Quattro braccia anonime, che appartenevano a due volti qualsiasi, lo avevano issato per trasportarlo verso l'uscio. Lo avrebbero portato nella casa di chi lo aveva comperato senza nemmeno vederlo, probabilmente attirato dall'esiguità del prezzo richiesto: mi ero accontentata di una cifra simbolica per evitare il pensiero di come sbarazzarmene. Dopo che la ditta dei traslochi aveva compiuto il suo lavoro, avevo guardato la parete bianca e spoglia, accorgendomi con stupore che vi era rimasta impressa, appena percettibile come un'ombra nella notte, la forma del mio vecchio divano. Con la gola strozzata da un’ inaspettata sensazione di perdita, avevo scrutato quella sfumatura che ribadiva una presenza che non esisteva più; sembrava che fosse rimasta lì apposta, quasi per lasciare una traccia, per evitare che il ricordo andasse perso nella vita di domani: era quasi come un fantasma che continua ad aleggiare tra le pareti di quella che, nella vita precedente, era stata la sua casa.
Avevo deciso di rinnovare il salotto, ma ora non riuscivo a staccarmi mentalmente dall'immagine di quello di sempre e cercavo di realizzarne il motivo: pensavo ai suoi fiorellini color cipria, imbruniti dal tempo, che stavano per essere sostituiti dalle colorate geometrie spigolose di un modello più moderno, più comodo, più bello, ma a cui mancava qualcosa: la memoria. Il mio divano aveva condiviso con me, muto ma profondamente partecipe, tutte le vicissitudini degli ultimi anni della mia vita. Quel divano, riscaldato dal fascio invadente della lampada alogena, era stato un rifugio nello sconforto, un complice nell'intimità, un amico nel relax.
Stesa sul tappeto vedevo proiettato sul muro il film della mia vita: il divano mi era stato regalato da Giacomo quando avevo traslocato in quell'appartamento. A lui non serviva più: nello spazio ristretto del suo bilocale aveva preferito un pianoforte ad un sofà. E io avevo beneficiato della sua passione per la musica ereditando, come prestito a tempo indeterminato, uno dei pezzi più comodi dell'arredamento di una casa.
Ripensavo a Giacomo, al suo mondo fatto di note e di nuvole, alla sua realtà vibrante di melodie sconosciute, alle sue dita che, con il tocco soffice dell’anima, sfioravano i tasti dando forma alle emozioni. Ero sicura che mi aveva amata a suo modo, ma non avevo mai capito il suo modo di amare.
Forse ero troppo giovane per accontentarmi di condividere un sentimento che non mi apparteneva: cercavo un uomo che fosse presente senza diventare opprimente, dolce senza essere mellifluo, pieno di attenzioni senza apparire assillante.
Giacomo non solo non si avvicinava minimamente a questa descrizione ma, nel suo bizzarro modo di concepire la vita e i rapporti, doveva essere collocato fuori da ogni standard. Quella sua inafferrabilità mi irritava e mi spiazzava: non l’avevo mai sentito completamente mio, nemmeno per un attimo. Ero assolutamente incapace di accettare quel sentimento a me sconosciuto che lui chiamava amore e lo osservavo con sospettosa avversione. Quando il veleno del risentimento aveva infine avuto il sopravvento, avevo deciso di proseguire per la mia strada e lo avevo lasciato.
Così Giacomo era uscito dalla mia vita, il divano era rimasto: discreto, immobile, compagno indispensabile nei giorni successivi, quando la mia mente aveva vagabondato inseguendo ricordi e melodie; quando, cercando di combinare i tasselli di passato che giustificavano la mia scelta e quelli che la confutavano, non ero riuscita ad ottenere conforto, ritrovandomi soggiogata dal peso di un amore volatile, che mi impediva di respirare senza affanno.
Ed ora quella forma accennata sulla parete, amica crudele, mi ripresentava il volto di Giacomo in tutta la sua duplicità: solare e sorridente, buio ed impenetrabile. Rivedevo i suoi occhi socchiusi, rapiti dalla frenesia della musica da comporre, accecati da uno stato quasi di trance. In quei momenti lui diventava il perno del mondo: tutto ciò che vorticava intorno serviva a conferirgli sensazioni e dettagli che talvolta lasciava penetrare e trasformava in musica, talvolta ignorava per inseguire percezioni più forti. Mi dava i brividi vederlo perdersi in una dimensione a me lontana, insospettata, irraggiungibile. Mi riempiva poi di emozione ascoltare ciò che aveva conosciuto al di là di quella barriera senza consistenza tangibile, per me assolutamente invalicabile.
Stesa sul divano avevo spesso ricercato le sue note; alcuni suoni erano rimasti nella memoria, accavallati con i ricordi, gli interrogativi, i perché.
Ora stringevo quei soldi che mi erano stati messi in mano e che, anziché svellere radicalmente il dolore per ciò che non era stato, mi laceravano il cuore con il loro stupido valore materiale, incapace di cancellare la violenza di un amore consapevolmente rifiutato.
Dovevo renderglielo quel denaro, per quanto poco fosse: probabilmente il solo gesto mi avrebbe aiutata a liberarmi del passato: dovevo annichilire tutte quelle sensazioni e quei sentimenti che mi si erano disordinatamente insinuati dentro e avevano abitato in me, silenziosi e cinici, pronti ad esplodere con rabbiosa ferocia.
Stringendo le banconote ero uscita di casa in cerca di Giacomo; mi ero diretta verso il suo vecchio appartamento, senza nemmeno sapere se lo avrei trovato ancora lì. Una signora diffidente, dalla voce metallica e dallo sguardo spento, mi aveva comunicato che "il musicista" aveva cambiato casa; poi, forse scossa dal mio stato di evidente turbamento, aveva finito per rivelarmi il suo nuovo indirizzo.
Abbagliata dalle immagini che mi si agitavano nella testa, mi ero rilanciata sulla strada, correndo impazzita in mezzo al traffico malato della città. Mi ero divincolata tra il singhiozzo delle auto che formavano lunghi serpenti stanchi, cercando di ingannare le leggi del tempo e dello spazio. In preda alla follia mi ero infilata tra i veicoli ansimando di veemenza. Liberatami dall'incubo dei semafori avevo poi imboccato la via indicatami e, ormai senza fiato, avevo individuato il condominio. Avevo salito le scale a due a due, in preda ad una foga capace di soffocare. Il suo nome sul campanello aveva avuto l'impatto di una coltellata che riporta chi dorme alla sanguinolenta luce del risveglio. Tremavo. La porta era socchiusa. Le mie dita gelide avevano toccato il legno apparentemente bollente aprendo una fessura spalancata su una stanza.
Lasciando cadere a terra i soldi che tenevo ancora serrati nel pugno, avevo visto passare davanti al pianoforte quattro braccia anonime che sistemavano un vecchio divano dai fiorellini color cipria.
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Viviana Segantin. “Il divano”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-divano/