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ARTEOGGI

Mario Marabese

Un artista di talento, erede di una tradizione antica

di Renato Scarpi

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 83–86

Percorro via Marchefave e mi fermo davanti al n.41. Il portone semiaperto mi invita ad entrare nel cortile ombreggiato da giovani noci e da spontanei arbusti. Accatastati ai muri della casa o sparsi per terra, oggetti vari, vecchie cose ed attrezzi d’altri tempi.

Ad aprirmi l’uscio è Mario Marabese, persona dall’animo semplice, arricchita di grande esperienza, che dall’arte della lavorazione del legno ha saputo trarre il bene per la sua anima. Qui vive e vi lavora, costruendo meravigliosi oggetti d’arredamento nel rispetto della vecchia e gloriosa tradizione lendinarese che ha le sue radici nel XV secolo, allorché operarono i fratelli Canozi, maestri rinascimentali nell’arte dell’intarsio.

Al piano terra, la bottega di Mario Marabese si articola in tre stanze comunicanti tra loro, dove, assieme a vari utensili, è accumulata una incredibile varietà di legnami che costituiscono la materia prima per il suo lavoro. In un voluto disordine, poi, collocate sulle pareti, antiche serrature, fregi, orologi, cornici, quadri, strumenti musicali, disegni preparatori e tante anticaglie mi confermano che il mondo che sto per esplorare sarà certamente interessante. Qui tutto è visibile e nel contempo invisibile a prima vista. Bureaux-trumeaux o cassettoni sparsi per la bottega, compaiono dietro innumerevoli cose appese sopra essi. Così cocci di scodelle, piatti del XVIII sec., quadretti, disegni e oggetti d’altri tempi nascondono parzialmente le sue opere, caricandole di quell’atmosfera che le cose antiche rilasciano nell’intimo di chi le osserva.

La mia curiosità si fissa sui particolari fatti di piccolissimi tasselli, lavorati con sottili sfumature di toni, che con dovizia di idee l’artista assembla in lastre di legno poste sull’oggetto in costruzione. Eleganti cimase, sovrapposte ad altrettanta mobilia in stile barocco o rococò, catturano la mia attenzione per la precisione del lavoro svolto e per l’armoniosa visione dell’intera opera.

Ma Mario si avvale pure dell’arte del restauro, conducendola con rara attenzione. Nel sostituire le parti mancanti o danneggiate usa scrupolosamente materiali d’epoca, ed è qui che la tecnica antica viene espressa con sapienza. Segreti trasmessi via orale da molte generazioni e arrivati sino a lui, che oggi rappresenta l’eredità di un illustre passato.

Lo guardo con interesse all’opera, mentre davanti a me scaldini, colle, pece, mastici e altre sostanze coesive sfilano coperte di polvere di legno, tra stipi e scansie.

Mario, non in sintonia con il proprio tempo, dominato da un dinamismo esasperato, appartiene a quella generazione di artigiani del secolo scorso, che guardano più volentieri all’Ottocento che al nuovo millennio che prepotentemente si è aperto. Meglio la saggezza del passato che le modernissime tecniche costruttive, che annullano la poesia dell’antica arte legnaria, quella per secoli usata dai vecchi maestri in grado di creare oggetti diversi li uni dagli altri, adoperando nobili legni, seguendo processi esecutivi consacrati dalla storia.

Adesso, precisa Mario non nascondendo un certo imbarazzo, molta produzione del mobile d’arredamento è svolta in serie con l’ausilio di pannelli di truciolare nobilitato che ne limita la durata nel tempo e la bellezza estetica. Così questo tipo di attività artigianale va scomparendo e con essa anche i segreti custoditi dai grandi “marangoni” veneti che nel passato elevarono il prestigio del semplice falegname ad “intajadore e depentore”.

Mentre l’artista lavora, mi racconta che la tecnica d’intarsio è un antico procedimento orientale, e che solo nel XIV secolo è stato ripreso in occidente. Continuando il suo lavoro, con calma e sicurezza, accosta sopra una tavola, legni diversi di varie forme. Ne risulta così un disegno di notevole effetto, che emerge nitido per il contrasto dei colori usati.

Per la realizzazione, continua Mario, si adoperano sottili lamine di essenze di diversa tonalità di noce, bosso, acero, quercia, salice, ulivo, ciliegio, gelso; e per creare il fondo si preferisce larice, noce o abete e cipresso. Per l’ombreggiatura si brunisce il legno con ferro rovente e per le zone luminose si usa l’acero che è legno chiaro.

Noi Lendinaresi, afferma con compiacimento, siamo orgogliosi di citare i Canozi maestri dell’intarsio che, nella metà del 400, scoprirono il modo di ottenere varie specie di effetti di chiaroscuro, tingendo il legno col procedimento della bollitura.

Nella sua babelica bottega, Mario Marabese è completamente a suo agio tra il profumo del legno e l’acre odore di vernici e colle, in compagnia di alcuni gatti, una volta randagi ma ora padroni di questo prezioso rifugio.

Nel prendere commiato dal singolare artista del legno, lo ringrazio per il tempo concessomi, esprimendo l’auspico di vedere ancora per molto tempo altri pregevoli lavori usciti dalle mani di uno degli ultimi “marangoni” veneti di classe, che Lendinara ed il Polesine può vantare.

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Come citare questo articolo

Renato Scarpi. “Mario Marabese”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/mario-marabese/

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