Ricorre quest’anno il centenario di Eugenio Ferdinando Palmieri, che, venuto al mondo il 14 luglio 1904 a Vicenza, si era presto trasferito a Rovigo la sua vera patria, sempre rivendicata tra amore e disamore.
Grande poeta prima di tutto, ma specialmente drammaturgo, critico teatrale e cinematografico, che esercitò il suo magistero e la sua militanza sulle colonne de Il Resto del Carlino, La Notte, Il Tempo, Epoca, L’Illustrazione Italiana e Sipario, ma anche in alcuni volumi e in collaborazioni radiofoniche e televisive. Palmieri è stato il fiero teorico e l’appassionato storico del teatro veneto, di cui aveva riconosciuto subito la grandezza e l’autonomia, in un percorso che dai “mariazi” quattrocenteschi arrivava autorevolmente fino al Novecento, passando per Ruzante, Giancarli, Calmo, la Commedia dell’Arte, Goldoni, Gozzi, Libero Pilotto, Domenico Pittarini, Giacinto Gallina, Gino Rocca, Renato Simoni.
Poco più di una decina di commedie per il “teatro in veneto” e una mai rappresentata per quello in lingua, tale il lascito di Eugenio Ferdinando Palmieri autore.
Gli esordi
Come autore era nato all’ombra del Teatro Sociale di Rovigo; lui stesso ebbe infatti a ricordare molti anni dopo: “è appunto nell’ascoltare Albertina Bianchini che il mio entusiasmo per il teatro veneto mi sospinge a diventare autore. Già disceso dal loggione per fare, in platea, il cronista dell’unico quotidiano locale, mi capita, nel 1923, d’immaginare per Albertina un testo bizzarro Strampalata in rosablu ovvero Arlecchino e allegria oggi sposi”. Ma il copione, precoce (l’autore aveva appena ventun’anni) e insolito nel panorama veneto e italiano, che aveva debuttato con il titolo La canzone delle maschere a Vicenza nel giugno dell’anno seguente, ottenne un “clamoroso insuccesso”. Né poteva essere diversamente, visto che il mondo delle maschere e della commedia dell’arte veniva coniugato con la poesia simbolista e immerso, per contrasto, nella realtà della provincia.. Ma sarebbe bastato allungare lo sguardo appena oltre i confini di un’Italia divisa fra Pirandello e l’eredità dannunziana, per cogliere immediatamente la novità e l’audacia dell’immaginazione di Palmieri, che tornava alle maschere sulla scia di Carlo Gozzi, facendole interagire con i personaggi, così come qualche anno prima era avvenuto con i copioni di Blok portati in scena dai Pitoëff (gli alfieri di Pirandello in Francia, guarda caso!) e i leggendari allestimenti di Meyerch’old.
Palmieri incontrava Arlecchino nella Rovigo anni Venti. Una Rovigo della nostalgia e dell’immaginario, che si radica nei primi due decenni del Novecento e che si connota profondamente dell’eredità di una città ottocentesca: una città probabile e non certo inventata, ma parallela a quella reale e sospesa nella luce di una identità diversa, ambigua nella sua evidenza, quasi sfondo per le vertigini di un sogno. Un sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga. È la Rovigo che ritorna anche nella poesia; grigiastra “coverta de fumare / co i copi bassi e i portegheti neri” per inquietare la memoria di Gino Piva; oppure nelle intermittenze del cuore dello stesso Palmieri, “picoleta” e “fata in casa”, con la nebbia di novembre invasa dal profumo delle patate americane e delle caldarroste. La città di Livio Rizzi, “dove ancora / par le strade se sente la campagna”, “senza pretese”, con la gente che “tuto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega”.
Così, in questo primo ed esilissimo copione, già facevano capolino alcuni elementi tipici del teatro di Palmieri: il recupero del dialetto, il gusto trasgressivo, la riscoperta della commedia dell’arte e del Settecento, l’attenzione alle opere degli autori veneti a cavallo tra Ottocento e Novecento, il respiro della provincia che sfuma nella campagna.
