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UN RICORDO

Un ricordo del Cav. Adriano Pizzo

60 anni fa, la famosa Battaglia di El Alamein (23 ottobre-4 novembre 1942)

di Laura Pizzo

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 82–86

Tutto è iniziato da una recente lettura del libro di A. Petacco “L’Armata nel deserto – Il segreto di El Alamein”, uscito alla vigilia del 60° anniversario della grande battaglia svoltasi in Africa, nell’autunno del 1942, durante la II° Guerra Mondiale.

Mi sono ricordata che mio padre Adriano Pizzo (scomparso nel 1991), quand’ero ragazzina, mi parlava spesso di come fosse miracolosamente scampato dall’inferno di El Alamein: dieci giorni terribili, dal 23 ottobre al 4 novembre, che videro contrapposte le forze anglo-americane del Gen. Montgomery a quelle italo-tedesche del maresciallo Rommel. Ad un tratto ho ritenuto giusto e interessante ricostruire le vicende di questo giovane soldato, che, dal Polesine, si trovò nell’inferno del deserto Africano, in mezzo a mille peripezie.

Nato il 16/3/1916 a Solesino (PD), uno dei paesi in cui aveva lavorato il padre Antonio, segretario comunale, ma vissuto ad Adria fin dalla tenera età, Adriano Pizzo, secondo di quattro fratelli, tre anni dopo aver conseguito l’ammissione al Liceo Scientifico di Rovigo, fu chiamato alle armi di leva l’1/2/1937. Dopo il congedo illimitato per fine ferma, pensava di aver assolto il suo dovere verso la patria.

Tutti i suoi pensieri erano, allora, rivolti alla fidanzata Annita, che il 1° maggio 1940 avrebbe sposato, coronando il suo sogno d’amore. Non avrebbe mai potuto immaginare che, subito dopo, il 30 maggio sarebbe stato richiamato alle armi a Padova per misure militari di carattere eccezionale e “mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra”.

Adriano Pizzo giunse ad El Alamein il 25/10/1942 (due giorni dopo l’avvio dell’imponente operazione militare) proveniente dalla Grecia, per via aerea, col grado di Cap. Magg. marconista.

Raggiunse l’Africa settentrionale, sbarcando a Derna e subito fu destinato, a mezzo camion, in zona operazioni al 17° Btg. misto-genio Div. Pavia (una delle tre più gloriose divisioni italiane con la Folgore e l’Ariete) sul fronte Sud, facente parte del X° Corpo d’Armata.

Precisamente fu dislocato a El-Qattara (El Alamein), l’infernale depressione nel deserto, dove persino la natura era un nemico per i poveri soldati: caldo torrido di giorno, temperatura sotto zero di notte, topi e serpenti gli unici ospiti di terra, mentre corvi e avvoltoi volteggiavano in cielo.

Questo in tempi di normalità, ma quando il Cap. Magg. Pizzo arrivò, El Qattara lo accolse nell’infuriare della 3° battaglia di El-Alamein, iniziata la sera del 23 ottobre, quando le forze anglo-americane colsero di sorpresa gli italo-tedeschi, scatenando all’improvviso un uragano di fuoco.

Dapprincipio le nostre fanterie, sorprese per l’attacco inaspettato, ebbero una reazione piuttosto disordinata, poi reagirono con coraggio e determinazione, nonostante le difficoltà logistiche: la lontananza dalla base ordinaria e l’inspiegabile affondamento di molti convogli di rifornimento nel Mediterraneo.

“Solo la superiorità dei mezzi riuscì ad avere la meglio sul valoroso impegno dei nostri soldati” era solito ripetermi. Numerosi gli atti di eroismo di cui (tramite “radio-scarpa”) ebbe notizia: un esempio i coraggiosi paracadutisti della Folgore, che, sebbene addestrati a compiti diversi, combatterono a terra come fanti, spesso in buche scavate con le loro mani nella sabbia durante l’infuriare della battaglia.

Un immediato ripiegamento delle truppe verso nord-ovest avrebbe consentito di salvare l’armata, ma, Hitler ordinò: “Resistenza ad oltranza ad El Alamein, fino alla vittoria o alla morte!”. In questo inferno il Cap. Magg. A. Pizzo del 17° Btg. misto genio Div. Pavia, dislocato nella depressione di El Qattara, si trovò nel caos generale, tra le unità del sud, prevalentemente italiane, disperse in balìa delle forti e numerose formazioni nemiche.

“Si salvi chi può!” Fu la parola d’ordine. Da quel momento mio padre per i suoi cari lontani risultò disperso per due anni e mezzo.

Del X° Corpo d’armata soltanto alcune centinaia di uomini della Div. Pavia si salvarono dalla prigionia, raggiungendo il resto delle truppe superstiti sulla litoranea. Uno di questi fu A. Pizzo, che, se avesse voluto avrebbe potuto arrendersi ed, assieme ad altri Italiani, raggiungere subito una prigionia sicura.

