché la detta Statua fu ritrovata tra le rovine della di lei Chiesa precipitata nel prenominato Canale Littiga".
21 A. MAZZETTI, cit. pp. 94-95.
22 M. FELISATTI, Storia di Ferrara, Milano 1986, pp. 41-42. Papa Gregorio VII (1073-1085), dopo la prova di forza con Enrico IV a Canossa, affrancò la Chiesa dal potere laico legato all'Impero.
23 E. PERROY, Il medioevo, Firenze 1977, p. 243. Il monaco benedettino Rodolfo Glabro (Raoul Glaber, c. 985 – 1046/47) tramanda nei suoi "Historiarum libri quinque" che abbracciano il periodo 900-1044 come fino dai primi anni dell'XI secolo furono rinnovate ovunque, ma soprattutto in Gallia e in Italia le basiliche e i santuari, benché la maggior parte di essi non ne avessero necessità. I fedeli gareggiarono ad abbellire le proprie chiese, e " … il mondo si rivestì di un bianco mantello di chiese"; si tratta del vasto fenomeno di evergetismo legato all'ansia escatologica dell'anno 1000.
24 Nel 1414 Nicolò d'Este livellario perpetuo di tutto ciò di cui fino al 1342 erano stati investiti i fratelli Sicherio e Galvano di Fratta con i loro discendenti, vendette, in contrasto col Monastero di Pomposa, numerose possessioni poste fra Tartaro e Po al nobile ferrarese Nani Strozzi.
25 Cfr. sopra, nota 16, rif. H 7, c. 28 v per rogito 4 aprile 1497; rif. H 2, c. 17 r per rogito 21 marzo 1536. In tali rogiti compare per l'ultima volta il "canale di Litiga" nella definizione dei confini degli appezzamenti di terra. Nel 1484 i Veneti conquistarono Rovigo e tutto il Polesine. Ma nel 1509, gli Estensi aderirono alla Lega di Cambrai col disegno di recuperare i territori perduti che papa Giulio II aveva promesso ad Alfonso d'Este, figlio di Ercole. Li ottennero e tornarono a perderli, poi li recuperarono, varie volte, fino a che nell'agosto del 1515 il Dominio Veneto si stabilì su Rovigo e il Polesine per protrarsi fino al 1797.
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Come citare questo articolo
Sandro Maragno. “Le segrete colonne di Villa Litiza”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-segrete-colonne-di-villa-litiza/