Stessa sorte per le tre commedie successive, che sono favole innamorate e ingenue, fragili come le ali di una falena.
La svolta
La svolta avviene, semmai, nel 1929 con La corte de le pignate, che sceglierà il “dialetto di fondo polesano” e un’ambientazione tra Rovigo e Lendinara, ma anche quel piglio “masnadiero” che aveva contrassegnato la stagione poetica.
Proprio in quei giorni, lo scrittore – che si era fatto apprezzare come redattore drammatico e fine polemista sulle colonne del “Corriere del Polesine” prima e della “Voce del Mattino” poi – si era ormai insediato a Bologna come critico teatrale e cinematografico del “Resto del Carlino”.
Una partenza, però, destinata a farsi ferita mai rimarginata del cuore, con nella memoria una Rovigo ben diversa da quella reale, scenario sospeso nel tempo, dove ritornare di tanto in tanto, ma in incognito, come riemergendo dal passato, a incontrare pochi e fidatissimi amici sotto il complice pergolato di una trattoria o nel buio fumoso di un’osteria. Così, la vecchia e squallida “corte de le pignate”, che gli anni Sessanta hanno impietosamente spazzato via al pari di quello che restava della città ottocentesca, si trasforma in palcoscenico della memoria; e le povere abitazioni che aprivano le porte anguste e le finestrelle su uno spiazzo di terra battuta diventano una quinta di teatro, quasi un campiello veneziano, in cui le voci vanno e vengono da una casa all’altra e le donne si accomodano sulla soglia per rifare il collo ad una camicia o rammendare pantaloni sdruciti, mentre i bambini si rincorrono affannati intorno.
Sì, un campiello con l’alito di generazioni inghiottite dal buio dell’anonimato. Ce lo disse, una volta, lo stesso Palmieri rievocando con la voce affilata dallo “spleen” la Rovigo di altri tempi che era stata il gran scenario della sua giovinezza e dei suoi amori inconfessati. Quella corte, che aveva preso il suo nome da un paio di calderai che battevano tutto il giorno sulle nere pentole incrostate e ammaccate per farle tornare nuove, era anche un appuntamento con un’umanità operosa e onesta, paga di sogni frugali. E tutto questo nei rigori invernali del lontanissimo 1929, quando Palmieri aveva solo venticinque anni e stava già preparando la valigia per andarsene a fare il giornalista a Bologna.
Una commedia aerea come una ragnatela che, con una trama tenue e personaggi inconsistenti come il fumo, era già il segno del suo rimpianto e per questo l’aveva cucita con un dialetto di “fondo polesano”, diventato improvvisamente scorrevole. Una commedia che voleva essere anche una specie di operetta, al modo di Nina no far la stupida che due anni prima aveva talmente affascinato il giovane Palmieri da indurlo a cimentarsi con il palcoscenico come attore. Anche per affascinare i begli occhi di una fanciulla, naturalmente, che è appunto la dedicataria anonima della Corte de le pignate. Ma la fortuna non aveva sorriso neppure alla Corte de le pignate: capocomici come Baseggio e Giachetti non l’avevano degnata di attenzione e solo tre anni dopo un gruppo di filodrammatici l’aveva portata sul palcoscenico del Sociale.
La stagione creativa
Nel 1932, assieme al Bugiardo, atto quarto (seguito immaginario della nota commedia goldoniana mai rappresentato), sarebbe arrivata L’ostaria del Moro Bianco, una sorta di vaudeville che si svolge a Rovigo a metà Ottocento. È La Fumara, l’anno seguente, a segnare il primo vero successo del teatro di Palmieri. La commedia segna una vera e propria evoluzione non solo sul piano strettamente linguistico e ambientale (lo sfondo è questa volta un paese del basso Polesine), ma anche su quello drammatico, che mescola cupo realismo e atmosfera cechoviana.
