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NARRATIVA

Sorrisi di Natale

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 97–99

Quando Donada non era ancora Porto Viro, in quella parte del delta del Grande Fiume dove in primavera il cielo si confonde col mare e la terra tra le canne e le nebbia si svela lentamente offrendosi come il più prezioso dei doni del Creato, io ero lì, fresco di nomina come docente su una cattedra di lettere… Questo incarico insperato, in questa parte del mondo a me sconosciuta, esaltava ogni cosa che sapeva di fresco e profumava di nuovo.

Abitavo allora in via XXIV maggio, un vanto per un bersagliere come me, una via stretta tra grandi orti e piccoli giardini. Per arrivare in piazza bastavano quattro passi tra due vigneti, dove le viti ordinate in filari e rette da pali spellati erano basse e straordinariamente tese.

Si era a Natale e l’aria delle prime vacanze della mia carriera illuminava le ultime giornate di scuola nelle quali avevo proferito quasi tutta la mia anima di maestro. E quello era proprio l’ultimo giorno di scuola; avevo lezione dopo l’intervallo, ma ero partito un po’ prima per respirare quel po’ di sole che la nebbia lasciava sorridere su quelle giornate quasi invernali, ma relativamente tiepide.

Nelle vigne i contadini avevano già avanzato la potatura e, nel vigneto vicino alla mia casa, un vecchietto dominava con le sue forbici, come una divinità pagana, scolpendo le piante con sicurezza dopo un attento esame sulla posizione e sulla lunghezza dei tralci, il tutto accompagnato da un monologo di mugugni e di ritrovate soluzioni.

Fischiava spesso, canzoni d’altri tempi e romanze d’operetta, che lasciava nelle parti meno note per interrompersi con note marziali – sempre quelle – dell’Inno dei Lavoratori o di una marcia militare, confusa tra quella dei lagunari e quella più nota degli alpini…

Era minuto di statura, con una giacca molto più grande della sua misura che, per il disegno della stoffa e per il taglio, era appartenuta certamente a qualcun altro; aveva due strani stivaletti corti polacchetti ed in testa un curioso berretto di lana, piuttosto sulla nuca.

L’avevo sentito ancora e mi piaceva il suo fischiare: sembrava non far fatica, era un modulare note e fantasie in frase facili, orecchiabili e direi perfino prevedibili, molto intonate. Se non fischiava, era per assaporare – e tutto intorno si spandeva in folate di veli azzurri – quel profumo particolare, inconfondibile, che solo un buon toscano può regalare.

Ma in quel mattino nessuna delle due cose animavano il vecchietto.

Cesco, così si chiamava, era al suo posto, anzi era proprio intento all’ultimo filare parallelo alla strada, appena oltre una scolina interrotta da cespugli d’olmo e d’erbe secche. Mi salutò come sempre, ma non volendo fargli perder tempo feci per proseguire. Lui si fermò con le forbici a mezz’aria ed io, con atteggiamento premuroso di chi finge di sapere e invece non sa, chiesi: “Cesco, che c’è? Sta poco bene?”.

A quelle parole Cesco si girò di scatto verso la sua casetta di calce chiara, un po’ all’interno dalla strada, col camino che fumava bianco… “Quella là – disse alzando i baffetti – ci mette tutti a catena…” poi prosegui in dialetto: “La gà bevù el servèlo anca al me Toni, poareto!”.

Se Toni era suo figlio, non mi fu difficile capire che “Quella là” era sua nuora… Stavo per sorridere quando spiegò: “El dotor gà dito (scandendo) testualmente – Limitàr el baco e pochi sigari… e ‘ndar leto presto! e no – Niente bévar, e più del pezo, niente fumàr!.”

Mentre io fingevo di preoccuparmi, lui sbottò in una strana profezia: “Co gò finìo… a vedaremo!”.

Cosa dovesse finire, forse era riferito alla potatura, ma nel “vedaremo” poteva esserci la storia della destinazione della pensione ormai prossima, perché, inserite le forbici nel fodero, una assicella con una tomaia, sfregò con un sorriso arcigno il pollice all’indice segno manifesto che ci si riferiva ai soldi… Io salutai e ripresi il mio cammino, dimostrando premura, ma un po’ complice di quel segreto.

