Janie rideva e rideva, non riusciva più a respirare dalla gioia. Tommy la prese tra le braccia e le fece solcare la porta d’ingresso. Janie salutò con affetto tutti coloro che erano intervenuti al matrimonio e Tommy strinse la mano ai suoi compagni dell’Esercito, compreso il capitano Hewlett che gli sussurrò all’orecchio, ma in realtà facendo molta attenzione a farsi sentire anche da Janie: – Lei ha la donna più bella del mondo, tenente!-
Tommy, che mai aveva sentito il suo rude capitano sbilanciarsi nei complimenti e nelle dimostrazioni d’affetto, sgranò gli occhi scuri e scoppiò a ridere. Janie e Tommy chiusero la porta quando tutti se ne furono andati.
– Finalmente sposati, Tommy! – sospirò Janie, stanchissima ma molto felice – Cosa credi che cambierà, caro?-
– Niente; all’orizzonte non vedo proprio niente d’importante. A parte che hai già iniziato a chiamarmi “caro” come se avessimo alle spalle 50 anni di matrimonio! – rise Tommy, che quella sera trovava tutto allegro e spiritoso.
Janie si scusò, sempre ridendo, e Tommy si sedette sul divano accanto a lei con i depliant del loro prossimo viaggio di nozze.
– Non vedo l’ora di partire, tesoro! – squillò Tommy spettinandosi i folti capelli – Venti giorni di licenza! E’ un sogno!
– Di solito te ne concedono sette o otto al massimo – si lamentò Janie, sfilandosi un guanto.
– Quasi quanti ne concedono a te al giornale, ammettilo- rispose Tommy, tentando di fare il duro.
– Ecco un lato positivo del nostro matrimonio: staremo insieme quando tu non avrai incarichi e io non avrò da scrivere articoli che poi non vanno mai bene al capo. E questa sarà la prima nostra vacanza che supera le ventiquattr’ore – aggiunse Janie, soddisfatta delle sue conclusioni.
Tommy la guardava con gli occhi sognanti e le accarezzò i morbidi capelli castani. Janie l’abbracciò forte col suo solito entusiasmo che Tommy tanto amava.
Tommy si svegliò di soprassalto alle sei della mattina seguente perché era squillato il telefono.
– Chi è questo maleducato? – sbuffò agguantando la cornetta sul comodino.
Janie gli fece eco con una serie di insulti indirizzati a chi rovinava il primo risveglio ad una coppia novella.
– Pronto?- ringhiò Tommy nella cornetta, poi tacque immediatamente.
Tommy si fece pallido e serio.
Janie tirò su la testa e iniziò a chiedere: – Chi è? Chi è? – con un’ansia sempre maggiore, vedendo che Tommy sembrava molto preoccupato. Tommy non le rispose, muto e attento solo a ciò che gli veniva detto.
Janie non riusciva a capire chi fosse colui che parlava con Tommy all’altro capo del telefono, né che cosa stesse dicendo.
Tommy emise un flebile “Si, signore” e riattaccò.
– Chi era? – l’assalì Janie, agitatissima.
Tommy si alzò dal letto e disse uscendo dalla stanza: – Devo partire. Hanno bisogno di me. La nave salpa alle cinque di oggi pomeriggio.
– Cosa, cosa? – ripeteva Janie augurandosi di non aver capito bene.
Janie si alzò e gli corse dietro: – Dove devi andare, non ti hanno dato una licenza di venti giorni?
– Tutte le licenze sono state revocate, dobbiamo presentarci oggi stesso.- rispose Tommy, abbassando la testa per non incontrare il suo sguardo, incapace di reagire a quella notizia.
– Ma si può sapere cos’è successo? Tommy, per l’amor di Dio, vuoi dirmi dove devi andare e che cosa devi fare?- Janie lo prese per un braccio e lo guardò dritto negli occhi.
