I lampioni, di fuori, illuminavano le strade del centro. Faceva freddo, e la gente, avvolta da sciarpe ed eleganti cappotti, camminava in fretta sorridendo tra sé e sé. Tutti, nel loro singolo, avevano qualcosa d’importante da fare, qualcosa di bello a cui pensare. I negozi nelle piazze, sarebbero rimasti aperti fino a tardi.
Era la vigilia. La vigilia di Natale.
Io, in compagnia di un gruppo d’amici, ero seduto all’interno di un piccolo locale. Era un posto piccino, ma confortevole e pulito. La luce, che si posava sui tavoli di legno chiaro, era proprio bella. Era luce dai riflessi arancio mandarino. Luce natalizia.
Anche l’aroma tutt’intorno, nell’aria, era quello del Natale. Odore d’agrumi, di noci, arachidi e castagne, si spandeva come dolce musica nell’atmosfera. Al centro della tavola tonda, alla quale eravamo seduti, v’era una caraffa colma di vino caldo ed aromatizzato. Io, bevevo a piccoli sorsi dal mio bicchiere, guardandomi intorno.
Saranno state le sette di sera; e non mi sentivo pienamente felice.
Sì, tutt’intorno era perfetto; era caldo, profumato, colorato e sorridente, ma ugualmente qualcosa mi mancava. Un inafferrabile, essenziale particolare, non era presente.
Seduto comodamente al mio tavolo, lasciandomi cullare dai tranquilli e rilassati discorsi degli amici, ho iniziato così a riflettere sui miei Natali già trascorsi. Anche se in maniera un tantino confusa, riuscivo a ricordarne molti, forse addirittura tutti, perché tutti erano legati tra loro dalla medesima, magica emozione. E più il ricordo era lontano, più la reminescenza di tale emozione mi pareva crescere. Rivedevo nella memoria la stessa, bella luce di quella sera, gli stessi felici aromi natalizi. Gli stessi volti sorridenti e rilassati. I fiochi lumi nostalgici lungo i vicoli della città. Lo sfolgorio dei mille pacchetti colorati. L’enorme pino, trasportato al centro della piazza per essere vestito di luce. Il tutto, anni fa, potevo osservarlo, guidato dalle grandi mani di mamma e papà.
Ora c’erano gli amici; ma non era la stessa cosa. La stanza del locale era calda, le luci ed i colori erano caldi. Persino il vino, al sapore e al tatto, era caldo. Eppure, io non mi sentivo caldo. Non completamente.
Oltre ai miei amici, all’interno del locale, c’erano altre persone. Ristretti gruppi d’individui, tra loro amici, forse parenti. A me sconosciuti. I gruppi, erano avvolti da ristretti cerchi di felicità.
Ogni tavolo, attorno a sé, possedeva una sorta di muraglia, inaccessibile agli esterni. Una muraglia d’allegria. Ma nei piccoli spazi, tra un tavolo e l’altro, non v’era nulla.
Sentivo che se mi fossi alzato per andare al bagno, valicando dunque la cinta intorno al mio tavolo, mi sarei sentito totalmente solo. Me ne stavo perciò lì; assaporavo il vino e ricordavo con nostalgia le grandi cene della vigilia in famiglia. Là, dove ogni volto era un volto amico e non v’era alcuna muraglia intorno, e se in casa, a mezzanotte, si fosse presentato un estraneo, al fine di formulare i suoi auguri, sarebbe stato accolto con calore ed invitato ad entrare. Tutti insieme avremmo fatto cerchio intorno a quest’ultimo arrivato, per poter porgere i nostri auguri, ed ogni minimo spazietto vuoto si sarebbe all’istante riempito di Natale.
Allora eravamo in tanti, e tutti ci volevamo bene, e il vino era più rosso, ed i nostri sorrisi più robusti. Ognuno di noi poteva voltarsi e sorridere a chiunque, senza che l’altro lo guardasse con punto interrogativo, come a dire: “ Ma che vuoi da me?”.
In quel locale, io non potevo girarmi e sorridere ad un estraneo. Non avrebbe capito.
Alle antiche cene, poi, finito di mangiare si giocava tutti quanti a tombola puntando qualche moneta, e si rideva di gusto, e si scherzava, e si cantava. Tutti insieme. Tutti contenti. A mezzanotte si brindava per la nascita di Gesù e sempre tutti insieme, poi, si andava alla messa. Infine, ci si coricava a dormire con il cuore gonfio d’attesa per il giorno seguente, quando sotto l’albero si sarebbero trovati i regali. E ancora poi, insieme avremmo preparato e consumato il pranzo natalizio e avremmo riso, mangiato, bevuto, scherzato, di nuovo fino alla sera.
