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NARRATIVA

La “Leda”

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 20 2000 pp. 101–104

L'ultimo puledro era nato cieco, la natura aveva stabilito, con sorpresa degli uomini, che la “Cina” dovesse ormai chiudere il libro della vita. Era la “Cina” una cavalla bruna di S. Anna, la campagna dei miei nonni ed il nome stava per 'piccola' rispetto ad altre meravigliose bestie, che erano state l'orgoglio della nostra stalla: "Stella", "Nano", ecc. La "Cina" aveva servito quasi con dedizione, foggiando puledri dalle lunghe zampe e dai musini umidi e curiosi … ma l'ultimo arrivato era nato vacillando, con grande curiosità del veterinario, il vecchio dott. Muratori e con somma tristezza di mio padre e soprattutto di mio nonno, che avevano subito capito: la "Cina" era finita, appesantita dal lavoro e dagli anni, ancora bella, lucida, perfino decisa nei movimenti, mai stanca, mai imprevedibile e amica anche di noi bambini.

S'era a marzo ed era piacevole al pomeriggio fare delle corse nella corte della casa padronale, mentre l'aria si era fatta più dolce ed i salici cominciavano a sfrangiarsi di un verde nuovo, bastava mordere un 'durello', quelle meline invernali che s’erano conservate sotto la paglia. Quella sera, la cena nella nostra casa fu particolarmente monotona … si sentiva solo la voce del focolare, nessuno fiatava, uomini grandi dalle mani enormi e dal cuore smisurato, tenevano il volto piegato sui piatti, masticando in silenzio: il nonno Marco, gli zii Giovanni e Floro, il papà, io e la mamma, lo zio Paolo … la nonna Livia e la zia Agnese servivano, o almeno parevano occupate al camino a finir di rimestare la polenta. Un solo pensiero accomunava la mente di tutti ed era così prepotente, violento e forte che si esprimeva senza parole: il nonno, tossendo, avrebbe sentenziato che era ora di cambiare la "Cina", avrebbe avvisato il mediatore "Manon" di Stienta, incaricandolo di cercarci un altro buon cavallo … poi il discorso avrebbe continuato la cena.

Cosa si mangiasse quella sera non mi ricordo più, sento però ancora l'odore del cotechino e dei cavoli, il profumo del prosciutto e del vino nuovo insieme alle due perfette metà d'un uovo sodo, tagliato dallo zio Floro con un sol colpo senza sgusciarlo. Il discorso girava alla larga, ma poi tutti, quasi sollevati, furono d'accordo per la scelta che si imponeva.

Nel pomeriggio del giorno seguente venne il mediatore; mio papà lisciò per l'ultima volta la "Cina", accarezzando la lunga testa canuta, le tolse il morso e riordinò la criniera; lei, docile e perfino bella nella sua età, usciva lentamente dalla stalla senza rimpianti e andava incontro al suo destino.

Qualche ora dopo pareva che tutta la fattoria fosse impazzita, gli adulti andavano avanti e indietro quasi per distrarsi e noi bambini non avevamo più giochi; la stalla pur ricca di mucche, manzi e vitelli, sembrava vuota, perché ‘lei’ non c’era più… se n’era andata lasciando poche tracce dei ferri dove il terreno umido della concimaia non si era ancora ricoperto d’erba come il prato.

Quella sera mi mandarono a letto prima, ma credo che apposta i miei zii rincasassero a turno per non incontrarsi… mi torna alla mente un particolare del giorno dopo: era una giornata ventosa, avevo un aquilone verde e rosso in mano e correvo verso la casa di Marisa, la bionda figlia del bovaio, inciampando nella coda aveva fatto uno strappo ed ero disperato. Alzai gli occhi dal malanno e vidi mio nonno che con un badile pareva intento a livellare il terreno spostando della terra ed ordinando il sentiero.