Arrivai a scuola che la recita non era finita e c’era tempo per gli auguri al Preside. Tra i cori sgangherati e sinceri dei ragazzi sul palco e la confusione dei genitori, alcuni seduti e molti in piedi, mi tolsi il cappotto per dare la certezza di essere presente e sgattaiolai nel corridoio e poi di corsa, dietro l’angolo da Maria di “Sali e Tabacchi”.

Sbalordita mi aprì la scatola di legno nero che custodiva all’interno una decina di sigari. Cercai nella memoria gli insegnamenti dello zio Paolo, adocchiai il più biondo, mi parve morbido e coi contorni meno frastagliati, e lo indicai deciso. Con un colpo di ghigliottina, Maria, annuendo per la mia scelta, ne fece due parti quasi perfette poi le incartò bene in una schedina della Sisal non giocata e prese i soldi con il desiderio stampato sul volto, ma senza avere il coraggio di chiedermi a chi fossero destinate le due metà di quel toscano.

Avevo solo un grosso maglione rosso e volai da Cesco, certo che nessuno se ne sarebbe accorto. Lui era quasi a metà dell’ultimo filare e, quando mi vide saltare la scolina, capì subito; non scartò l’involto, ma si aprì il giaccone girando le spalle alla casa che adesso si vedeva meglio e fece volare la refurtiva proibita nel taschino della camicia di flanella un po’ sbiadita. Il piacere inaspettato gli aveva illuminato il sorriso scrollandogli di dosso almeno la metà dei suoi anni e la mia frase banale “Mi raccomando…” era un augurio.

Poi via, di ritorno. L’aria mi pizzicava il volto, il sole s’era fatto chiaro e anche il grosso maglione ora non mi serviva più…

Giunsi agli applausi, mi confusi tra i genitori e furono saluti al Preside, abbracci ai colleghi e promesse ed auguri ai genitori e ragazzi.

Beata la lectio brevis d’un tempo! Era la cornice più adatta ad ogni vacanza… Fuori il campanone suonava appena il mezzogiorno e era già aria di festa. Cesco era là, aveva appena finito la potautura e girava tra i filari accarezzando i tralci più lunghi, mimando l’ultimo controllo, in realtà per spargere ovunque la sua gioia.

Mi salutò che ero ancora lontano e disse forte: “Dopo pranso uno… e l’altro domàn… a la sua salute!”. Capii che aveva vinto il suo desiderio e si godeva l’attesa.

Passato che gli fui davanti lo risentii fischiare. Il motivo mi era noto, ma la mia distrazione mi riportava alle sagre popolari del passato a quelle feste di paese dove non si respirano solo aromi e odori di torroni, zucchero filato e caramelle multicolori, ma pot-pourri di canzoni nuove e vecchi ballabili tra il cigolìo delle meccaniche delle giostre e il vociare rumoroso della gente e quei palloncini che tendono in alto anelando la libertà… mi venne voglia di casa. Ma dietro a noi intanto si era avvicinato il fragore inconfondibile della postina dalle ciglia folte. Fermò il suo motorino smarmittando e, sbandierando due cartoline gialle estratte a sorte dall’ampia borsa in pelle, gridò forte: “Alé! Sono arrivati stipendi e pensioni!!!”

Cesco balzò sulla strada e mi strizzò l’occhio, poi scherzosamente strinse la mano alla postina e canticchiò: “Rosamunda, Rosamunda…”.

Scoppiammo in un sorriso che non sarebbe finito più se una giovane voce femminile dalla casetta di Cesco non l’avesse interrotto con un perentorio: “E’ pronto in tavola… vegnì subito!”. Allora ci salutammo ed ognuno seguì il suo destino. Era il Natale ‘70.

Ero a spasso col cane sull’argine dl Po qualche sera fa e qualcuno prima di me era passato portandosi il profumo inconfondibile di un mezzo toscano… anche adesso è quasi Natale… anche adesso è quasi ora di stipendio, ma non c’è più nessuno che sappia fischiare.

Beh, se vuoi ci proverò io “…Rosa-munda, Rossamunda…”.

Buon Natale!

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “Sorrisi di Natale”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/sorrisi-di-natale/

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