“Il riso fa buon sangue”, recita il proverbio. Ed è da crederci perché il riso, o il sorriso, esprime una condizione gioiosa dell’animo che riflette un’armonia interiore la quale infonde benefici effetti sullo spirito e, quindi, sulla persona. Inoltre, questa condizione spirituale è propria dell’uomo che, nel manifestarla, cambia il normale atteggiamento mimico facciale ed è stata, ed è, oggetto di raffinate interpretazioni artistiche espresse nelle lettere e nelle arti figurative.
A fianco di questo aspetto immateriale, con lo stesso termine il nostro lessico ne accomuna un altro, concreto, laddove intende per “riso” la pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Graminacee i cui frutti, le cariossidi, costituiscono il principale alimento di oltre metà popolazione umana. E’ tanto importante questa coltura che l’ONU proclama l’anno in corso “l’Anno Internazionale del Riso”. Era avvenuto lo stesso nel 1966, quando le proiezioni demografiche di allora mettevano in evidenza che occorreva aumentare la produzione risicola per soddisfare la popolazione in forte crescita.
Dal punto di vista agronomico, da allora, sono stati fatti notevoli progressi ma che non sembrano, ai giorni nostri, ancora sufficienti a fronteggiare la nuova e futura realtà demografica. Di qui il rilancio del riso.
Secondo le stime FAO, nei prossimi 25 anni la domanda mondiale di riso aumenterà del 38 per cento; per soddisfare la quale occorre operare sulle uniche due leve disponibili: aumentare la produttività della coltura e/o aumentare la superficie investita. E’ una sfida da affrontare a livello mondiale. E’ una lunga storia, quella del riso, che s’intreccia con la crescita della nostra civiltà ed ha accompagnato, e accompagna, le nostre sorti alimentari.
Assieme al frumento e al mais, fa parte della triade che da sola soddisfa il 60 per cento del fabbisogno alimentare umano di derivazione vegetale. In Asia vi sono Paesi che vivono quasi esclusivamente di riso. Andando da quelle parti ed intrattenendosi con le popolazioni locali si capisce l’importanza che riservano al riso: una cura e un’attenzione quasi sacrale.
Del resto, alcuni dati FAO sono categorici: nei maggiori paesi del continente “giallo”, Cina in testa, ogni abitante consuma, in media, oltre duecento kg di riso l’anno. Come riferimento, noi italiani ne consumiamo appena cinque. Da sorridere, in confronto: grazieadio, abbiamo ben altro da poter scegliere.
Tuttavia, il nostro Paese detiene il primato europeo nella coltivazione e produzione e il Polesine quello del Veneto. Sui circa 220.000 ettari della risaia nazionale si ottengono 1.200.000 tonnellate di risone, la metà di quanto prodotto in Europa da Spagna, Grecia e Francia insieme. Nel Bel Paese la risaia, per ragioni storiche, si trova in diverse regioni ma la concentrazione maggiore è in Piemonte e in Lombardia, regioni seguite dall’Emilia e dal Veneto.
Nella storia del Polesine la risaia è stata la prima coltura ad apparire a mano a mano che le bonifiche e le sistemazioni idraulico-agrarie procedevano e permettevano l’insediamento umano, da Melara al Delta. Lo stesso dicasi per la Valli Grandi veronsesi e ostigliesi, nel mantovano, e per le plaghe del basso padovano, a ridosso dell’Adige, cioè i terreni vallivi del montagnanese ( le valli di Merlara, Casale di Scodosia, Megliadino S.Vitale, S.Fidenzio, S.Margherita d’Adige, Ponso, Piacenza d’Adige, Vighizzolo d’Este, Stanghella, Anguillara e via, via fino alla foce).
Nel Polesine, negli anni ‘80 dell’800, le risaie occupavano oltre 8.000 ettari, la gran parte nel Delta. Attualmente, la risaia polesana è molto ridimensionata, con i suoi 1.700 ettari. Una produzione modesta, ma decisamente indirizzata da risicoltori a livelli d’ alta qualità.
E’ stata così costituita “l’Associazione Risicoltori del Delta del Po di Rovigo e Ferrara” presiduta da Cav. Mario Landini, provetto e storico risicoltore a Cà Bonelli di Porto Tolle, per ottenere l’IGP (indicazione geografica protetta) ed il relativo disciplinare di coltivazione; si deve dare il giusto valore a un prodotto dalle caratteristiche bromatologiche e merceologiche uniche ed irripetibili, grazie alle peculiarità pedoclimatiche del Delta. La varietà-principe è il Carnaroli, alla quale fanno da corona l’Arborio, il Volano, il Baldo.
Grazie al riso, il Delta è entrato a far parte di Deltamed, il circuito dei delta mediterranei, dal Danubio, al Nilo, al Rodano, al Guadalquivir, tutti interessati ai problemi della risaia, a partire da quelli del risanamento dei terreni, per finire a quelli ambientalistici.
La grande storia del riso la si evince dallo stretto intreccio con le vicende umane, non solo materiali ma anche filosofiche e religiose, depositate nella sapienza delle culture orientali. Recita, infatti, un adagio cinese: “per il nostro breve passaggio sulla terra bastano un cappello e un pugno di riso”. Non occorre alcun commento.
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Orazio Cappellari. “2004, anno del riso”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/2004-anno-del-riso/