– Non lo so, Janie, non lo so. Non so dove dobbiamo andare, è una missione top-secret. Potrebbe essere una fottutissima esercitazione oppure…- Tommy non concluse la frase e nascose il viso sulla spalla della moglie.
Janie era distrutta. – C’è la guerra, Tommy?- chiese Janie con un gemito, con gli occhi verdi fissi nel vuoto davanti a lei.
Tommy non alzò la testa dalla sua spalla quando rispose: – Siamo in guerra da due ore.
– No, no, no! – gridò Janie, strappandosi dall’abbraccio di Tommy – Non è giusto, non è giusto! Non abbiamo neanche un minuto per stare insieme, siamo sposati da neanche un giorno! No, Tommy, non devi andare… Poi Janie tacque e gli occhi le si allagarono:- E quanto durerà questa missione?
– Nessuno lo sa. Neanche il capitano. Sa solo che ha ricevuto l’ordine di richiamare tutti i suoi uomini e partire.
Tommy era disperato quanto Janie, ma tentava di soffocare la sua preoccupazione per tranquillizzare lei.
– Vado a preparare la valigia. Mi vuoi dare una mano?- le chiese Tommy, con calma. Janie non fiatò: era ammutolita dalla tristezza. Tommy la prese per mano e la strinse forte.
Poi Janie e Tommy iniziarono a preparare la valigia.
Tommy pensò che quella non era la valigia per andare in vacanza nei mari del Sud: era la valigia con le uniformi e tutto il resto, era la valigia per andare in guerra, e prepararla il giorno dopo le nozze, era uno strazio per lui e un’autentica disperazione per Janie.
Tommy sentì il tempo scivolare via: altre poche ore e non avrebbe più rivisto Janie per molto tempo.
– Te la senti di preparare il nostro primo pranzo?- chiese Tommy accarezzando piano il viso della sua Janie, che annuì come una bambina e si mise tristemente ai fornelli.
– Ah, che delizia! – esclamò con forzata allegria Tommy seduto a tavola, assaggiando la pasta della moglie. – Il nostro cuoco cucina malissimo, lo sai. Quando tornerò, dovrai riempirmi di piatti come questo, per rifarmi dal disgusto delle sbobbe di Larry!
Janie abbozzò un debole sorriso. Non sembrava quella una tavola allegra e piena di sogni e speranze come avrebbe dovuto essere la tavola di due ragazzi appena sposati.
Ma Tommy possedeva una carica innata ed inesauribile di ottimismo e un po’ alla volta persuase anche la più pessimista Janie a vedere la situazione meno nera di quello che sembrava.
Riconfortata Janie rise con Tommy per tutto il pranzo; parlarono a lungo e allegramente dei loro progetti, del viaggio “solo rimandato”, come disse Tommy, della loro casa da sistemare, del giardino ancora tutto da inventare, della loro vita insieme.
– Abbiamo atteso sei anni prima di sposarci. – riflettè Janie – Possiamo resistere un altro paio di mesi.
– Così parla la moglie di un tenente! – approvò Tommy accennando ad un brindisi col bicchiere, ma Janie abbassò la testa.
Le cinque del pomeriggio arrivarono presto e Janie e Tommy si ritrovarono, senza rendersene pienamente conto, là sul molo, davanti alla nave che stava per salpare.
Tommy, caricate tutte le sue cose, scese dalla nave per salutare Janie. Aveva un’espressione che contrastava parecchio col suo aspetto esteriore.
Janie lo guardò mentre scendeva nella sua uniforme bianca, col suo corpo statuario che sembrava un modello da fotografia, con i capelli scuri seminascosti dal cappello e le spalle dritte…Tommy! Il Tommy che Janie avrebbe preferito veder vestito come tutti i giorni, senza l’uniforme, con una semplice camicia bianca e i jeans.
Janie, la cui deliziosa figura era ancor più messa in risalto dal vestitino rosso che indossava, si tirò indietro i capelli con le mani che tremavano, ma c’era già la brezza del mare che le faceva da pettine.