Ma Adriano Pizzo non era uomo da scegliere subito la resa: alla guida di una camionetta, sotto il fuoco del nemico, egli osò attraversare il deserto, fra depressioni e dune, fino alla costiera settentrionale, “… portando in salvo diversi soldati e quattro ufficiali del Battaglione in mezzo a rischi e difficoltà di ogni genere, con la sola preoccupazione di compiere fino in fondo e a qualunque costo il proprio dovere”. Così attesta un vecchio documento ingiallito, che riporta le testimonianze rese da diversi militari testimoni e firmato dal Capitano Comandante La Compagnia Mario Sassi, che inoltrò la segnalazione per una giusta onorificenza.

Tanti anni sono trascorsi, da quando mi raccontava queste vicende, eppure ora, leggendo i suoi appunti, i ricordi riaffiorano chiaramente, prendendo la loro giusta collocazione nel tempo e nello spazio. Come quella volta in cui stava chiacchierando con un commilitone ed all’improvviso un sibilo: il salto in una buca e il compagno esanime non rispondeva più. Durante la ritirata il balzo in un burrone, alla guida di una camionetta, con il rischio che atterrasse capovolta! Andò bene ed il mezzo ripartì.

La sfida con le tempeste di sabbia, quando il ghibli, terribile e forte vento del Sahara impediva di vedere e di respirare. Se erano costretti ad uscire dalle piccole tende improvvisate, ricordava, dovevano allontanarsi muniti di grossi occhiali aderenti, il volto fasciato come mummie aggrappati ad una corda, per poter trovare la via del ritorno. “Sembrava che la sabbia penetrasse dappertutto, persino nelle ossa!” A quei tempi A. Pizzo, se si guardava allo specchio stentava a riconoscersi: magro, scuro in volto, con baffi e pizzetto sul mento. Molti commilitoni lo chiamavano “pizzo” convinti che si trattasse di un soprannome.

Ma non era ancora finita! In Tunisia, riunitosi finalmente alla 137° Compagnia marconisti di collegamento del VII° Btg. speciale genio, partecipò alle operazioni belliche fino alla resa a Capo Bon il 13 maggio del 1943, dove i coraggiosi soldati ricevettero l’onore delle armi da parte degli Inglesi.

Dopo la resa, il Cap. Magg. A. Pizzo fu portato prigioniero, via mare, in Scozia e poi in Cornovaglia nel sud dell’Inghilterra. Grande tristezza in quegli anni, mitigata in parte dal clima di reciproco rispetto e solidarietà instauratosi fra lui e i carcerieri! Ricordava mio padre: “la sera noi dentro i recinti riservati ai prigionieri, loro (gli Inglesi) fuori di guardia, intonavamo assieme nelle rispettive lingue, le stesse malinconiche canzoni: “Stella d’argento” e “Lilly Marlène” pensando ai nostri cari lontani”.

Dopo tre lunghi anni di prigionia venne finalmente rimpatriato e collocato in congedo illimitato il 22 luglio del 1946. Grande la gioia del rientro in famiglia, dopo sette anni di assenza! Allora aveva trent’anni!

Nonostante le sofferenze fisiche e morali A. Pizzo si riteneva davvero fortunato per essere riuscito a ritornare sano e salvo, tanto da non dover pretendere altro dalla vita. Ben dice la massima latina: “Audaces Fortuna iuvat!” (la fortuna assiste i coraggiosi). La Fortuna e S. Antonio da Padova, a cui fu molto devoto, tanto da portare sempre nel taschino interno, dalla parte del cuore la sua immagine, che, consumata e a brandelli, conservò per tutta la vita.

Dieci anni dopo, nel 1956, fu insignito della Croce al Merito di Guerra “…in riconoscimento dei sacrifici sostenuti nell’adempimento del dovere nel periodo bellico 1940-43 e nei tre anni di prigionia successivi”. Un ulteriore riconoscimento il 2 giugno 1988: dal Presidente della Repubblica Cossiga gli fu conferita l’Onorificenza a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, a coronamento di tutta una vita di generosità ed estrema disponibilità verso il prossimo.

Egli portò una vera e propria venerazione per queste due onorificenze, non per vanità, ma perché gli evocavano vicende lontane, intensamente vissute e sofferte, in seguito però tanto nostalgicamente ricordate, perché legate alla sua giovinezza.

Annotazioni di queste memorabili vicende mi sono capitate in mano rovistando in un cassetto della sua vecchia scrivania ad Adria: ho trovato una cartellina contenente documenti ormai ingialliti ed appunti scritti con quella grafia minuta e chiara, che solo negli ultimi anni della sua vita diventerà un pò tremante. Mi sono subito resa conto che in quei fogli c’erano sette anni di vita, di gioventù donati al servizio militare, con grande generosità.

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Come citare questo articolo

Laura Pizzo. “Un ricordo del Cav. Adriano Pizzo”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-ricordo-del-cav-adriano-pizzo/

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