Quello era il Natale.
Ma dov’era finita oggi, quella grande, allegra compagnia di volti?
Alcune delle persone che per anni avevano condiviso con me la gioia del Natale erano morte, altre, come capita spesso lungo i corridoi del tempo, erano svaniti nel nulla.
E dov’era finita l’innocente gioia che allora riempiva il mio cuore?
E la magica attesa?…
E… io?
Dov’ero finito io?
Forse soffocato dal fumo di troppe sigarette… forse perduto tra i labirinti del dubbio, tra l’età che avanza e la realtà che assume peso e perde colore. Ecco cosa mancava; mancavo io.
Ad un tratto, all’interno del locale accadde qualcosa. Entrò qualcuno. Si trattava di un gruppo di persone, all’incirca una trentina. Fecero capolino nella stanza senza preavviso, pigiandosi tra loro e facendosi spazio tra i tavolini.
Tutti noi seduti; amici ed estranei ci voltammo a guardare stupiti. Quella gente, balzava immediatamente all’occhio; era vestita di una felicità diversa dalla nostra, e di un Natale più grande del nostro. Erano tutti amici.
La loro genuina allegria, lo percepii subito, non era una cerchia, bensì un raggio che si stendeva tutt’intorno. Tutti loro sorridevano, luminosi e splendenti. Denti bianchi come avorio, occhi neri e lucenti. Erano tutti fratelli. Fratelli e sorelle. Neri.
Portavano addosso pesanti pellicce, per proteggersi dal freddo di fuori. Benché fosse solo la vigilia, iniziarono a distribuire con enorme vivacità i propri auguri a tutti noi, sorridendo ad ognuno.
All’inizio, noi bianchi, rimanemmo straniti. Il classico “punto di domanda” spuntò, mio malgrado, anche nel mio viso. Poi, all’improvviso, uno di loro intonò un canto e gli altri, quasi all’unisono, si unirono a lui.
Un altro, nel frattempo, si era seduto di fronte al piccolo pianoforte a muro posto in un angolo della stanza, ed aveva cominciato a suonare allegramente. La canzone era: “Oh happy day’s.”
Lo scenario che in pochi attimi era andato a delinearsi, aveva senza dubbio del surreale. Un pigiato gruppo di neri in pelliccia, fa capolino all’interno di un minuscolo locale italiano, ed inizia a cantare in maniera intonata e piena di ispirazione “Oh happy day’s”. In perfetta armonia, battendo le mani, ed incitando tutti a battere le mani, tra lo sguardo inebetito e meravigliato dei bianchi presenti.
Una grossa e bella sorellona, ogni tanto si staccava dal coro, e con voce alta e magnifica faceva eco ai ritornelli della canzone.
All’inizio, come fossimo al teatro, tutti restammo seduti, a bocca aperta a guardare, senza comprendere a pieno.
Poi qualcuno di noi bianchi, (devo ammettere che fui io) si alzò in piedi unendosi al coro di voci, e subito fu preso sottobraccio dai fratelli, che annuendo con la testa, annuendo e sorridendo bonariamente, gli fecero intendere quanto fossero lieti della cosa.
OH HAPPY DAYS…
OHH HAPPY DAYYYYSSS
Con le mani invitavano noi ad alzarci. Un altro dei nostri si alzò, ed immediatamente venne accolto da mille braccia allegre…
OH HAPPY DAYS…
OH HAPPY DAYYYYSSS
… un altro allora si unì a loro… ed uno ancora.
Di punto in bianco il cuore mio venne contagiato da quell’antica allegria, e mi alzai in piedi vibrante d’emozione. Una donna nera cinse il suo braccio attorno alla mia vita, mi urlò: “AUGURI!” e subito riprese a cantare, ed io con lei.
Se mai nella vita posso dire di aver assistito ad un miracolo, quello lo era. Poco dopo tutta la gente del locale era in piedi e cantava. Le nostre teste, ubriache ed incredule, ruotavano di continuo alla ricerca di sguardi, perché magicamente non ci sentivamo più estranei, posso giurarlo, in quei momenti incredibili si aveva l’impressione d’essere veramente fratelli, e tutti rapiti dalla stessa, smisurata felicità. Eravamo tutti fratelli, tutti vecchi amici, tutti bambini.
Erano bastati pochi istanti, ed ogni angolo di quel locale, persino il bagno, straripava già di Natale.
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Come citare questo articolo
Marcello Argenti. “La vigilia”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vigilia/