Dopo I Lazzaroni (1935) che tornano, per l’ultima volta, al mondo della poesia masnadiera, e la prima e ultima commedia in lingua italiana, Le pecore, mai rappresentata, arriva Quando al paese mezogiorno sona (1936), il copione che più sacrifica al robusto realismo che già aveva connotato certi lavori di Gallina e di Rocca.
A ripercorrere la parabola breve dei copioni di Eugenio Ferdinando Palmieri, vi si trova una sorta di personalissimo compendio del teatro veneto tra Ottocento e Novecento: storie, forme, ambienti e personaggi vengono rivissuti in modo originale e riproposti attraverso il filtro di una sensibilità commossa e critica ad un tempo. Il che non significa assolutamente eclettismo o dispersione, quanto semmai la scelta, ogni volta, di una strada diversa per arrivare sempre nello stesso luogo.
E filo rosso che lega insieme le cinque o sei commedie che hanno sostanziato la più fervida stagione creativa (dal 1929 al 1939) è, alla fin fine, la lingua, che attinge sia ad un dialetto reinventato, senza però tradire mai il “fondo polesano”, sia a quella stratificazione di modi verbali e fraseggi quasi musicali che è il frutto maturo del repertorio di Giacinto Gallina e Riccardo Selvatico, ma anche dei contemporanei Gino Rocca e Renato Simoni.
La curiosità e la cultura di Palmieri erano proverbiali, si sa, così come le accensioni della memoria e le malinconiche intermittenze del cuore. E il suo teatro nasce proprio da qui, con personaggi che si rincorrono da una commedia all’altra, vizi e sentimenti che si ripetono e si scambiano i ruoli o si aggrovigliano nei colori densi e nelle atmosfere sfumate della provincia.
Ma chi avrebbe mai potuto immaginare che quel suo Veneto inquieto, con i paesi che scivolano nella campagna e le famiglie finto-patriarcali, avrebbe ritrovato attualità anche in una critica feroce e non tanto sottesa del nord-est dei nostri giorni? Eppure, basta leggere in filigrana i tre atti di Quando al paese mezo giorno sona, che è una amara ricognizione in un ambiente di ricchi agricoltori, dove affiorano poco a poco le grettezze e i venali interessi, le meschinità e le trame sordide: un autentico verminaio. Quando alla fine, su tutto viene steso il fitto velo dell’ipocrisia, nessuno si salva, neppure chi, per un momento, pareva avvolto da qualche purezza e cercava di dare libero sfogo ad una sacrosanta ribellione nei confronti di una morale ignobile. Tra l’inizio e la fine, nonostante i molti fatti che si avvicendano, niente è mutato, o meglio ancora chi non era ancora corrotto lo è diventato. E tuttavia, verso tutti questi personaggi, colpevoli e farabutti senza eccezione, Palmieri esprime una sorta di disincantata e lontana pietà umana, proprio prescindendo da una impossibile comprensione o giustificazione.
Le mascare xe morte
Sarà una favola ironica e sorridente, invece, a concludere nel 1939 la parabola di Palmieri autore. In quella sorta di recupero del Settecento e satira dell’ambiente aristocratico, il drammaturgo adombrava l’inattualità del teatro veneto e l’impossibilità di prolungare una stagione ormai soffocata dal disamore e dal disincanto: “Ma ‘l seteçento, ormai no conta un corno:/ le mascare xe morte. E no se cata/un pantalon più pantalon de mi”..
La vocazione lirica, esplosa sul finire degli anni Venti e seguitata un poco a Bologna, si era spenta nel 1934. Dopo il 1939, Palmieri non scriverà neppure più per il teatro.
Solo negli ultimissimi anni lo scrittore si era preoccupato di raccogliere in un volume, uscito postumo nel 1969, il meglio dei suoi copioni, con il corredo di impareggiabili note critiche e di una prefazione che è, di per sé, una grande pagina di teatro veneto.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Il palcoscenico di Eugenio Ferdinando Palmieri”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palcoscenico-di-eugenio-ferdinando-palmieri/