Alcune fotografie, appese al muro che sta dietro il banco di lavoro dell’antica macelleria di piazza a Lendinara, attirarono la mia attenzione mentre aspettavo d’essere servito.
Appena mi fu possibile chiesi a Maurizio, macellaio cortese, spiegazione di quelle foto. Lui mi rispose trattarsi di fotografie scattate alla fine degli anni ‘40, durante la ricorrenza del Venerdì Santo. Man mano che parlava le sue parole si caricavano di amarezza e di delusione per il lento degrado della vita sociale riguardo le due piazze principali della città. “Ne è un esempio”, mi disse, “la perdita di alcune vecchie tradizioni che un tempo, sorrette dalle iniziative private, pubbliche o religiose, offrivano al centro cittadino una cornice festosa”.
E Maurizio si dimostrò un vero cultore delle tradizioni cittadine declamando alcuni passi di una poesia del poeta Angelo Rasi: “El me paese, un fià ogni giorno, el more; a more la so zente, le so piante, le so vecie casete, i so palazi, porteghi, piaze, canpanili, ciese: Tuti ghe more, tuto ormai ghe croea..”. Vedi! – proseguì – Le cose da allora non sono migliorate: la vecchia Atene del Polesine dorme tra le pagine dei libri. Devi sapere che il giorno del Venerdì Santo, di buon mattino, commercianti, artigiani e privati cittadini si prodigavano ad ‘inbeletare’ Lendinara che, tra il sacro ed il profano, si prestava ad ospitare la sontuosa processione serale. Ma prima di questo evento la mia famiglia di macellai aveva l’usanza, per questa Sacra ricorrenza, di vestire vari capi di bestiame, mucche o tori romagnoli, con finimenti offerti da una ditta d’oltre Po”.
Maurizio parlava con l’orgoglio di chi fa della propria professione un’arte e, tornando a rievocare il passato, continuò: “Sistemate in riga, le bestie iniziavano una sorta di transumanza che le portava per le vie della città. Lasciavano il ponte di piazza, transitando a passo pesante per la riviera S. Biagio, poi oltrepassato il ponte della stazione, scendevano per via Garibaldi sino ad arrivare in Piazza Risorgimento. Da lì il cortèo, sotto l’occhio divertito di grandi e bimbi, procedeva lento sopra il vecchio ponte di piazza costeggiando la riviera destra dell’Adigetto. Oltrepassato l’Ospedale arrivava al grande Macello Pubblico. Il bestiame veniva colà sistemato in un recinto in attesa dell’abbattimento, che sarebbe sopraggiunto nei giorni successivi. Queste foto come vedi sono la testimonianza di quell’evento e nel guardarle provo un po’ di nostalgia. In esse sono impressi alcuni indelebili aspetti della mia infanzia e il ricordo caro dei miei familiari”.
Dopo una breve pausa che lo vedeva intento al saluto di alcuni clienti, Maurizio riprendeva il suo racconto. “Verso sera, i lendinaresi e le genti dei paesi limitrofi usavano uscire di casa per visitare le vetrine addobbate a festa. Noi bambini eravamo attratti dallo sfavillio diffuso dalle luci delle botteghe e dai palloncini alla veneziana ovunque ondeggianti al vento, dal chiacchericcio della gente che entrava ed usciva dal Caffè Grande, ritrovo del bon ton cittadino.
Nelle piazze e per le vie, le finestre apparivano drappeggiate: alcuni esponevano ai davanzali lenzuola bianche ricamate, altri usavano stendere panneggi color rosso con bordature dorate, altri ancora le incorniciavano con vasi di fiori. Tutto questo serviva ad accompagnare la sacra processione che di lì a poche ore sarebbe sopraggiunta.
La folla dei fedeli usciva dalla chiesa di S. Sofia che ormai era sera. Lenta, la processione si muoveva per le vie del centro accompagnata da canti sacri e dai sordi rumori delle ‘ràcole’ (cioè di strumenti che emettevano un suono che ricordava quello delle raganelle) delle ‘sbàtole’ (ovvero due assi di legno fatte sbattere l’una contro l’altra) in sostituzione delle campane “legate” la tarda mattina del giovedì. Rito, quello delle ràcole e delle sbàtole probabilmente derivato dall’antico uso di scacciare gli spiriti invernali all’approssimarsi della bella stagione.
La processione giungeva, dopo aver percorso via Varliero, nella piazza principale dove, davanti al Municipio, veniva allestito un altare. Impartita la benedizione dall’arciprete, che per l’occasione vestiva la “pivia” nera, l’immensa massa di popolo riprendeva la marcia tra lo sfavillio delle vetrine ai lati delle strade.
A proposito di vetrine ‘inbeletate’ – ricorda sorridendo Maurizio – mi ritorna alla mente un anedotto singolare per quel tempo: Sopraggiunta la processione davanti ad una bottega di via Cavour, la gente potè notare che in vetrina, tra festoni colorati e merce esposta, c’era un inserviente in carne ed ossa. Vestito di tutto punto, immobile, reggeva nella mano destra un vassoio con alcuni generi alimentari, mentre nel braccio sinistro teneva un tovagliolo bianco. La cosa distolse non poco i fedeli.
Il cortèo sacro – riprende il filo del discorso – proseguiva per Largo Carducci e P.tta A. Mario sino ad arrivare nel piazzale Duomo. In Chiesa entravano per primi i bimbi con gli assordanti rumori di racole e sbatole e poi le donne e le suore che per tutto il tragitto avevano risposto ai canti e preghiere richiesti dai sacerdoti.
Poi passava la Banda cittadina i cui suoni riecheggiavano le ultime note di una marcia funebre. Seguiva ondeggiante il Baldacchino con l’Arciprete e religiosi. Ai lati del drappo, ornato di fregi e frange pendenti, vi erano, oltre a quattro fanali accesi sostenuti da altrettanti fedeli, anche quattro carabinieri in alta uniforme e vari paggetti. Seguivano a loro volta le autorità civili e militari della città. Per ultimi entravano gli uomini che, all’eco dei primi, rispondevano con le stesse preghiere e canti, fondendosi in un unico motivo di salvezza.
Era usanza a quell’epoca che il sacerdote e i preti tutti baciassero, a piedi nudi, la croce esposta per l’occasione nei gradini della balaustra dell’altare. I fedeli si accostavano alla croce stessa solo al termine della funzione religiosa, speranzosi di un futuro migliore al risorgere di Gesù di Nazareth nell’imminente Pasqua.
La partecipata cerimonia terminava con le preghiere di intercessione e benedizione finale. Era davvero una manifestazione coinvolgente – conclude Maurizio – la sacra processione del Venerdì Santo che ora ricordo ripensando ai tempi felici della mia infanzia”.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Renato Scarpi. “Le tradizioni del Venerdì Santo”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-tradizioni-del-venerdi-santo/