– Tornerò, amore- le disse Tommy, togliendosi il cappello e tenendola stretta a sé – Non stancarti di aspettarmi.
– Prima la tua ombra si stancherà di te, lo sai.- gli rispose Janie, trovando scontata la risposta alla richiesta del marito.
Tommy le accarezzò i capelli, la guardò negli occhi e si rimise il cappello.
– Ciao- fece Tommy, lasciandole la mano e accennando un passo per andarsene.
Ma se fino a quel punto Janie era riuscita a dissimulare e a sopprimere tutti i suoi sentimenti, ora non trattenne più le lacrime: scoppiò a piangere, si aggrappò alla giacca di Tommy, scongiurandolo di non partire, di non andarsene, di non lasciarla…
Tommy la strinse forte e appoggiò la propria testa contro la sua: due grosse lacrime corsero giù dalle gote del tenente Tommy e si mescolarono subito con quelle di Janie, che non era capace di far altro che ripetere: – No…no, no, non partire…
Tommy si riprese in fretta e le disse:- Tornerò, stanne certa, saranno solo due mesi… in fondo sono solo due mesi…
Janie lo baciò e lo seguì con lo sguardo mentre saliva sulla nave, mentre la salutava urlando che sarebbe tornato presto e sarebbero andati finalmente in vacanza – e qui la fece sorridere tra le lacrime – e infine lo vide scomparire all’orizzonte assieme alla nave sul mare verde.
Un mese esatto dopo la partenza di Tommy, Janie si alzò pigramente dal letto vuoto in una nuvolosa mattina.
Tommy, al di là dal mare, si alzò dal suo sacco in cui inutilmente aveva provato a dormire per tutta la notte.
Janie pensò alla crudele e assurda atrocità della guerra: rivoleva Tommy a casa.
Tommy maledisse l’assurda e crudele atrocità della guerra: voleva tornare a casa dalla sua Janie.
Janie andò in cucina. Tommy si guardò intorno ancora assonnato nell’aria nebbiosa del mattino.
Janie preparò l’acqua per il tè. Tommy sentì dei rumori insoliti nella fredda aria attorno a lui.
Janie spense il fuoco e prese una tazza. Tommy si spaventò e chiamò il suo compagno.
Janie versò il tè nella tazza. Tommy gridò a squarciagola che era un’imboscata.
Janie mescolò il tè con un cucchiaino. Tommy vide il nemico davanti a sé.
Janie portò alle labbra la tazza. Tommy fu raggiunto da un paio di colpi.
Janie pensò a Tommy. Tommy pensò a Janie.
Janie cadde a terra. Tommy cadde a terra.
Janie era svenuta, lunga distesa sul pavimento. Fu soccorsa solo una mezz’ora più tardi, quando la sua migliore amica, passata per riportarle le chiavi di casa che aveva dimenticato, non sentendo rispondere nessuno alla porta, era entrata e l’aveva trovata per terra.
Janie aprì gli occhi e si ritrovò all’ospedale: – Oh, mio Dio! – gridò spaventata alzandosi a sedere – Cos’ho?
Janie sentì la risposta divertita del dottore accanto a lei, che non condivideva affatto la preoccupazione della sua paziente: – No? – chiese, tremando dalla gioia – Aspetto un bambino? Ah, Tommy! Che bello! Tommy! –
E Janie saltò giù dal letto abbracciando con trasporto la sua amica che era rimasta sempre con lei e, dopo aver ringraziato e assordato il dottore per una mezza dozzina di volte, si precipitò fuori dall’ospedale.
Janie volò alla base militare, per cercare di mettersi in contatto con Tommy e dargli la meravigliosa notizia, che l’avrebbe reso felice quanto lo era lei.
Janie dovette aspettare per ore, ma alla base nessuno riusciva a rintracciare il tenente Tommy.