Mi avvicinai, aveva gli occhi rossi e borbottava da solo; capii che si sforzava di cancellare le ultime impronte dei grossi ferri della “Cina”. Ed era riuscito forse a cancellarle dal terreno, ma non dal suo cuore. Si fermò, si stropicciò il naso con un grande fazzoletto bianco e mi disse piano in dialetto: “A te vedarè doman!” e poi aggiunse quasi incredulo “A vedaremo…” cioè ‘staremo a vedere’.

Io comunque mi sentii grande, avevo un piccolo segreto… ma qualche attimo dopo, tutti i bambini della borgata e non solo, sapevano che all’indomani sarebbe arrivato da lontano il più bello dei cavalli, il più grande e il più forte… ed i più cattivi ne erano già invidiosi.

Il posto nella stalla era già pronto, tutto in ordine, cavezza nuova, bianco di calce e paglia soffice, greppia “spolverata” …e finalmente un pomeriggio, a tavola ancora apparecchiata, mentre qualcuno ancora era intento ad accartocciare la sua sigaretta e l’odore della ‘miscela leone’ chiudeva il pranzo, i cani cominciarono a dar guardia con un baito enorme… tutti corsero fuori, anche le donne, mia nonna s’era attorcigliata il grembiule per far prima, e via!

Uno splendore illuminava il viale che portava alla grande casa, con due ali di gente procedeva a passo di parata una bestia mai vista: enorme, bianchissima, lucida come madreperla, bella come… una bambola, si sarebbe detto. Briglie e finimenti di cuoio chiaro, con mille borchie di lucidissimo ottone ed una sella imponente. Lei, testa alta, guardava e pareva divertita, mentre lo zio Paolo girava e rigirava tra le mani mezzo toscano. Anch’io mi avvicinai tra le gambe dei miei zii, proprio quando il conduttore la fermò: prima che mio padre ne chiedesse il nome, quello disse: “M’han detto che si chiama LEDA e viene da lontano”. Poi, visto il nostro interesse, aggiunse: “ho faticato molto per averla, ma son certo che vi piacerà…”. (Anche allora i commercianti non avevano sentimenti!).

Ora nessuno fiatava, ad occhi sgranati lì a godere di una simile bellezza: ferri lucidi, zoccoli uniformi e neri, coda lunghissima e chiara; ben proporzionata, collo possente e criniera superba … (ad occhi chiusi posso risentire perfino il suo odore!).

Dalla mia postazione io mi agitavo per prendere confidenza e lei, Leda, mi aveva visto. Ne approfittai per allungare il palmo aperto della mano destra e subito si chinò ad annusarmi, soffiò muovendo la bocca, senza mordermi; mi aveva accettato, poi, quasi di scatto, tenendo sempre d'occhio uno dei cani che le era vicino, alzò la testa agitando la criniera, e mio padre la prese continuando l'entrata trionfale.

Nessuna bellezza al mondo avrebbe potuto distrarre tutta quella gente affascinata davanti a simile spettacolo: la cavalla, forte della sua bellezza sbuffava divertita, schizzando saliva dal naso e nitrendo sonoramente … dietro a lei, tutti in fila e, ultimo, mio nonno che osservava attentamente la traccia degli zoccoli sulla terra umida, compiaciuto visibilmente e forse ancora una volta emozionato, povero nonno Marco …

La vita continuava il suo racconto e proprio lì c'era anche un po' della mia storia.

Era passato quasi un secolo, mi ritrovavo a Ponza in una caldissima estate a preparare il terzo magistero e mi piaceva ascoltare la sciolta parlata russa di una giovane lettrice di Leningrado che raccontava, con evidente piacere, il loro lungo inverno. Altri studenti parlavano tra di loro di come in quegli ultimi anni non si fosse più visto il ghiaccio. Alla parola "ghiaccio" in russo "lùed" mi si illuminò il ricordo della nostra Leda, e da tanti pensieri lontani è nata una pagina recente: questa.

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Renzo Zerbinati. “La “Leda””. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-leda/

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