Janie tornò a casa sconsolata, ma con la ferma intenzione di riprovarci il giorno dopo: Tommy adesso doveva proprio tornare a casa.
Il mattino seguente Janie si preparò in fretta e furia per tornare alla base navale e annunciare la sua lieta notizia.
Con quell’esultante allegria, Janie aprì la porta di casa per uscire, ma c’era un capitano dell’Esercito dritto impietrito davanti alla porta che stava per suonare il campanello.
Janie si spaventò subito.
– Oddio, no.
Janie guardò quel foglio bianco che teneva in mano l’uomo; non si chiese neanche cos’era perché lo sapeva, l’aveva capito appena aveva visto il capitano, e il suo sorriso si piegò in una smorfia disperata.
Janie si appoggiò allo stipite della porta e gridò: – No, non è vero, non può essere, non è giusto. – Tommy!
Janie non si sorresse più in piedi col solo aiuto della porta e il capitano fu costretto ad afferrarla prima che cadesse sul pavimento.
– No, no, non è giusto, non è vero, dobbiamo andare in vacanza, la casa è da sistemare, ho seminato i fiori nell’aiuola, avremo un bambino, non è possibile, non è vero, mi dica che non è vero.
Janie non volle trasferirsi a casa dell’amica, neanche per pochi mesi, neanche per pochi giorni.
Janie non ebbe alcuna reazione isterica, né impazzì come temevano: era solamente e profondamente distrutta.
Janie taceva e non parlava, non si oppose in alcun modo quando la sua amica si trasferì a casa sua e ci rimase per parecchio tempo: sembrava che nulla la toccasse più.
Dopo otto mesi, Janie fu ricoverata in una burrascosa serata di fine aprile e, in preda al dolore, cercò la calda mano di Tommy perché le desse forza, ma trovò solo il bordo freddo del suo letto di ferro.
Dopo qualche ora Janie si svegliò e, davanti a lei, c’era l’infermiera col sorriso sulle labbra: – Signora, è un maschietto. Come lo vuole chiamare?
Janie allungò le braccia e, per la prima volta dopo otto mesi, sorrise quando ebbe in braccio suo figlio.
Janie guardò raggiante l’infermiera e la sua cara amica che non l’aveva mai lasciata sola un istante e rispose: – Tommy.
Janie si sedette alla tavola appena sparecchiata e allungò l’orecchio per sentire se Tommy, nella stanza accanto, dormiva.
Janie era ben capace di arrangiarsi, ora che Tommy aveva tre mesi, e la sua amica era ritornata a casa sua.
Janie guardò la foto che teneva sulla tavola, la foto del suo matrimonio: era ormai passato un anno.
Janie prese in mano un’altra fotografia di lei e suo marito, quando erano stati a vedere le cascate qualche tempo prima di sposarsi: Tommy aveva la camicia e i jeans, e sorrideva stringendo Janie tutta spettinata dal vento.
Janie abbozzò un dolcissimo e malinconico sorriso nel guardarla.
E poi Janie nascose il viso tra le braccia piegate sul tavolo e si mise a piangere per quella tremenda ingiustizia che aveva distrutto le loro vite. E Janie riprese a tormentarsi con l’insolubile domanda, a cui nessuno mai ha potuto o potrebbe dare una risposta… perché…perché?
Il piccolo Tommy strillò dalla sua culla.
Janie vedeva Tommy quando teneva il figlio in braccio perché il piccolo aveva gli stessi occhi, la stessa bocca, ogni tratto di Tommy.
Tommy era tutto quello che poteva ancora stringere a sé di suo marito.
Janie si alzò e tenendo ancora fisso lo sguardo su quella foto, disse:- Non piangere, la mamma è qua, – e si asciugò le lacrime col bavaglino di Tommy.
E ogni giorno Janie si sarebbe asciugata le lacrime col bavaglino di Tommy.
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Come citare questo articolo
Giorgia Maragno. “Janie e Tommy”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/janie-e-tommy/